Le otto case

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Ho terminato di scrivere il mio secondo romanzo… In attesa di capire come e con chi pubblicarlo, ho iniziato il terzo. Ecco le prime pagine.

PROLOGO

Barba… La barba bionda di quell’uomo gigantesco che lo aveva atterrato, ma anche tutto il resto: si ricordava ogni cosa, tranne chi lo avesse trascinato in quel vicolo.
Quando Negalo si riprese, aveva l’occhio sinistro tumefatto e un dolore sordo tra le costole. Si toccò il viso con attenzione e curiosità per stabilire i danni. Poi valutò il resto del corpo: sembrava tutto a posto, tranne quel dolore sul torace.
Cos’era successo?
Un pugno, due calci, forse tre… Negalo stava camminando tra gli incroci labirintici del Codice a Barre, aveva svoltato a destra, entrando nella Tea Cup: la piccola piazza circolare dove i contrabbandieri di spezie commerciano le loro droghe. Poi qualcuno lo aveva insultato, deriso e infine aggredito. L’anamnesi di quel fatto era limpida, e questo era un buon segno.
Usciva da questa storia con alcune leggere contusione, un po’ di vergogna e la consapevolezza di non essere stato capace di reagire, ma con un ricordo indelebile.
All’appello, oltre al coraggio, mancava anche il suo giubbotto in pelle nera da aviatore e il portafoglio. Ritrovò il primo in un cassonetto della spazzatura: non era poi così lercio, e lo indossò per proteggersi dall’inverno e nascondere dubbi e paure.
Erano le otto di sera e stava per scattare il coprifuoco anti-contagio. Negalo si mise la mascherina sul volto, accelerò il passo e rientrò a casa: una sorta di ex garage per auto in cui viveva abusivamente da un paio di anni.
C’era tutto in quel posto. C’era un bagno con turca, un lavatoio in acciaio molto capiente e quindi c’era anche l’acqua: fredda, ma potabile.
I muri erano ricoperti da piastrelle bianche diamantate sui lati, le fughe annerite dai fumi di scarico si estendevano sino al bianco della ceramica, creando nubi fossili sui muri. Il pavimento era in cemento, tranne nello spazio dove Negalo prevalentemente viveva, probabilmente l’ufficio o la guardiola: lì, la pavimentazione era rossa, composta da piccole tessere di gres che sembravano mattoni e che Negalo usava come calendario per contare i mesi o come agenda.
Quel calendario murato gli pareva una sorta di hardware indistruttibile, una memoria ben più affidabile della sua. Accanto a ogni mese segnava anche un voto da uno a dieci: al momento il sei era il voto più alto. Mentre, partendo dal lato opposto del perimetro, in aggiunta a una data, appuntava con il pennarello gli eventi più singolari e le persone speciali che aveva conosciuto. Lo faceva solo per accadimenti particolari e conoscenze importanti. Così scrisse: “03 01 2042 rissa Tea Cup… barba bionda”.
Non aveva voglia di mangiare e nemmeno di spogliarsi. Cadde sul materasso come un sacco di calce: senza controllare la gravità e facendo polvere, con l’unica certezza che ogni colpo subito avrebbe lasciato un segno solo per poco tempo.
La sua fortuna, la cattiva sorte di aver perso la memoria, confinava con la sua imprevedibilità: lasciare gli altri di stucco ogni volta che avesse incontrato acqua fresca, continuando a preservare calce asciutta. L’acqua spesso pioveva, dritta oppure obliqua, anche quando il sole picchiava tosto, così, senza preavviso: come una capacità ritrovata e sorprendentemente utile, dando forma nuova e concreta alle farinose abilità di Negalo, scolpendo il suo destino ambiguo come il passato.
Ogni mattina, con la meraviglia del bambino che sfascia i regali di Natale, rileggeva tutto il pavimento e scopriva cose assurde di sé: che un boss cinese gli avesse affibbiato il soprannome Negalo, che fossero sei mesi che non faceva sesso e che l’ultima sua donna, una prostituta, si chiamasse Martina. Sulle mattonelle, c’era scritto anche il suo lavoro, il suo ruolo, la mansione all’interno di un’organizzazione criminale: Negalo era il corriere dello zafferano.
Il corriere era un incarico superiore allo spacciatore comune. I quantitativi di zafferano che di norma un corriere trasportava potevano essere decine di chilogrammi, ma nel caso di Negalo il carico più grosso fu di due chilogrammi di spezia per risotti e di un chilogrammo di GMD (Good Mood Drug), la droga del buon umore ricavata dallo zafferano che sballa i ricchi, i politici e gli atleti senza lasciare tracce nel sangue o nelle urine.
Non c’è molto da aggiungere su Negalo, fuorché quelle cose che per lui erano le poche verità da cui ripartire quotidianamente.
Era irrimediabilmente figlio di suo padre: un linguista che vinse anche una medaglia d’argento alle Olimpiadi, come lottatore libero. Ma questo Negalo non lo ricordava e, non avendo parenti in vita, lo aveva appreso asetticamente: dai suoi documenti, dal suo cognome e dalle scarse informazioni sulla rete riemerse dopo il blackout del 2039.
Sapeva, dunque, che suo papà era morto a causa di un incidente stradale, anzi, di “quell’incidente stradale” che tolse, oltre la vita a suo padre, anche ogni traccia del passato dalla mente di Negalo, e ogni ipotesi di normalità dal suo futuro.
Il resto dei danni lo fecero le agenzie assicurative, le sentenze, le banche, due anni di istituti neurologici e le successive cattive compagnie.
Negalo non aveva niente, non era stato niente e non poteva pretendere niente: consumava la propria dose giornaliera di malvagità e di paure custodendo il suo mucchio di incertezze e la porzione di felicità che i vicoli gli concedevano.

