Reinhold e Günther Messner sul Nanga Parbat

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La narrazione prende avvio dal protagonista, ossia da una delle vette più alte del mondo, la più inaccessibile, la più letale, il Nanga Parbat che in lingua urdu diventa la “montagna nuda”, in quella degli sherpa la “montagna del diavolo”, per la propaganda nazista la Schicksalsberg der Deutschen, la “montagna del destino dei tedeschi”.

La catena del Nanga Parbat si trova nel Kashmir, è un insieme di rocce cristalline e metamorfiche originate nell’era orogenetica, quando l’intera catena si protese al cielo dopo un gigantesco moto di contrazione del manto terrestre. Tuttora il movimento tettonico nella zona è incessante, il luogo più sismico del pianeta.

La catena di monti si snoda in una lunga dorsale, la concavità è rivolta verso nord-ovest ma si origina a nord-est con la cresta Chongra che a sud-ovest forma il Chongra Peak (6828 m) per proseguire fino al Rakhiot Peak (7070 m). Qui la dorsale si allunga a ovest formando il massiccio del Dente d’Argento (7530 m), piega a ovest-sud-ovest verso l’Anticima (7910 m), puntando a sud dove raggiunge la Spalla (8070 m), la Vetta principale (8126 m) e la Cima Sud (8042 m). Da quest’ultima, la cresta ridiscende lungo il vallone verso sud-ovest, prosegue verso ovest a quota 7000 metri, per compiere una rotazione a nord-ovest sino a esaurirsi nella valle Daimir. Dalla cresta Mazeno, la più estesa cresta del mondo, procede lungo la dorsale verso nord, si piega verso ovest raggiungendo il Ganalo Peak (6606 m), quindi il North Peak, per scendere verso il ghiacciaio Daimir e proseguire lungo il fondovalle, direzione ovest-sud-ovest con ai lati gli speroni Mazeno e Ganalo. La base è qui costituita da ampi ghiacciai e crepacci, a nord-est prosegue su la parete Rakhiot che digrada verso il ghiacciaio Rakhiot, circondato dagli speroni Chongra e Jiliper. La parete Rakhiot sale oltre i 7.000 metri, prosegue direzione sud-sudest verso la parete Rupal che ascende con una pendenza pazzesca con un dislivello di 4.500 m, la parete più alta del mondo.

La prima scalata risale al 1895, Albert Mummery e la sua spedizione raggiunsero i 7000 m dal versante Diamir, per poi essere inghiottiti sul tratto finale insieme a due portatori Gurkha. Seguì la prima spedizione tedesca condotta nel 1932 da Willy Merkl, che fallì. Una successiva spedizione tedesca nel giugno del 1934, sempre capeggiata da Willy Merkl, fu finanziata dal governo nazista. Peter Aschenbrenner ed Erwin Schneider raggiunsero un’altezza stimata di 7895 m. Merkl attese che l’intera squadra arrivasse, per cui perse un giorno, ritrovandosi l’indomani nel mezzo di una tormenta che durò nove giorni e che vide la morte per congelamento di Alfred Drexel e quattordici alpinisti intrappolati a 7480 m, senza acqua né cibo. Durante il ritiro disperato morirono Uli Wieland, Willo Welzenbach e cinque portatori sherpa. Quindi fu la volta di Willy Merkl e lo sherpa Gaylay a morire.

Nel 1937 la spedizione tedesca, guidata da Karl Wien, ebbe un esito tragico simile quando il 14 giugno una valanga li travolse, seppellendo sette alpinisti e nove sherpa. La maledizione del Narga Parbat cominciò a profilarsi. Un’altra spedizione tedesca nel 1938 fu bloccata nel maltempo.

Nel 1939 ennesima spedizione tedesca guidata da Peter Aufschnaiter di cui faceva anche parte Heinrich Harrer. Mentre erano intenti a una ricognizione preliminare, vennero imprigionati a causa dello scoppio della seconda guerra mondiale.

Prima della ascensione al Nanga Parbat del 1953, trentuno persone erano già morte nel tentativo di valicarlo.

La prima ascensione segnata dal successo fu compiuta solo il 3 luglio 1953 dall’alpinista austriaco Hermann Buhl con una spedizione guidata da Karl Maria Herrligkoffer. Il versante prescelto fu il Rakhiot a nord-est, passando per la Sella d’Argento e il SilberPlateau. Per la prima volta un ottomila fu raggiunto da un solo uomo: Buhl, senza l’uso di ossigeno.

