Welcome to Satisfiction   Click to listen highlighted text! Welcome to Satisfiction

Anteprima. Ioana Pârvulescu. La vita comincia venerdì

Home / Anteprime / Anteprima. Ioana Pârvulescu. La vita comincia venerdì

Correva l’anno 1897. Bucarest è una città avvolta dalla nebbia. Una nebbia fitta, asfissiante che fa rimpiangere l’aria limpida e tersa delle intense giornate di sole. Mancano esattamente tredici giorni a Capodanno. Un nuovo inizio per Dan Creţu. Lo chiamano così l’uomo più o meno sulla quarantina ritrovato la mattina di venerdì 19 dicembre privo di sensi nei pressi del bosco di Băneasa, in aperta campagna vicino ai laghi. Indossava abiti stravaganti, non aveva né barba né baffi, parlava in modo strampalato e somigliava più a un uomo qualunque che a Jack lo Squartatore.

Tutto inizia da qui, in un riavvolgimento simultaneo del nastro in cui passato e futuro finiscono inesorabilmente per intrecciarsi. Esce oggi in Italia La vita comincia venerdì, Voland editore, l’ultimo avvincente romanzo di Ioana Pârvulescu tradotto da Mauro Barindi a cura di Bruno Mazzoni, con la postfazione di Mircea Cărtărescu, in anteprima su Satisfiction, di cui pubblichiamo un estratto in esclusiva. Torna così nel Belpaese la scrittrice romena, autrice di romanzi tradotti in più di dieci lingue. Un libro che ha già vinto nel 2013 il Premio dell’Unione Europea per la letteratura. Saggista e traduttrice dal francese e dal tedesco di autori come Milan Kundera e Rainer Maria Rilke, la Pârvulescu è anche docente alla facoltà di Lettere di Bucarest nonché redattrice della rivista “România literară”, responsabile editoriale per Humanitas e autrice di saggi sulla vita quotidiana romena del XIX e XX secolo.

Ma chi è davvero quell’uomo misterioso dal viso luminosissimo e dai denti bianchi e un’aria stralunata che sapeva far bene il giornalista e viene perfino assunto dal quotidiano “Universul”? Un clown scappato da qualche circo o un angelo venuto da lontano? “Ero come un naufrago, solo che sulla mia isola era inverno e non avevo salvato nulla dal disastro”, dice di sé Dan Creţu. Un naufrago approdato su un nuovo mondo. Un alieno che la gente in un primo momento scambia per un truffatore di alto bordo o un ladro di gioielli con molto stile, proveniente forse da oltreoceano. Una cosa è certa: sembra non avere tutte le rotelle a posto. I suoi, meglio definirli “momenti di alienazione mentale”. Del resto sono i malati e i malviventi a nascondere spesso la Verità. Una Verità che arriva dal futuro e pesa addosso come un macigno. Una Verità troppo grande da far comprendere, che smaschera tragicamente le illusioni e annega le speranze di uomini e donne che aspettavano dal nuovo anno “tutto il bene rifiutato loro da quello vecchio”.

Ma come si fa a spiegare una cosa così? Aver vissuto in successione in due mondi entrambi reali. Uno era terminato, l’altro appena cominciato proprio quel venerdì, tra quella nebbia asfissiante. Ma questo mondo e quell’altro si fonderanno mai in uno solo? Diventa l’ interrogativo pressante di quest’uomo che ha già vissuto nel futuro.

Proprio in quella stessa mattina viene ritrovato anche Rareș Ochiu-Zănoagă, un giovane ferito che poi morirà nonostante i soccorsi, che aveva un affare “della massima importanza, quasi pericoloso” da compiere, ma il suo portafoglio è sparito. Un portamonete in pelle di capretto che conteneva la chiave di una cassaforte che al suo interno custodiva un’Icona misteriosamente scomparsa di valore inestimabile perché abbellita da due grandi diamanti a forma di stella. Le indagini della polizia s’infittiscono e aggiungono via via nuovi tasselli che nel frattempo coinvolgono vari personaggi. Intanto tutti parlano del misterioso straniero, quell’uomo onesto scambiato per delinquente. Dan Creţu familiarizza con gli abitanti del luogo, viene soccorso, visitato, ospitato, curato e invitato alle feste della sera della vigilia di Natale, del giorno di Natale e della notte di Capodanno. Una narrazione che coinvolge e rapisce il lettore fino all’ultima pagina, tra descrizioni impreziosite di dettagli della storia di Bucarest. Il racconto di una condizione esistenziale, in cui i personaggi quasi si smaterializzano per lasciare spazio all’inestricabile intreccio tra passato e futuro.

