“L’avversaria”. Intervista a Michela Srpic

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Michela Srpic

Di figli la maestra non ne ha, ma sa tutto su come si educano.”

L’avversaria di Michela Srpic al suo esordio con Transeuropa, per la collana Wildworld è un romanzo che mi piace definire detonante. Cito Anthony Burgess: “L’arte è pericolosa. Ѐ una delle sue attrattive: quando cessa di essere pericolosa, tu non la vuoi.”

Sovrapponendo sfumature su mezze tinte di gradazioni alternanti, inframmezzando luci e ombre, giorno e notte, l’autrice riesce a far emergere in tutto il suo potenziale romanzesco il quadro inconscio (inconfessabile) di un nucleo familiare che, all’apparenza, potrebbe sembrare appagato nella somiglianza ad altre famiglie benestanti. E tramite le giocate del chiaroscuro arriva a darci un’idea precisa dello spazio, logistico e mentale, entro cui si svolge questa tragedia domestica, fosca, dai risvolti terrificanti.

L’andamento stilistico horror e la tensione erotica si rinsaldano a vicenda, di continuo, con un’accuratezza indubbia della funzione narrativa, che ricopre il ruolo di regolatore, affinché nessuna delle due componenti prevalga sull’altra, con lo scopo di offrire i colpi di scena come vere e proprie stoccate al seno della lettura.

Resto carponi sulla neve col fiato corto, mentre lui monta le catene su tutte e quattro le ruote in cinque minuti, senza dire una parola. Mi alzo sulle ginocchia e sento un fiotto del mio umido sotto la tuta. Lo ringrazio a voce appena udibile, e lui si volta e se ne va.”

Liberamente ispirato al delitto di Cogne, L’avversaria devia la verosimiglianza con la cronaca, esulando il valore documentario e rivendicando l’esercizio della forza inventiva capace di superare la realtà (Avvertenza precisata in ogni libro della Wildworld), che trova qui la sua ragion d’essere e la propria compiutezza nell’approfondimento di alcune problematiche desumenti dalla depressione unipolare (in questo caso, si potrebbe anche  parlare di strascichi legati alla depressione post partum) e di tutte quelle componenti specifiche alla base del suo sviluppo, sul piano ormonale e psicoemotivo: irritabilità, disturbi del sonno, ansia, difficoltà di concentrazione, allucinazioni, la perdita di interesse nelle attività abituali e l’incapacità di trarre piacere da situazioni di norma stimolanti. Tutte componenti che, se non affrontate a tempo debito evidenziandone l’appropriato rilievo, possono mettere a rischio la salute della madre e quella del bambino.

Non sa, mio marito, che si può stare in silenzio, bocconi, a contare le gocce di umore scese sul tappeto: lacrime cremose e subdole, che risaliranno lungo un canale sacro e fioriranno senza chiedere il permesso.

La bravura dell’autrice sta proprio nel riuscire a farci sondare gli effetti di questa menomazione della personalità, ricordandoci che sotto il velo materno si nascondono un essere umano e le sue brame non sempre controllabili, al di fuori del rapporto con la prole dal punto di vista naturale, caricato a sproposito dal perbenismo che circonda la protagonista di significati unicamente affettivi.

Il coraggio di questo libro rimane nella scelta di non mettere in secondo piano le mortificazioni che un’individualità subisce, nel momento in cui si sente costretta ad abbandonare i propri sogni per occuparsi a tempo pieno delle attenzioni di cui necessita un figlio, relegando la spensieratezza e la sessualità negli angoli polverosi del quotidiano – e di conseguenza, corrompendo quelli che sono bisogni necessari per l’equilibrio psicologico, tramutandoli in atti perversi da consumare fugacemente, al riparo dalle convinzioni di comodo mantenute dall’opinione pubblica.

Ma L’avversaria non è solo questo: è la storia di una maternità simile a tante altre, che (come tante altre) degenera in un senso di solitudine deformante, fino a inselvatichirsi nelle zone buie della disperazione.

La colpa non ha alcuna forma, se il piacere la supera.”

