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Giuseppe Ciotta, In catene. I giorni di Layne Staley e gli Alice in Chains

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La premessa: di un libro come questo c’era davvero bisogno.

Quante volte in questi ultimi quindici anni, curiosando tra gli scaffali dedicati all’editoria musicale, avete cercato, invano, una pubblicazione in italiano dedicata a Layne Staley e agli Alice in Chains?

Quante volte, considerando il valore tutt’ora inestimabile di questa band, vi siete domandati per quale motivo in un settore che licenzia a getto continuo biografie di rockers d’ogni sorta (e discutibili “affini”, talvolta), nessuno si era mai preso la briga di raccontare la loro avventura umana e artistica?

E quante volte, riascoltando le loro epocali release, ma anche ricordando la loro travagliatissima vicenda personale, vi siete stupiti del fatto che nessuno si fosse preso la briga di mettere mano a una storia che migliaia di ragazzi e soprattutto post tali attendevano con impazienza?

Misteri del mestiere. Tanto più misteriosi se si pensa che il frontman di Bellevue, dalla sua tragica scomparsa avvenuta il 5 aprile del 2002, è progressivamente assurto al ruolo di “leggenda”, alimentando ancor di più una straripante e spesso fuorviante aneddotica che, già da sola, avrebbe dovuto indurre scrittori e case editrici a buttarsi a capofitto nel progetto.

Sia come sia, adesso abbiamo questo “In Catene. I giorni di Layne Staley e gli Alice in Chains”, (Chinaski Edizioni, collana Voices, 2019, pp 349, € 22)” di Giuseppe Ciotta e, cari appassionati delle sette note, non possiamo che esserne felici.

Partendo da una minuziosissima collazione di articoli, documenti, informazioni prese da opere capitali in materia e interviste da lui stesso realizzate con alcuni dei protagonisti del Seattle sound e non solo, il giornalista-musicista siciliano, alla prima prova su lunga distanza, è riuscito a penetrare nei meandri più nascosti e dolorosi della parabola (mai termine è stato più adeguato!) dello Staley uomo e musicista, regalandoci un ritratto a tutto tondo intenso e toccante. Contemporaneamente, è stato in grado di gettare nuova luce su una scena che, ad oggi, rimane l’ultimo grande fenomeno culturale e popolare che il rock sia riuscito a partorire.

Piace poi sottolineare la profonda capacità analitica dimostrata da Ciotta nella disamina di quasi ogni singola canzone che ha visto in causa come cantante, liricista e/o strumentista il Nostro: partendo infatti dalle prime, acerbe sortite con gli Sleze fino ad arrivare alle ultime, per forza di cose non rifinite demo incise, nel corso di queste pagine possiamo apprezzare -con una descrittività tecnica sempre e comunque abbordabile, anche al profano – e penetrare le peculiarità strutturali e narrative delle composizioni. Con, ovviamente, un’attenzione particolare a quelle relative alla discografia degli Alice in Chains e dei Mad Season, che danno un quadro esatto delle enormi capacità musicali e artistiche dello struggente interprete di Down in a hole e dei suoi sodali.

Parimenti accurato è anche il resoconto della terribile discesa negli inferi che la tossicodipendenza innescò nella vita di Staley, senza però mai nulla concedere al mero sensazionalismo o alla squallida “elegia” del vizio, nelle quali spesso capita di inciampare quando si ha che fare con materia narrativa di questo tipo. Nelle parole di Ciotta, invece, si intuisce tutta la partecipazione emotiva del vero fan, senza per questo venir mai meno ai propri “doveri” di narratore e studioso. Il risultato, in particolar modo per chi agli albori degli anni Novanta fu rapito dal grunge e dai suoi eroi maggiori e minori, è una specie di “testo sacro”, da leggere come un romanzo e da spulciare come fonte continua di spunti per ascolti e approfondimenti.

Ma soprattutto, sopra a tutto, diventa uno strumento indispensabile al lettore italiano per una nuova sistemazione concettuale e sentimentale di Layne (e di Jerry Cantrell, Mike Starr, Sean Kinney e Mike Inez) nella gloriosa stagione di musica e poesia vitale che Seattle visse e fece vivere al resto del mondo una ormai trentina di anni or sono: se infatti in Italia di Nirvana, Soundgarden e Pearl Jam, e di Cobain, Cornell e Vedder, si è parlato e da anni sempre si parla con profluvi di inchiostro e gagliarda ammirazione, per gli Alice in Chains e per il suo sfortunato cantante e compositore sarebbe doveroso mettere in atto una rivalutazione ad ampio raggio che possa, finalmente, dar conto dell’ineguagliabile contributo dato alla storia del rock e del grunge in particolare (del quale, a parere di chi scrive, furono gli interpreti più emozionanti e rilevanti artisticamente).

E, per farlo, non si può non partire da questo libro che ogni degno seguace dell’Euterpe più sanguigna ed elettrica dovrebbe collocare nella zona nobile della propria libreria.

www.domenicoparis.it

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