“Chi non è in grado di ricordare il proprio passato, commette sempre gli stessi errori! Non ti bastava spacciare GMD per quel panzone cinese che si fa chiamare come un cocktail, dovevi provare l’ebbrezza dell’omicidio! Alzati bastardo. Questa volta, la macchina della verità non ti salverà. Non ti basterà avere scordato tutto: abbiamo le prove, le hai disseminate come briciole di pane sino a questo lurido posto. Ti abbiamo in pugno Negalo Ginepro. Ti ricordi di me? Ho detto alzati!”
Il risveglio.
“Come avete fatto a entrare? Cazzo, ma che ore sono? È ancora notte! Commissario Malariò… I ricordi sono fluidi rispetto alle disgrazie: lei è una costante solida della mia vita, non potrei mai scordarmi della sua gentilezza!”
“Non fare ironia. Questa volta sei fregato. Sei accusato di pluriomicidi. Puoi restartene in silenzio e non dire un cazzo cominciando a dimenticare il dolore che ti farò sperimentare, oppure confessare e tornartene a dormire in cella. Pensaci. Abbiamo sette chilometri di tempo. Prendetelo!”
Ci sono un sacco di persone che scambiano la loro immaginazione per la realtà, e al Commissario Malariò bastarono un documento ritrovato vicino a tre cadaveri, l’assenza di alibi e un furto di droga per fare di Negalo un assassino.
La prassi prevedeva la macchina della verità prima dell’interrogatorio, e un avanzo atipico di memoria ingannò la buona fede di Negalo: si rammentava il volto dell’uomo con la barba bionda, lo stesso ripreso dai droni anti-contagio quella notte, sul luogo del delitto.
Rispose “Sì” alla domanda: “Conosci quest’uomo?”. Fu sufficiente.
La serie successiva di torture per estorcere una totale confessione ed evitare il processo consisteva in tre step: Picchiare, Lavare, Promettere.

Angelo Orazio Pregoni