Roberto Addeo

 

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Di seguito l’intervista a Michela Srpic

Ricordo ancora lo scalpore mischiato a collera che suscitasti, soprattutto in alcune donne, con il tuo manifesto per Gli Imperdonabili (https://www.imperdonabili.org/2019/12/04/contro-gli-scrittori-che-non-fanno-figli-limperdonabile-manifesto-di-michela-srpic/), e non ti nascondo che vi trovai tanta frustrazione negli attacchi che ti rivolsero.

Ho scritto quell’articolo sul cellulare, nell’abitacolo della mia Fiat parcheggiata di fronte al cancello della struttura educativa comunale presso la quale lavoro, contando i minuti mancanti alla timbratura quotidiana del cartellino; fuori tirava vento di bora e la macchina ballava. Il mio manifesto imperdonabile è sgorgato così, senza preavviso, dalla rabbia del tempo sempre, perennemente, in scadenza.
Era una provocazione, la mia Verità, non l’unica possibile. Bisogna essere madri per riuscire a scrivere? Certo che no. Ma quel giorno, in particolare, mi sono chiesta come sarebbe stato il mio romanzo se avessi avuto più tempo per stenderlo e rivederlo. E ho capito che non sarebbe mai esistito, probabilmente.
C’è anche la mia frustrazione in quel manifesto, e la rivendico con orgoglio: rivendico il fatto di averla trasformata in un romanzo crudo, netto, scritto in gran parte dopo il lavoro, saccheggiando le ore alla calura pomeridiana dell’estate 2019, con le mie figlie che mi aspettavano al centro estivo. Scrivevo di infanticidio e mezz’ora dopo le andavo a prendere e le portavo a mangiare il gelato alla fragola. Molte madri sanno cosa significhi l’altalena emotiva e fisica, l’esercizio devastante, e anche appagante, cui la cura dei figli, i ritmi di lavoro, i tempi contingentati, ci costringe. Basti pensare allo smartworking in quarantena, alle Dad, alla scuola in bilico, un tunnel da cui noi genitori non siamo ancora usciti.
Anche le donne che non sono madri (alcune delle quali mi hanno attaccata duramente per quell’articolo) conoscono la fatica dell’altalena incessante, è vero, ma la sperimentano attraverso altri canali, e altri umori.
Come persona, oltre che come professionista, mi interessa l’origine delle cose, e da dove sgorghino. L’avversaria mi ha attraversato, si è presa pezzi di me, e non avrebbe potuto essere diversa da come è: il risultato non sta a me giudicarlo, il percorso è stato micidiale e incredibile come una nascita.

 

Cosa significa scrivere quando ventiquattro ore non sono sufficienti, tra impegni di lavoro e il tempo sottratto dalla genitorialità?

Scrivere oggi, compressi tra il lavoro e le esigenze dei figli, è come quando da bambino ti danno un bel disegno da ritagliare con le forbicine: al posto della sagoma della mela resta un buco sul foglio, e non puoi chiedere altri fogli perché sono finiti, però gli scarti non te li leva nessuno. A te la scelta se colorare anche quelli e continuare il gioco, o buttarli nel cestino.

 

Come è nata l’esigenza di raccontare una storia tanto plausibile? Credo che molte madri si riconosceranno nelle debolezze della protagonista, anche se nella maggior parte dei casi non lo ammetteranno.

