Roberto Michilli. La sirena dei mari freddi

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Il nuovo romanzo dell’abruzzese Roberto Michilli, La sirena dei mari freddi, è «un libro che fa onore alla nostra lingua e alla letteratura di questi anni». Sono parole scritte nel 2016 da Tiziano Scarpa a proposito del precedente lavoro, Atlante con figure.

Proprio di questo si tratta: un romanzo vero, dai sentimenti autentici e profondi, con una trama senza sbavature, con una struttura solida, in cui l’autore tiene bene i fili del racconto, con la perizia di chi è navigato e, peculiarità poi non così diffusa, con una grande dimestichezza per quanto riguarda la nostra bella lingua.

L’autore, nato a Campli in provincia di Teramo, dal 2014 ad oggi ha pubblicato ben sette opere; con La sirena dei mari freddi viene proposto al Premio Strega da Francesca Pansa.

È anche un testo dotto: presenta una vasta cultura che, però, spalmata su tutta la durata del racconto, non lo appesantisce.

Risulta invece un abbellimento misurato e non gratuito, bensì funzionale allo svolgimento dell’intreccio.

Si spazia infatti dalla lirica al cinema, alla musica, al calci,o alla politica, alla letteratura senza mai perdere il controllo sull’intreccio.

Luciana, “la sirena dei mari freddi”, così chiamata dal marito Bruno per la lirica di Montale, che definisce in questo modo l’anguilla perché sguscia tra le mani senza farsi afferrare. Beh, certo, ce ne ha messo di tempo Bruno a conquistarla!

I due conducono un ménage standard e mediamente tranquillo, a parte le pressioni di Bruno che, sollecitato dai suoi genitori, vorrebbe un figlio. Luciana si sottrae alla gravidanza perché, giovane violista in carriera, vorrebbe avanzare di posto nell’orchestra.

Una sera, però, in seguito a un rapporto sessuale simile allo stupro, Luciana rimane incinta. La donna, dopo lo sconcerto iniziale, porta avanti la gravidanza e il rapporto con Bruno si ricompone. In seguito però a un brutto incidente perde il figlio, e Bruno, ritenendola responsabile, la lascia.

La tecnica narrativa di Michilli conferma l’abilità dello scrittore: fin qui tendenzialmente dialogica.

Si capisce che siamo a Roma, una città che palpita di vita sotto l’abile penna, con i suoi tramonti, i suoi profumi, Piazza Navona, il Pantheon, Villa Borghese, il cinguettio dei cardellini… Così come si desume una insoddisfazione di fondo della protagonista e una qualche acquiescenza alle volontà del marito, uomo che ingenera un certo fastidio.

Dopo due mesi di depressione, appare nella sua vita un carismatico e misterioso professore universitario, che abita nello stesso condominio.

Il professore arriva a ospitarla nel suo appartamento, affidandola alle cure dell’inserviente e cuoca Amelia, come lui di origini abruzzesi.

A questo punto la visuale si amplia crescendo in dinamismo: appaiono Wanda, amica di Luciana; Martin, un pittore; il dottor Remigi. Su tutto aleggia sempre il fantasma di Bruno e il senso di colpa per la gravidanza interrotta.

L’opera come detto è ambientata a Roma, ma il cuore batte per l’Abruzzo, di cui lo scrittore è originario.

C’è per esempio il Gran Sasso, con la citazione di Giorgio Manganelli: «L’Abruzzo ha al suo centro non una città, ma una montagna, una grande bellissima, terribile montagna, il Gran Sasso. Non badate ai metri d’altezza; il Gran Sasso è di schiatta araldica, montagna di gran razza, di quelle che colloquiano con gli dei».

C’è la cucina abruzzese, specie quella teramana (le “mazzarelle”, le “crispelle mbusse”, le pappardelle con il sugo di papera), ma soprattutto c’è il calore umano dell’Abruzzo e lo spirito di solidarietà.

Dice il professore a Luciana: «Dalle mie parti in Abruzzo. Per tanti anni ci sono tornato in estate. Restavo un mese e anche più. Ho uno chalet in montagna, in un posto sul Gran Sasso, che si chiama Pian del Lupo. Mi stabilivo lì e me ne andavo in giro a rivedere i luoghi che mi sono cari. Sono otto anni che non vado, e ho un po’ di nostalgia. Inoltre ho delle cose da sistemare, laggiù. Vuole venire con me? Mi piacerebbe farle vedere la mia terra e la mia montagna».

Si farà questo viaggio? Lo si saprà nella seconda parte del romanzo, mentre la presenza ricorrente dell’assistente universitaria del professore, con cui Luciana struttura una complicità tra donne, apre un flashback ampio sul passato dell’enigmatico professore.

Penna callida, direi, che raggiunge qui il suo apice: «L’ombra si spostò e avanzò nella stanza. Camminava piano, cercando di non far rumore, arrivata di fianco al letto, rimase lì ferma a lungo, finché si lasciò cadere in ginocchio e sollevò una mano. Luciana la vide avvicinarsi, ma la mano non la toccò. Si fermò a pochi centimetri dal suo petto, contornò il suo seno e si mosse lentamente giù per l’addome e il ventre percorrendo quindi le cosce e le gambe per arrivare fino ai piedi. La mano non la toccò mai, eppure Luciana sentiva la sua pelle fremere come per una carezza reale».

Che ne sarà di Luciana? Solo le ultime pagine ce lo sveleranno in una crescente suspence.

Romanzo di formazione consigliatissimo a tutti coloro che amano le narrazioni ben strutturate, con un dominio assoluto della lingua.

Giovanna Albi

Recensione al libro La sirena dei mari freddi di Roberto Michilli, Di Felice edizioni 2020, pagg. 139, € 18,00