Amy Hempel, Nessuno è come qualcun altro

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Quindici racconti che hanno la forza ognuno di un romanzo: sono storie brevi, alcune brevissime, anche di sette pagine, mentre il principale è quasi metà di questa raccolta di Amy Hempel, tra le maggiori scrittrici americane contemporanee finalmente riscoperta anche in Italia dalla casa editrice Sem (Società editrice milanese) che ne sta editando tutte le opere sino ad oggi disgregate tra diversi editori (a Serra Riva a Mondadori).

Un’operazione culturale che davvero merita – come tutti i libri di questa casa editrice che si sta imponendo grazie ad autori come David Leavitt o Antonio Moresco (autore di un capolavoro come “Canto di D’Arco” del quale scriveremo presto – perché Amy Hempel è l’erede di Raymond Carver, il grande scrittore americano capofila del “minimalismo”.

Anche se la scrittrice è più vicina a quello che lo stesso Carver definiva “perfezionismo”: infatti ogni racconto della Hempel è una scultura di carta, ogni frase è cesellata e rimane scolpita nel cuore, anche a libro finito. A differenza di Lucia Berlin – altra scrittrice riscoperta in Italia da poco grazie a Bollati Boringhieri Editore- è più vicina a Cechov, Amy Hempel ha uno stile del tutto personale: certo ci sono echi di un’altra grande come Grace Paley (l’autrice dell’incredibile “Tanto vale vivere”, già il titolo racconta un mondo) ma è assolutamente unica nel suo modo di raccontare, di saper fotografare la realtà attraverso parole che diventano immagini.

È come se fossimo lì, accanto a lei e ai protagonisti delle sue storie. In questo sta la sua grandezza: non è una scrittrice ombelicale, di quei talenti che si perdono raccontando se stessi e quindi troppo personali per i lettori: tra queste pagine ci si immedesima, in ogni racconto ci insegna a leggere tra le righe della vita.

In questi quindici racconti “la dea degli scrittori”, come è definita negli Stati Uniti, i protagonisti sono figure solitarie e alla deriva che hanno cuori danneggiati e sono perseguitati dal dolore, ma soprattutto lottano per perdonare se stessi e gli altri.

Ne “La chicane” l’incontro di una donna con un attore francese suscita ricordi legati a una zia suicida, incapace di trovare stabilità in amore e nella vita. In “Un rifugio con tutti i servizi” una volontaria di un ricovero per cani si prende cura con devozione degli animali da sopprimere. In “Greed” una moglie respinta esamina la relazione di suo marito con una donna affascinante e anziana. E in “Cloudland” la storia più lunga della raccolta, una donna rimugina sulla scelta fatta da adolescente di rinunciare al suo bambino. Seducenti e inquietanti, tenere e cupamente divertenti, queste storie sono piene di rivelazioni inattese, narrate con lo stile singolare e inimitabile di Amy Hempel.

Come quando scrive: “Innamorarsi. Tutti pensano che sia questo che vogliamo sentirci dire. Ma io non voglio innamorarmi. Non voglio un’avventura sentimentale, ma l’amore – certo, che venga pure. In un’altra forma. Non un uomo e non una donna. Un animale, un luogo o una causa. Mi piacerebbe innamorarmi ancora di tutte queste cose”

Amy Hempel ha l’abilità di creare una corrispondenza tra la resa stilistica di un’atmosfera (come il lento incedere del tempo, persino quello della morte) e l’emozione nel creare un continuo riverbero della realtà con fallimenti, rimorsi, gioie inaspettate e compromessi personali mai compiuti. Una scrittrice assolutamente da leggere perché non ci fa cambiare soltanto pagina, ma in qualche modo ogni suo libro ci cambia la vita facendoci ricordare la deriva esistenziale che, troppo spesso, ci fa dimenticare di essere (umani) persi come siamo.

In Italia dimentichiamo sempre che le voci degli scrittori stranieri e del loro successo dipendono moltissimo dalle traduzioni. Per questo anche grandi classici sono troppo spesso più citati che letti: perché, soprattutto negli anni passati, pochi traduttori erano sommersi dal lavoro e, di conseguenza, ogni autore era reso in italiano con il medesimo stile.

Si pensi alla compianta Fernanda Pivano che, pur avendo avuto il merito di farci scoprire tanti capolavori dall’altra li ha “livellati” rendendoli spesso tutti uguali: si pensi alle sue traduzioni di Hemingway, Francis Scott Fitzgerald, Jack Kerouac. Per questo sarebbe il caso di rileggere le nuove traduzioni che cambiano del tutto, rendendoli moderni, di molti romanzi.

Basti leggere proprio “Il Grande Gatsby” di Fitzgerald: da poco da Bompiani lo ha pubblicato con la traduzione di Enrico Rotelli, collaboratore per anni di Fernanda Pivano, che pur assorbendo la sua influenza ha modificato moltissimo questo romanzo di culto rendendolo più vicino alla scrittura originale.

Come scrive lo stesso Rotelli nella postfazione che chiude il libro “tradurre è come suonare una sinfonia in chiave diversa” e in questo caso l’allievo ha superato la maestra Pivano perché ne ha restituito il lirismo dell’originale: un racconto su quanto sia difficile scappare da ciò da cui proveniamo.

E siamo certi che il traduttore abbia preso in considerazione anche le influenze del “Trimalcio”, la prima stesura originale del romanzo dal quale è stato tratto il film con protagonista Leonardo Di Caprio, una pellicola spesso accusata di essere “carnevalesca” perché i critici cinematografici hanno dimenticato che proprio la prima edizione era pirotecnica e quasi circense, una sorta di Marziale postmoderno.

Un’altra opera che è assolutamente cambiata è “Il grande sonno” di Raymond Chandler, l’inventore dell’investigatore Philip Marlowe (poi interpretato sul grande schermo da un immenso Humprey Bogart): la nuova traduzione di Gianni Panoffinon(in libreria da pochi giorni per Adelphi Edizioni) è la prima veramente leggibile apparsa in Italia.

Le moltissime edizioni precedenti erano a dir poco scadenti, con un linguaggio superato ma soprattutto ben lontano dall’originale americano. “Il grande sonno” è così diventato completamente un altro libro, leggibilissimo, perché è stata tolta la polvere a traduzioni che erano troppo pedanti, quasi tradotte alla lettera con il risultato che le atmosfere di Los Angeles sono state restituita al suo realismo sporco, con un linguaggio forbito ma che si sporca le mani nei bassifondi di una metropoli dove l’investigatore si muove tra i bassifondi dell’animo umano. Le sue indagine “gialle” diventano finalmente investigazione sociologica che restituisce tutti i meriti a Chandler, tra i più grandi “giallisti” americani di sempre.

Amy Hempel
Nessuno è come qualcun altro
SEM Società Editrice Milanese, traduzione di Silvia Pareschi, pagg. 156, euro 17