Per lavoro (sono psicologa e giudice onorario minorile, mi occupo da diversi anni di bambini e famiglie) e non solo, mi sono spesso interessata alle ombre che possono orbitare attorno al puerperio e più generale alla maternità, ma non avevo mai pensato di scriverci un romanzo.
L’occasione è venuta grazie all’incontro con Giulio Milani, direttore editoriale della Transeuropa edizioni, che aveva da poco lanciato la collana Wildword, di cui il mio romanzo fa parte.
Dall’incontro con le competenze di Giulio è nata in me l’esigenza di raccontare una maternità scomoda, che si smarcasse dall’idealizzazione e planasse sulla nuda terra di legami familiari ambivalenti e disturbanti. Ѐ nata così L’avversaria.
Il romanzo prende le mosse dal notissimo caso di cronaca che ha visto la signora Annamaria Franzoni prima accusata e poi condannata per la morte del figlio minore Samuele, a Cogne, nel gennaio 2002.
Io non ero però interessata ad aprire la porta della villetta di Cogne, ma quella di una casa, di una famiglia, come ce ne sono tante.
La protagonista del mio romanzo non è la signora Franzoni, ma è semplicemente una madre: a un certo punto, la sua storia compie una curva solo in parte inaspettata. Cosa influenza questa storia, questa madre? Volevo lasciare il lettore libero di rifletterci.
Ѐ stato difficile trovare un equilibrio nella scrittura, perché desideravo che questa donna non apparisse né del tutto come vittima né del tutto come carnefice.
Più che un personaggio volevo raccontare una persona, con una sua consistenza, una sua determinazione, una sua forza e una sua origine. Certamente è anche una vittima, del contesto, del marito e di molte situazioni che l’hanno preceduta, e inseguita.
D’altra parte non volevo nemmeno fosse percepita soltanto come un mostro, una carnefice, perché sarebbe stato troppo facile, per il lettore, allontanarsi da lei pensando, ad esempio: «Ѐ una pazza, io non sarò mai così, a me non potrebbe mai succedere!».
Io desideravo invece che il lettore la sentisse pericolosamente vicina e che non potesse mettere troppe barriere fra se stesso e questa madre: la protagonista è un mostro e contemporaneamente non lo è, ed è estremamente umana proprio all’apice della sua mostruosità.
Ho scritto un testo perturbante, duro da digerire, che non lascia tranquilli o indifferenti. Ѐ un romanzo che gioca molto sul filo dell’ambiguità e dell’ambivalenza, che per loro natura sono meccanismi molto difficili da tollerare. Ero determinata a insinuare nel lettore, nella lettrice, il dubbio che a determinate condizioni, estreme, sfavorevoli, chiunque avrebbe potuto trovarsi nella situazione dell’Avversaria, una madre qualunque. Se io ci sia riuscita o meno non sta a me dirlo.
Perché l’ho fatto, perché insinuare un simile dubbio?
Penso che il mio sia stato anche un atto di denuncia, per gridare la solitudine di molte, troppe madri.
C’è chi, attraverso i social, i blog, usa l’ironia per raccontare le difficoltà cui la genitorialità ti pone di fronte nella società odierna. Io con l’ironia non ci so fare, e allora, a modo mio, quello della principiante, dell’esordiente, ho usato la letteratura. E se anche una sola donna, una sola madre, attraverso questo testo, si sarà sentita meno sola, meno mostruosa, e sarà riuscita a guardare in faccia i propri impulsi più indicibili, più inespressi, avrò raggiunto il mio scopo.
Nella solitudine le ombre si allungano, i fantasmi si fanno pericolosi: è solo attraverso la possibilità di metterli in parola (benedetti siano i professionisti che se ne occupano, ma anche i gruppi di donne che si ritrovano dopo una nascita, che ridono dei figli, che non si trattengono dal dissacrare una maternità troppo spesso decantata e patinata) e perché no, anche di leggerli in un romanzo come il mio, che si possono placare.

 

Stai scrivendo altro?

Non sto scrivendo adesso, le scuole sono chiuse da febbraio, il lavoro invece non si è fermato, e io di notte non ho mai combinato granché.
Forse, dopo L’avversaria, avevo bisogno di un bel respiro, di storie che non mi rimanessero attaccate alla pelle. Tanto quelle ritornano da sole, prima o poi, e mi vengono a cercare: io le lascio lì, ad aspettarmi, fino a quando non si faranno buttare giù con urgenza fra gli appunti del cellulare, nell’abitacolo della mia macchina.

Intervista a cura di Roberto Addeo

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Michela Srpic (Trieste, 1979) è laureata in Psicologia Clinica all’Università “Carlo Bo” di Urbino, vive e lavora a Trieste, dove si occupa di bambini, adolescenti e famiglie, anche come Giudice Onorario presso il Tribunale dei Minori. Ha svolto progetti sullo sviluppo dell’intelligenza emotiva nei bambini e coordinato sportelli e gruppi di sostegno alla genitorialità nelle scuole triestine. È sposata e ha due figlie. Per la casa editrice Transeuropa ha pubblicato L’avversaria, il suo primo romanzo.

L’avversaria di Michela Srpic, Transeuropa, 2019, pagg. 224, euro 16,90.

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