Sullo sfondo una Romania cosmopolita, parte di un’Europa ricca di speranze. Capodanno è l’inizio del futuro. Prima del 1900 “l’uomo credeva che Dio lo volesse immortale nel senso più concreto della parola. Nulla sembrava impossibile né lo era. Tutte le utopie erano ammesse”. I giornali avevano scoperto il proprio potere e i soldi non erano un problema, tanto che c’era parecchia gente disposta a spenderli tutti “pur di perseguire una buona idea”. Giocare col tempo era una delle utopie più belle.

E’ in questo contesto che s’inserisce quell’indefinibile tempo del prima e del dopo, l’illusione di essere diversi. Ma se provieni da un futuro piuttosto tetro, è troppo difficile da spiegare. Specie se quel futuro gli abitanti di Bucarest lo pensavano raggiante: l’uomo sarebbe andato sulla luna, tutta la terra avrebbe brillato di luce elettrica, forse si sarebbe finalmente scoperta una cura per la tubercolosi. Così proprio la notte di Capodanno, tra un festeggiamento e l’altro, ciascuno apre una finestra nel futuro. Tutti tranne lui che già sapeva : quel futuro che gli altri immaginavano vestito di lustrini e paillettes altro non era che un grande bluff. E forse è proprio Iulia, la bella e giovane figlia del dottor Margulis, ad averlo capito quando, arrivato il suo turno, senza troppi giri di parole dice: “La mia previsione per il mondo di domani è che sarà una fiera delle vanità o un mercato delle illusioni”. Parole a cui nessuno lì per lì fa troppo caso. Eppure Dan Creţu stavolta preferisce tacere. Del resto “Non va bene spingere troppo lo sguardo nel passato. Ancora peggio se il tuo passato si trova nel futuro” e la nebbia che ti circonda diventa metafora della condizione umana di chi sa che tanto “sono gli anni a stare fermi” mentre “siamo noi quelli che passano”.

Elena Orlando

#

Di seguito l’estratto in esclusiva.

Una voce, priva di suono, che sento solo io, più forte del mio povero corpo martoriato e del mio povero cervello impaurito. Parlo a me stesso per abituarmi a me stesso, per non avere tanta paura della mia paura e per assicurarmi di non essere impazzito. Ho paura di loro, di me, di Colui che si prende gioco di noi. Sono circondato da creature che sembrano il frutto di una immaginazione malata. Ma perché non scompaiono? Perché li sento? Perché non riesco a capire con la mia mente come la mia mente funziona, e da dove ha origine questa paura? È come se in me abitasse uno straniero che sa molte più cose di me e che fa di me quello che vuole lui. Perché lotti contro di me? Sono battuto in anticipo, il potere ce l’hai tu o Tu. Sono sconfitto in anticipo. Quale soddisfazione puoi trarre se mi dimostri di es- sere tu il più forte? Lo so bene tanto quanto te! Sì, hai vinto.

Quando ci accade qualcosa di spaventoso, aspettiamo sempre il colpo successivo. Mi rannicchio e aspetto.

