Shirley Jackson. La luna di miele di Mrs. Smith

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Quando cominciai a scrivere nascondevo i miei scritti nella mia scrivania, pensavo che nessuno fosse mai stato così solo come me e scrivevo di persone altrettanto sole come me, pensavo di essere pazza e che avrei scritto di come le uniche persone sane siano quelle condannate come pazze e di come il mondo intero sia crudele e stupido e abbia paura delle persone che sono solo diverse” Shirley Jackson

Grandi scrittori statunitensi l’hanno proclamata come una delle più importanti scrittrici americane del XX secolo, da Stephen King e Joyce Oates Carol a Neil Gaiman, Jonathan Lethem, A. M. Homes. Anche la critica che l’ha snobbata per decenni deve riconoscere il singolare talento letterario, che in patria è stato a lungo confinato alla definizione di tessitrice di gothic novel. La scrittrice che ha inventato capolavori come The lottery, The haunting of Hill house, We have always lived in the castle, tradotti e pubblicati viva dio da Adelphi, non solo rappresentano il meglio mai scritto del genere Ghost e Noir, ma costituiscono un unicum letterario e psicologico che travalica i confini stessi di queste categorie perentorie.

Si tratta certamente di un modus operandi che non ha paragoni, uno stile che è arduo da classificare, perché impone al lettore un dislocamento attentivo che travalica previsioni e attese, le spiazza ogni volta, le immerge in una narrazione ancestrale ed enigmatica che non approda mai a una chiara definizione, quasi che qui si unissero in forze Kafka, Lovecraft, Lansdale, King e la Blixen però con un che di peculiare inedito e ogni volta dall’esito dissacrante, si tratti della vita familiare, dei rapporti uomo-donna, dei rapporti filiali, persino di quelli col mondo animale.

Non è una strada percorribile. Quella di Shirley ha qualcosa di tortuoso come si mostra in realtà la vita, coi suoi lati oscuri, la sua indefinita infelicità di fondo, la sua caducità in quanto esseri che sanno di essere mortali, con le bizzarre ingenuità e scontrosità che contraddistinguono ognuno nel vivere che si consuma spesso senza un senso, senza mai davvero un appagamento. È questo vuoto, questo “non essere heideggeriano” al centro della sua attenzione, questo scarto che possiamo solo intuire tra la vita come è e la vita interiore sgominata, occupata nel tran tran quotidiano, incapace di interrogarsi veramente.

Nel suo libro più propriamente antropologico, In the lottery, la Jackson riflette sul potere invasivo della massa, sul fanatismo religioso, sul conformismo e sulla demagogia di ogni potere costituito che arriva al punto di sancire, come tradizione, persino l’omicidio rituale dell’innocente prescelto in base appunto a una lotteria, e ciò allo scopo di purificare la comunità.

In ogni lavoro della Jackson trapela questo disagio esistenziale che vive dentro la realtà americana – ancora oggi profondamente misogina, classista, in larga parte razzista – degli anni Quaranta e cinquanta, epoca del boom dei consumi, della caccia ai comunisti, dell’assassinio di John Fitzgerald Kennedy. C’è in ogni scritto della Jackson il puro sgomento che proclama la sua resa dentro una società malata, sleale coi deboli e con le donne, c’è la confusione di una mente che non può lottare contro questo stallo senza sbocchi delle menti obnubilate dalla tv e dai consumi, dove i soli valori a contare siano il successo personale e il potere prettamente maschile connesso della corruzione. C’è nella Jackson un anelito quasi selvaggio di riscatto che per forza di cose dovrà far deragliare la narrazione, far travisare i fatti del reale, cercare altro di sottostante che offra un senso più imparziale più plausibile a questo vivere intollerabile, a questo ondeggiare nel vuoto semantico eppure declamato e spudorato, che era ed è la società americana dei consumi.

Perciò, come Kafka, la Jackson guarda oltre, all’invisibile, al soprannaturale, fuori dal realismo, ma in ciò componendo un realismo inedito, impalpabile, segreto, fatto di ombre, di vivi e di sembianti di vivi, di cani e gatti che comunicano e interagiscono con gli umani, di demoni che compaiono non solo nei sogni, di anarchia e violenza e spergiuro, perché l’umanità non conosce in realtà la sua essenza né la natura né tantomeno è in grado di amare l’altro perché questo altro non sa nemmeno chi sia.

Nel libro pubblicato da Adelphi, un insieme di racconti inediti della scrittrice deceduta a 41 anni nel 1965, dal titolo La luna di miele di Mrs. Smith, trova spazio il racconto medievale (La sala da fumo) in cui il diavolo è visto come un essere ingenuo e martirizzato, quasi sensuale. Insieme a lui il racconto da cui il titolo della raccolta, noir idiosincratico nella scelta deliberata della protagonista di dover morire pur di non perdere il marito, un serial killer appena sposato. Invece nel racconto Incubo una giovane segretaria che attraversa la città per una commissione è fatta oggetto di una caccia ossessiva, ordita a sua insaputa da una agenzia pubblicitaria. Vi sono anche racconti ordinari, come Non bacio gli sconosciuti dove una ragazza non ha nessuna intenzione di dare il bacio d’addio al suo fidanzato in partenza per il servizio di leva, o il bellissimo Pomeriggio d’estate, tutto incentrato sull’infanzia coi suoi codici linguistici, in cui l’evento morte non è mai contemplato dai bambini. Strepitoso ed esilarante il racconto Gli indiani vivono in tenda, tutto basato sullo scambio epistolare tra proprietari, locatori, sublocatori, ciascuno con le proprie ragioni reciprocamente configgenti. Implacabile è Il sole torrido delle Bermuda in cui la Jackson lavora sul suo tema favorito, la vanità femminile: la forma mentis femminile scrutata nel suo delirio di pura apparenza, impregnato del potere d’attrazione sul mondo maschile.

Poi vi sono racconti più surreali come Il signore del castello o La storia che ci raccontavamo o Una donna scomparsa sotto un quadro maledetto, in cui entra a far parte anche l’amica del cuore decisa a ritrovarla. «Quel che ti preoccupa ti tradisce, è sempre così» dirà la scrittrice, segnalandoci che sono proprio le nostre paure a dirigere il nostro destino.

L’ultimo racconto, Mio zio in giardino, è un capolavoro di maestria narrativa, col suo afflato nostalgico nel ritrarre questi due vecchi ritirati da decenni nel loro podere, isolati dal mondo, con una vita semplice e idilliaca fatta di cura reciproca, di cura e lavoro del loro frutteto, del loro orto, degli animali. Qui piomba la nipote coi suoi regali gastronomici. La maestria con cui la scrittrice riesce a inserire nella narrazione l’esoterico, la presenza del diavolo, senza alcuna drammatizzazione, in cui l’imponderabile, il mistero e la vita umana e animale trovano una possibile intesa, ha un segno sciamanico, rileva una via di equilibrio tra le pulsioni tremende del mondo e la vita in cui non esista più terrore né paura. Un mondo finalmente riconciliato coi suoi demoni!

Marcello Chinca Hosch

La luna di miele di Mrs. Smith di Shirley Jackson, Adelphi 2020, pagg. 279, € 19,00