Nel 1970 Reinhold Messner fece parte, insieme al fratello Günther, della spedizione diretta al Nanga Parbat da scalare dal versante Rupal. La spedizione, diretta da Karl Maria Herrligkoffer, prevedeva l’uso di corde fisse e ausili tecnologici, sherpa e portatori, il tutto senza ossigeno. I fratelli Messner e Gerhard Baur raggiunsero il campo V, l’ultimo prima della cima. Prevedendo che il tempo sarebbe peggiorato il giorno dopo, si decise che Reinhold sarebbe partito da solo senza usare corde fisse, così da raggiungere la vetta prima del peggioramento. Nel frattempo Gerhard Baur e Günther avrebbero attrezzato il canalone Merkl con 200 metri di corda, per facilitare la successiva discesa. Ore dopo Reinhold venne raggiunto dal fratello, visto che Baur era ridisceso per una crisi respiratoria. I due fecero l’arrampicata in una notte stellata, raggiunsero la vetta del Nanga Parbat nel pomeriggio del 27 giugno. Erano senza parole, abbacinati dai raggi solari mentre osservano da 8126 m lo spettacolo dell’intera catena montuosa al tramonto. Si abbracciarono commossi, brindando con dello Snaps che avevano in una fiaschetta.

Il vento soffiava possente alle loro spalle. Ormai il tramonto si era inabissato e non potevano ridiscendere per la via percorsa, troppo pericoloso senza corde. Così i due furono costretti in piena bufera, in piena notte a -40 gradi, a un bivacco sulla parete, dietro uno sperone di roccia. La tormenta li subissava, neve, vento, il gelo implacabile che svuotava i vasi sanguigni. Si strofinarono a vicenda gambe e braccia, dormirono un paio d’ore avvinghiati. All’alba ripresero la discesa per il versante Rupal, senza aspettare Kuen e Scholz che dovevano raggiungerli con l’attrezzatura. Con sgomento si resero conto che dal versante Rupal le difficoltà erano enormi, le segnalazioni coi razzi vennero equivocate. Günther era preda di allucinazioni a causa della ipotermia. Reinhold decise di scendere dal versante Diamir fino ad allora mai esplorato. Aprì la strada al fratello, crepacci e seracchi erano immediati pericoli, bivaccarono distrutti dalla fatica e dal gelo per la seconda notte. Recuperate le forze, all’alba continuarono la discesa. Il terrore prese il sopravvento, erano esausti senza più viveri. Prima dei pendii finali dove i ghiacciai conducevano a valle, Günther, coi piedi irrimediabilmente congelati, arrancava dietro al fratello, era sempre più debilitato. Reinhold lo precedeva di duecento metri quando la pressione dell’aria s’addensò, un rombo terribile riempì lo spazio, capì che era una slavina. Si riparò, l’aria era avvolta dai vortici nevosi, poi da un fitto pulviscolo e nebbia. Gridò il nome del fratello ma Günther era sparito.

Messner cercò il fratello per due notti e due giorni, ma non trovò altro che le tracce della slavina che aveva spazzato via tutto. In condizioni drammatiche, disidratato, semiassiderato riprese a scendere quando venne travolto da una valanga. Si salvò per miracolo. L’aver perso il fratello lo fece quasi impazzire. Voleva morire. Pianse per ore.

Continuò la discesa ma era un automa senza più coscienza. Gli parve di ascoltare la voce disperata del fratello più volte. Arrivò a valle sei giorni dopo, trasportato prima a spalle e poi in barella dai pastori valligiani. Subì la parziale amputazione delle dita dei piedi. Venne ricoverato per tre mesi in una clinica di Innsbruck per lo shock subito.

Le disgrazie non erano finite, dovette subire le infamie di Herrligkoffer per cui Günther sarebbe stato stato abbandonato; altri due membri della spedizione confermarono la calunnia. Reinhold Messner divenne oggetto di sospetti. L’accusa: aver abbandonato Günther in cima al Nanga Parbat.

Solo a distanza di trent’anni fu dimostrata la sua versione, col ritrovamento del corpo del fratello (riconosciuto dall’esame del DNA) laddove Messner aveva sempre affermato fosse scomparso, sepolto sotto una slavina a 4500 m di quota, a un passo dalla salvezza, dopo la conquista del Nanga Parbat, il monte maledetto, il primo dei 14 ottomila che Reinhold affrontò senza ossigeno, in una serie di scalate che fecero di lui il più grande scalatore di tutti i tempi.

Marcello Chinca Hosch