La chiave a tre denti fece alla svelta il suo dovere, ed entrai. Era buio pesto, aspettai che gli occhi si abituassero. Poi, un po’ a naso, un po’ brancolando, perlustrai l’interno. Il letto assomigliava a un pancaccio di montagna: un rettangolo allungato, dove credo potessero dormire, accalcate, una decina di persone. In quel momento, dieci persone avrebbero fatto al mio caso. La stanza era piena di oggetti di ogni genere, come un magazzino, contro cui andavo a sbattere senza vederli. In un angolo finii addosso ad alcuni secchi vuoti, che rovesciai. Né una sedia, né un tavolo. Una piccola finestra, con uno dei riquadri infranto. Stesi la coperta, ricevuta arrotolata come una balla di fieno, su quella specie di letto, e mi ci sarei coricato in quell’istante, se non avessi avuto tanto freddo. Mi doleva il corpo ovunque, dal- la testa fino ai piedi, che erano bagnati. Cosa avrei dato per un bagno caldo, una minestra bollente o un vin brûlé con cannella o almeno un tè… Il pane che mi era stato dato lo divorai, tutto, dopo i primi passi. Il lumino era spento. Dovevo accenderlo, dovevo procurarmi del fuoco, in quella ghiacciaia. Forse la chiesa era ancora aperta? Là era possibile che ardesse ancora almeno una candela. Uscii di nuovo, mi trascinai fino all’entrata, era chiusa a chiave. Feci il giro della chiesa, spin- si senza esito una porta laterale. Le finestre erano alte, neanche a parlarne ad arrivarci. Ma la Casa del Signore non dovrebbe essere sempre aperta, specie di notte, e soprattutto in inverno? No, pare proprio che non siamo i benvenuti a nessuna ora. Quando il Signore non è pronto per ricevere ospiti, sa come scansarli. O forse anche Lui ha il suo orario di riposo. Tornai sui miei passi demoralizzato e più sfinito che mai. E di nuovo dovetti aspettare finché gli occhi si abituarono all’oscurità. Ero tagliato fuori dal mondo. Slegai lo spago che teneva legata la coperta e ruzzolò per terra un pacchettino avvolto nella carta. Di sicuro era un dono dalla donna, da Epiharia. Tastai a lungo il pavimento freddo, impolverato e sporco. Il pacchettino doveva essere molto piccolo e leggero, cadendo non aveva fatto alcun rumore. Lo trovai solo dopo essermi raschiato le mani contro non so cosa di acuminato o scheggiato. Uscii sulla soglia, dove arrivava un po’ più di luce e ruppi l’involucro di carta. Dentro mi aveva messo una scatoletta di fiammiferi lunghi e grossi, e una piccola croce. Dio si è svegliato, mi dissi. Che Dio l’assista! mi aveva detto la donna. Dovevo fare attenzione a usare con parsimonia i fiammiferi. Preparai il lumino, richiusi la porta per evitare colpi d’aria, mi strofinai a lungo le mani, perché avevo le dita intirizzite, poi estrassi, a tastoni come un cieco, un fiammifero e lo strofinai, con preoccupazione, contro la parte lunga e granulosa della scatoletta. Il bastoncino del fiammifero si spezzò. Solo dopo vari tentativi, armeggiando impaziente con le mani, ce la feci. Si sprigionò una fiammella e, inclinando leggermente il lumino, riuscii ad accenderlo, malgrado mi fossi scottato le dita. Ma non sentii il bruciore, era una luce che mi calmava. Era il mio lumino. Potei vedere gli oggetti intorno: alcuni pennelli, dei bauli vuoti e vecchi in cuoio, con il rivestimento lacero, pietre di ogni grandezza, vestiti strappati, una bottiglia vuota, sporca, una ramazza, un martello, chiodi e altre cose di cui non conoscevo il nome. Ma di cui a ogni modo mi servii. Mi riscaldai le mani sopra il lumino, poi radunai le pietre e ne feci un caminetto su cui sistemai la carta stracciata dal pacchettino – era di giornale – e il rivestimento strappato dai bauli. Faticai un poco a spezzare i rametti del- la ramazza e ne ricavai un bel mucchietto. Non sprecai tutti i fiammiferi il cui fosforo bianco era in quel momento più prezioso dell’oro; detti fuoco a un pennello che emanò un odore insopportabile di vernice, soffocante e nauseabondo, ma bruciò bene. Feci un falò di tutto rispetto e l’aria si stemperò un poco, mentre il fumo si riversava all’esterno dalla finestra rotta. Raccattai gli stracci da terra e li sistemai sulle assi del letto, poi, con indosso il paltò ricevuto da Petre e la coperta datami da Epiharia, mi coricai. Lasciai che il lumino continuasse a bruciare. Alle mie spalle, incomprensibile, si spegneva il giorno più lungo della mia vita.

