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Male a Est. Intervista ad Aandrea Simionel

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Con Le Tre Domande del Libraio, questa settimana su Satisfiction, torniamo ad indagare un titolo della fortunata collana Incursioni. Si tratta di ‘Male a Est’ , ultimo romanzo uscito per il 2022 appunto nella Collana Incursioni di Italo Svevo Edizioni curata da Dario De Cristofaro. A scriverlo Andreea Simionel, giovane ventiseienne di origini rumene che vive a Torino, e che rievoca la sua storia di migrazione, con l’Italia come luogo d’approdo mitizzato. Il libro è proprio la storia di Andreea che vive, inizialmente, in Romania con la madre e la sorella mentre il padre, per lavoro, è emigrato a Torino. Fino a quando quel paese, l’Italia,  vissuto prima attraverso i programmi televisivi e i giochi e i pacchi ricevuti, non diventa la sua nuova casa.

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Ti faccio un paio di domande per capire come entrare col giusto passo in
 in questo romanzo. Allora, la prima domanda è molto semplice: ci racconti il tuo rapporto con la casa editrice Italo Svevo,  quale è stato il tuo percorso nella scrittura prima di arrivare a Incursioni, e, prima ancora, se ci spieghi l’importanza salvifica che ha avuto, al momento del tuo arrivo in Italia, la ricerca di un linguaggio e una voce.
S.
Ricordo che tredici anni fa, poco dopo il mio arrivo in Italia, scrivevo tantissime lettere. Le indirizzavo a professori, amici e persino ai miei genitori, ma non le consegnavo mai. Preferivo scrivere piuttosto che spiegare o litigare o parlare. Con gli anni la scrittura è diventato il mio canale di comunicazione primaria. Sicuramente questo ha contribuito a cercare e trovare una mia voce in italiano. Cinque anni fa ho iniziato a pubblicare racconti su varie riviste, tra cui «l’inquieto», «Altri Animali» e «verde». Nel 2018 ho pubblicato il racconto “Cara vita” sul settimo numero di «effe» e ho conosciuto Dario De Cristofaro. Lui è stato uno dei primi a credere in me, quando non c’era quasi nulla in cui credere, a parte qualche sporadico lampo nei racconti, e a dirmi che la mia lingua era uno strumento di cui dovevo entrare in possesso e domare. È nato un rapporto di reciproca fiducia e stima e quando sono finalmente approdata al romanzo Incursioni era la strada giusta. 

Al netto del fatto che ci troviamo di fronte a un romanzo sulle conseguenze emotive dell’emigrazione, ci vuoi raccontare perchè questo titolo di “Male  a Est” e , più in generale, come è nata l’idea di questo romanzo e chi sono i personaggi che animano la narrazione?

L’idea nasce in pieno lockdown, mentre sono seduta sul divano di casa a leggere “Bassotuba non c’è” di Paolo Nori. Mi sembra che il personaggio, Learco Ferrari, abbia male a tantissime cose: male alla fidanzata, male alla vita, male alla scrittura, male al lavoro di magazziniere. Mi metto in testa che tutti i libri si possano ridurre al loro male e anche io voglio avere il mio. Come prima cosa nasce il titolo, Male a est, ovvero l’idea di una malattia emotiva dovuta all’immigrazione.

Per dimostrarlo mi serve una famiglia: la madre fa l’agente di commercio e vive sola con le sue due figlie; il padre è assente, emigrato in Italia; la sorella è forte e decisa, senza toni di bianco o grigio; la protagonista ha dieci anni e se ne sta in disparte a osservare la sua vita, mentre viene presa e scambiata per un’altra; il cane ha paura di essere lasciato indietro. Vivono in una bella casa, hanno un’esistenza qualunque. Voglio prendere tutto questo e distruggerlo, capovolgerlo al loro arrivo in Italia: la casa, la lingua, il lavoro, tutto deve crollare. Quindi descrivere questa distruzione emotiva facendola evincere in ogni frase e in ogni scena, senza mai dire le parole: ho male.

Da una parte un paese difficile come la Romania, che però in quanto casa protegge, e dall’altra il nostro di paese, che non sempre accoglie  e integra con i giusti accorgimenti. Sono tante ormai le voci non madrelingua che costellano il panorama della letteratura italiana, ci vuoi dire in quale orizzonte culturale di letture e di predilezioni si situa la tua scrittura ibrida oggi?

Sicuramente ho una predilezione per gli scrittori non madrelingua che guardano all’italiano da lontano e lo arricchiscono, come hanno fatto Elvis Malaj, Jana Karsaiova, Nadeesha Uyangoda, Esperance Hakuzwimana, a cui mi sento affine per ricerca linguistica o per i temi. Stiliana Milkova invece è una bulgara che ha scritto in italiano un libro di racconti, “Storia delle prime volte”, pubblicato con Voland. Ma non devono per forza essere non madrelingua. In generale mi attraggono sempre quegli autori che sono in grado di fare un passo indietro rispetto alla propria lingua e guardarla da un punto di vista di non possesso, come ha fatto per esempio Vitaliano Trevisan.

Buona Lettura,  a questo punto con ‘Male a Est’ di Andreea Simionel e i meravigliosi libri della Collana Incursioni di Italo Svevo.

Antonello Saiz

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