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La Grande Crociata. Intervista a Theo Szczepanski

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È il 1212 e 12 anni ha Stefano, un pastore. Stefano, a un secolo dalla Prima Crociata per la liberazione della Terra Santa, riceve la Chiamata. Il pastore dodicenne, il puer partito da Cloyes-sur-le-Loir, infuoca con le sue parole le menti dei fanciulli. Un Dio virile e fulgido, illustrato non secondo la classica iconografica ma fatto a immagine di un essere umano, fisico e metafisico allo stesso tempo chiama Stefano a farsi carico di una Crociata dei bambini, degli innocenti, per liberare il Santo Sepolcro. Il viaggio sarà lungo e cruento, le tavole sanno farci immaginare l’idea che l’autore ha del metafisico e anche farci vedere il corpo, il corpo smembrato, il corpo sessuale. Il cromatismo, a volte acido e lugubre, a volte neutro e pacato, altre volte esplosivo e tetro, accoglie personaggi disegnati con tratto lineare e realistico. E realistico è il mondo in cui siamo immersi, l’autore riesce a rendere bene la mentalità medioevale e la sua visione teocratica e magica allo stesso tempo. Il cinema di Quentin Tarantino, che ci ha abituati all’immaginario pulp e forse pure gli snuff movie, veri o presunti tali, che girano nel dark web, le immagini televisive legate alle esecuzioni dei talebani, non rendono, al paragone, il risultato grafico di Szczepanski meno impressionante e inquietante, pur riuscendo a mantenere vivida la purezza delle menti e dei corpi infantili nei dialoghi e nelle espressioni. Il testo è preciso e sa tradurre il desiderio che guida i personaggi nella loro missione. Un desiderio, come scrive Tonio Troiani nella postfazione, che muove i personaggi della Grande Crociata – Stefano, Umfrey, Alard, Blizce compulsati da «una volontà accecata o dalla troppa fede o da un delirio schizofrenico.» La Grande Crociata sa parlare al mondo di oggi, l’arte del fumetto e del racconto, sgargiante di colore e ricordi densi di epoche remotissime, ci conduce direttamente al grande baratro del nulla, nel grande nero cieco in cui è lentamente sprofondata l’epoca coeva.

Gianluca Garrapa

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L’episodio del puer è stato ripreso, come scrive nella postfazione Tonio Troiani, da molti scrittori come Yukio Mishima e Marcel Schwob, da artisti come Gustave Doré e Johann Jakob Kirchhoff e da fumettisti come Usamaru Furuya. A te come è venuta l’idea di affidare il racconto al puer e come hai lavorato per trasformare la storia o leggenda che vi gravita intorno? Qual è stato il processo che ha trasformato La Grande Crociata nella versione definitiva uscita per Neo?

Fin da bambino sono stato affascinato dal Medioevo, ho sempre letto su le Crociate, su Giovanna d’Arco e sulla Guerra dei cent’anni ed ero ossessionato dai fumetti del Prince Valiant di Hal Foster. Poi ho iniziato a lavorare principalmente come illustratore, con poche possibilità di fare fumetti. Quando ho avuto l’opportunità di realizzare un fumetto d’autore, sono tornato alle ossessioni dell’infanzia.

Penso che il modo in cui Fellini si avvicinò all’Antica Roma in Satyricon sia formidabile, come se quell’epoca fosse vista dagli alieni. Anche il modo in cui Jodorowsky ha realizzato un “western metafisico” con El Topo o come il western all’italiana sembra un delirio particolare o anche come Pasolini ha fatto le sue versioni di Medea, le Mille e una notte o Decameron
quindi ho pensato di avvicinarmi al Medioevo come un mio delirio e le Crociate dei bambini offrono ampio spazio per un simile esercizio.

Una prima parte con 80 pagine è stata pubblicata in Brasile nel 2015 dall’Editore Devaneio tramite una campagna di crowdfunding. In Italia ho rielaborato parte di questo materiale e ho fatto il resto per arrivare all’edizione di Neo con 200 pagine.

Quando ho letto il tuo libro ho pensato anche all’attualità: la crudeltà della fame e della guerra in epoca ipertecnologica non è meno sconcertante di quella che descrivi nelle scene del tuo racconto. I disegni delle teste decapitate hanno in qualche modo un riferimento alle atrocità dei terroristi talebani, per esempio?

Uno dei riferimenti fondamentali per La Grande Crociata non sono i talebani, ma un altro gruppo terroristico: gli USA e il modo in cui vengono condotte le loro campagne interventiste e come la stampa egemonica si trasforma in agenzia di propaganda in eventi come l’invasione dell’Iraq. L’infantilizzazione del discorso per conquistare cuori e menti e garantire la partecipazione degli alleati a tali campagne è imbarazzante.