Non mi addormentai subito, nonostante fossi a pezzi, forse perché avevo sete. Vedevo, affastellati, spezzoni di città. La strada per arrivare fin qui mi era parsa un labirinto. Sapevo, con approssimazione, il tragitto verso via della Cicogna, ma era come se non fossi più un abitante di Bucarest, la città si prendeva gioco di me, mi abbindolava a ogni angolo. Diverso era il paesaggio, diverse erano le case. Scarsa era l’illuminazione dei lampioni, e ingannevoli erano le distanze, e non avevo visto nessun tipo di cartello segnaletico. Mi rammaricai di non conoscere neppure le chiese i cui nomi non mi ero preso la briga di memorizzare, sebbene la donna me li avesse elencati, vedevo solo qualche tetto che luccicava come un dente incapsulato. Sempre più rare si facevano le persone che incrociavo lungo il tragitto. Chiedevo loro indicazioni, alcune mi dicevano da che parte andare, ma svoltato il primo angolo smarrivo di nuovo la strada. C’erano carrozze di ogni fattura, prive di luci, da cui sentivo urli e imprecazioni che mi incutevano paura. A un certo punto dovetti constatare che mi ero perso del tutto. Si era fatto sempre più buio e sempre più freddo.

Nel cuore della notte mi imbattei in un passante che camminava spedito. Tentai di raggiungerlo, lo raggiunsi, volevo fermarlo, lo toccai, ma l’uomo trasalì e si diede alla fuga, guardandosi più volte alle spalle, terrorizzato. Raccolsi da terra il suo cappello tondo. Mi andava bene ed era caldo del calore di chi lo aveva portato fino a poco prima, mi fu utile. Continuai a camminare a casaccio e, quando pensavo ormai di essere lontanissimo dalla mia meta e avevo abbandonato la lotta contro quel labirinto, mi apparve davanti una chiesa con un fregio di santi sotto il tetto. Era la chiesa detta Nido di Cicogna. Subito di fianco, aveva detto la donna, c’era la casa dei pittori dove avrei trovato anch’io un nido.

Mi svegliarono i rintocchi delle campane. Avevo sognato di essere a Bucarest, in un’altra Bucarest. Mi erano apparsi i colleghi di redazione, che ridevano, mi pareva, anche se non ero sicuro se fossero risa o lamenti. E anche qualcun altro, una donna, che mi cercava, con l’aria assente e di una tristezza infinita, ma non sapevo più chi fosse. Proprio mentre le gridavo a pieni polmoni sono qui, sono qui, sentii le campane e pensai: “Le campane sono un segno di morte.” Con queste parole nella mente mi svegliai. Le campane che udivo significavano vita. Il fuoco si era spento. Il cappello perduto dal passante che avevo spaventato nel bel mezzo della notte era dentro un secchio. Tutto era in un disordine indescrivibile. Dalla finestra rotta si vedevano scendere i fiocchi. Aveva incominciato a nevicare. La mia prima nevicata in questo mondo, reale o immaginato da una mente infestata di ombre. Dovevo ricominciare tutto da capo. Ma semplicemente non mi sentivo in grado di alzarmi. Aspettavo che succedesse un miracolo. No, non ero affatto come in un nido. Piuttosto come un naufrago, solo che sulla mia isola era inverno e non avevo salvato nulla dal disastro. Il mio bagaglio era stato sequestrato dalla polizia.

Aspettavi un miracolo o dell’altro, caro Dan. Aspettavi la tua nuova vita, guardando fuori dalla finestra rotta.

© Voland

03/12/2020

Click to listen highlighted text!