Stephen Spotswood anteprima. La fortuna aiuta il morto. Un caso per Pentecost e Parker

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Stephen Spotswood è uno sceneggiatore. In America è conosciuto, soprattutto, per il suo lavoro riguardo ai reduci delle guerre in Afghanistan e in Iraq.

il suo primo romanzo, La fortuna aiuta il morto. Un caso per Pentecost e Parker, è pubblicato oggi in Italia da Mondadori per la traduzione di Manuela Faimali.

Si tratta di un giallo storico, per tanti versi simile a Vizio di forma di Thomas Pynchon. Anche qui sono implicati medium e situazioni rocambolesche, che si susseguono incessanti.

La differenza sta nel linguaggio che, in questo caso, si fa più asciutto e serio. Non siamo nei lisergici anni Sessanta e non siamo nella soleggiata Los Angeles, come capitava all’investigatore Nick Sportello.

Qui siamo nella fredda New York e, soprattutto, siamo nel 1942.

L’ombra della Guerra incombe sulla vicenda e sembra, a tratti, un mondo in cui gli uomini migliori sono andati al fronte.

Per questo sembra che alle donne finalmente sia concessa la possibilità di emergere.

In una notte come tante, la circense Willowjean Parker, incontra l’investigatore privato più famoso e controverso della città: Lillian Pentecost. Lillian è una distinta signora in tailleur che, a causa di una malattia degenerativa, si aggira sostenendosi con un bastone.

Nasce così un duo singolare, dove alla sagacia e all’intelligenza deduttiva della Pentecost si amalgama la destrezza e l’abilità della Parker.

Il racconto che ne deriva è appassionante e ricco di colpi di scena.

Si tratterà di capire chi ha ucciso Abigail Collins, una ricca signora con una figlia conturbante di cui la Parker sembrerà invaghirsi.

Pierangelo Consoli

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La cantante era avvolta fino alle caviglie in un abito tenuto insieme dai lustrini e da una preghiera. Stringeva il microfono come se fosse una cima di salvataggio e incrociava lo sguardo di tutti gli avventori del locale nonostante la densa coltre di fumo di sigaretta e marijuana, struggendosi per la vita, la morte e le scelte difficili che compiamo nel mezzo.

Il palco era angusto come una cabina telefonica, eppure riusciva a condividerlo con un batterista, un sassofonista e un pianista, oltre a un fagiolino d’uomo che strimpellava un contrabbasso. I presenti ondeggiavano seguendo la musica che pervadeva il locale.

Il club era un seminterrato senza insegne proprio al confine con Harlem, di quelli che un tempo si trovavano sparsi per tutta la città ma erano stati costretti a trasferirsi per colpa degli affitti alti e dei vicini ficcanaso.

Non ero mai stata lì, però ne avevo sentito parlare. Era famoso come una sorta di limbo notturno che appagava persone di ogni colore e predilezione. Tutti erano i benvenuti, a patto di pagare l’ingresso, comprare da bere, applaudire al momento giusto e non creare problemi.

Quella sera gran parte degli avventori, oltre alla cantante e alla band, veniva da Harlem. Il buttafuori e metà dei dipendenti avrebbero pagato il funerale di Charlie Silverhorn, il cantante jazz che era stato trovato morto con un ago nel braccio all’inizio della settimana.

Becca aveva riservato un tavolo d’angolo in fondo al locale. Non era nuova da quelle parti. Il muscoloso buttafuori la salutò chiamandola per nome e tutti i camerieri le facevano dei sorrisoni sperando in una mancia. Sembrava nel suo elemento.

«La trovo in splendida forma» mi disse, sorseggiando il cocktail della casa, in pratica un gin liscio con una spruzzata di soda.

«Grazie» risposi. «Anche lei non è niente male.» A essere onesta, non c’era gara. Immaginatevi Veronica Lake in… be’, più o meno in qualsiasi film, per farvi una mezza idea dell’aspetto di Becca quella sera.

Indossava un abito di raso rosso che arrivava appena sopra le ginocchia con una scollatura vertiginosa sulla schiena. A completare il tutto, sfoggiava tacchi in tinta e un paio di orecchini di perla.

Mentre aspettavo che lei passasse a prendermi, mi ero cambiata una mezza dozzina di volte. Il fatto di non sapere esattamente dove saremmo andate rendeva la decisione più difficile del necessario. Era un appuntamento, le serviva un’accompagnatrice, o stava cercando un modo per rivelarmi quello che aveva taciuto l’altro giorno? Era in cerca di sex appeal o avrei dovuto mostrarmi più mascolina?

Possedevo un abito attillato color foglia di tè, con uno spacco laterale talmente ampio da essere illegale in alcuni Stati, con cui avrei fatto bella figura in qualunque club di Manhattan. Ma avevo appena trascorso otto ore con una longuette. Ero stanca di vestirmi per fare bella figura.

Avevo optato per un paio di pantaloni e una giacca gessata blu scuro con due bottoni, realizzata dallo stesso sarto italiano che gode della fiducia incondizionata di Lillian Pentecost. Il taglio ingegnoso dava l’illusione che avessi i fianchi. Tra l’altro, avevo fatto cucire una tasca speciale nella fodera, sulla sinistra, più o meno all’altezza delle coste. Era delle dimensioni giuste per la mia calibro 38, che avevo riposto con cura all’interno. Sotto, indossavo una camicia bianca scollata, e ai piedi avevo décolleté di cuoio nero con cinque centimetri di tacco. Mi avrebbero slanciato senza intralciarmi nel ballo. In più mi conferivano un’andatura che attirava l’interesse di donne e uomini in egual misura.

A quanto pare non mi sarei dovuta preoccupare di sfigurare. Lì non ero l’unica donna con un completo di sartoria, e Becca e io non eravamo le uniche donne a dividere un tavolo. Il club sembrava davvero un territorio neutrale.