Un’altra forma di terrorismo è l’uso del soft power, come è stato fatto in Brasile nel colpo di stato contro Dilma Rousseff nel 2016 e nell’arresto di Lula per portarlo fuori dalle elezioni nel 2018. Tali atti hanno visto anche la partecipazione degli USA, con un forte investimento nella creazione di una mitica guerra contro la corruzione e il comunismo.

In certe religioni come l’Islam è proibito raffigurare Dio e anche in certe confessioni del Cristianesimo, nel Calvinismo per esempio, l’iconoclastia proibisce la venerazione di immagini religiose. Immagine e parola si scontrano. Che rapporto ha l’arte dell’immagine con i temi della religione, oggi, secondo te?

Una parte fondamentale delle religioni è costituita da grandi dosi di paradossi e contraddizioni che consentono un vasto campo di libera interpretazione. Ci sono denominazioni musulmane che sono più tolleranti nei confronti delle rappresentazioni iconografiche e ci sono belle antiche immagini di Maometto.

Questo tabù con le immagini è legato a un divieto sull’idolatria e l’idea di una religione che proponga un tale veto è molto divertente. Sarebbe interessante espandere questo concetto a tutti i tipi di immagine e rappresentazione, dopotutto, le foto sono immagini, i video sono diverse immagini al secondo, simboli sono immagini, le lettere e le parole sono rappresentazioni di suoni – e derivano dal disegno che li precede. I predicatori dovrebbero lasciare i loro pulpiti e tornare alle caverne, preferibilmente senza specchi, ma ovviamente quello sarebbe il fallimento della grande impresa che è la religione.

L’arte dell’immagine è più antica di qualsiasi religione e continuerà ad esistere quando la fede sarà un concetto del passato.

Riprendo la domanda precedente. In questa tavola non ci sono didascalie e nuvolette. Ma il cromatismo rende bene il silenzio, la pausa, la sospensione di sguardi e l’ostilità dell’ambiente. Come lavori alle tue tavole rispetto alla parola e all’immagine, al cromatismo, in particolare? C’è una gerarchia che privilegia l’una o l’altra espressione?

Tarkovskij si è chiesto “cosa si può fare solo attraverso il cinema?”. Cerco di applicare lo stesso ragionamento ai fumetti. Un altro consiglio importante viene da Hitchcock: se qualcosa può essere mostrata piuttosto che detta, mostrala.

L’uso dei colori, spesso colori “innaturali”, è una procedura che deriva dall’espressionismo, in cui forme e colori non sono legati alla realtà, ma alla psicologia, a uno stato mentale, a un’atmosfera.

Ciò è anche legato all’uso dei colori di Bava o Argento, alle distorsioni nei personaggi dei cartoni animati: è il mondo esterno alterato da elementi psicologici.

Questa è una delle tavole che più evoca il passato illustre dell’architettura italiana, e non solo. In questo caso i labirinti tridimensionali della mente creativa prendono forma in un disegno che evoca Le prigioni di Piranesi: che rapporto hanno i tuoi fumetti con la pittura e con l’architettura?

Piranesi è un riferimento chiave per questi elementi, insieme a Lovecraft. Inoltre, in architettura sono un fan del brutalismo. Ma qui la pietra angolare è la musica di Penderecki, Éliane Radigue, Giacinto Scelsi e Xenakis – che oltre ad essere un compositore, fu architetto e collaborò con Le Corbusier.

In un certo senso, per fare fumetti mi sono allontanato sempre di più dai fumetti in generale e ho cercato di sviluppare questo lavoro con combustibili provenienti da altre fonti – dal simbolismo, dall’espressionismo, dall’arte di Munch o Kollwitz, dalla letteratura di Kafka, dal cinema e oltre tutto dalla musica. Sembra ridondante usare i fumetti come riferimento per fare fumetti.

Cosa ci puoi dire dello stato dell’arte del fumetto lì da voi in Brasile: ci sono delle particolari differenze o affinità con noi Europei?

Per me e per i miei amici fumettisti, il contatto con i fumetti europei è stato importante per spezzare l’egemonia discorsiva dei fumetti nordamericani. Il Brasile ha una forte tradizione di fumetti umoristici critici e la storia politica ed economica del paese ha reso questa attività una pratica di resistenza molto agile, quasi come una sorta di guerriglia. È interessante notare che questa caratteristica si è recentemente unita al concetto molto europeo di graphic novel per lo sviluppo di opere di autori come José Aguiar e Marcelo D’Salete. Alla fine, quello che conta è la diversità.

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Theo Szczepanski, La Grande Crociata, Neo ed., collana Cromo diretta da Andrea Tosti, 2022

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