Amilcar Bettega. Lasci la stanza com’è

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La cosa più importante quando scrivo è cercare di avvicinarmi il più possibile a descrivere qualcosa di indescrivibile”. Queste sono le parole di Amilcar Bettega in un’intervista alla rivista SciELO edizione brasiliana e riassumono perfettamente la sensazione che si prova leggendo “Lasci la stanza com’è” (Del Vecchio Edizioni, pag. 201 traduzione di Daniele Petruccioli). In tutti i quattordici racconti c’è qualcosa di indescrivibile, di inafferrabile, di onirico e malinconico, tra il reale e il fantastico, tra l’ironia e l’ossessivo. Ogni racconto si apre a diverse interpretazioni e ogni lettore può trovarci la propria.

Un uomo prende un treno per uscire dalla città ma non è in grado di lasciare il perimetro urbano. In un posto non definito c’è un terribile virus (vi ricorda qualcosa?) e la speranza di una guarigione arriva sotto le spoglie di un fiume. Una casa ridisegna la sua architettura come se fosse viva.

Sono racconti di atmosfere. Di straniamento. Completamente imprevedibili.

Alcuni di loro hanno sfumature più realistiche, altre più kafkiane, in tanti inducono il lettore a mettere in discussione la sanità mentale (o l’onestà) del narratore. “Non mi interessa scrivere prendendo per mano il lettore. No, non ha alcun senso per me.” – Spiega Amilcar Bettega alla rivista Rascuho “Io voglio creare una storia che fa pensare, che pone domande, non solo sulla trama ma anche sulla sua forma, sul modo in cui è organizzato, su come è costruita la lingua.” Di questo si è interrogato molto anche Daniele Petruccioli nella lunga e interessantissima postfazione intitolata Itinerari di Traduzione: “Le parole su cui ho lavorato fino adesso, il vuoto, l’eco, il silenzio, la lontananza, pur essendo presenti nella scrittura, non sono il centro armonico di questi racconti. Il centro vero, dove la mano dell’artista è intervenuta con più sicurezza, è più nascosto. Si trova dietro le metafore di superficie. Sta nella ripetizione ossessiva di certe parole di passaggio, in certi giri sintattici che tornano. Parole come «quelli», «gli altri», «loro», «cani» e «bambini». Parole come «muro», «finestra», «porta», «portone», «cancello».”

L’attenzione al dettaglio e all’uso delle parole è una delle caratteristiche di Carver, che Amilcar Bettega ha deciso di omaggiare inserendo una sua frase come titolo del libro. “Ho un debito con tanti scrittori, Carver è un grande maestro ma non è l’unico.” racconta l’autore al sito Armadillo Furioso in un’intervista quando era in italia. “Da Carver, ho ereditato il suo stile esatto, sintetico e asciutto. Non ho ereditato le tematiche perché lui è realista e io, invece, dal realismo tendo a fuggire”

Non c’è solo Carver tra i maestri di Bettega, alla rivista Rascuho ha raccontato che ama molto anche Cortázar e Beckett ma il libro che gli ha cambiato la vita è stato il processo di Kafka. “Leggerlo è stato brutale, mi ha toccato. Mi ha davvero trasformato. Leggere il processo mi ha fatto rompere con la vita che stavo vivendo.”

Amilcar Bettega ha iniziato a scrivere tardi, in una crisi esistenziale molto forte “L’idea di scrivere non mi era mai venuta in mente. Fino a quando avevo 26 anni (ho detto 26 anni!) Non avevo mai scritto quasi nulla prima e ho iniziato a farlo senza alcuna previsione, senza avere alcun progetto. Un giorno – all’improvviso – mi sono ritrovato a scrivere una storia di una trentina di pagine.”

Probabilmente la scrittura di Amilcar Bettega è così libera e originale proprio perché l’autore ha iniziato in maniera istintiva, ha scelto delle guide (Kafka, Carver e altri) ma il suo stile è decisamente originale e indipendente. Solo lui avrebbe potuto scrivere i quattordici racconti di “Lasci la stanza com’è” e portare il lettore in mondi dove ci sono incontri con strane duchesse e uomini con coccodrilli appoggiati comodamente sulla schiena. Dove l’imprevisto, l’insolito e l’assurdità costituiscono la normalità, creando nuove quotidianità talmente verosimili che alla fine del libro è inevitabile che il lettore si domandi quale animale abbia lui, sulla schiena.

Michele Crescenzo