David Szalay, Turbolenza

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Meritatamente celebrato per il suo precedente romanzo (Tutto quello che è un uomo), David Szalay ripropone un altro testo circolare, di notevole suggestione, costituito da brevi racconti connessi fra loro (il personaggio, apparentemente marginale, che entra in scena per ultimo, riceve il testimone e diventa il protagonista del segmento narrativo successivo) formando una storia il cui sostrato comune è l’innocenza crudele del mondo, la sua carica distruttiva, non provvidenziale, ma del tutto casuale, che può essere contrastata, ma mai vinta, solo dalla resilienza umana, dall’indulgenza comprensiva per la debolezza del prossimo, dalla sospensione aerea della raffinata scrittura: uno stile che galleggia elegante tra Mitteleuropa e America (lo scrittore è un canadese con cittadinanza ungherese).

Le variabili nello spazio, nel tempo, nei nomi, sono il flusso, l’impermanenza dell’io, la caducità dell’esistenza. L’Essere, il fondamento, il sostrato, ciò che resta immutabile è la scrittura, il racconto che fissa l’essenza, venendo a patti con il divenire, e mettendolo con le spalle al muro.

Senz’altro un’opera breve di qualità.