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Inedito. Carla Magnani. Uno qualunque

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Carla Magnani

La ferocia non è qualcosa che si sente, che si immagina, che si prova: la ferocia sono queste tre sensazioni che ti entrano dentro. E non ti danno (s)campo: è come entrare in un territorio che appare sconosciuto, lontano da ogni parvenza di territori dell’umano, da ogni antenna di ricezione dei sentimenti.

In questo racconto inedito – concesso a Satisfiction – Carla Magnani dimostra di essere la nuova e potente voce di un noir italiano capace davvero di farci sentire tra i delitti di una “camera chiusa” – alla Agata Christie – e le atmosfere di chi riesce attraverso la scrittura ad aprire le porte di quella “camera chiusa” – per far entrare l’orrore.

Orrore che in Carla Magnani non è mai urlato, splatterato: non c’è bisogno.

La tensione corre sul filo di ogni parola, facendoci comprendere che, troppo spesso, senza comprenderlo, il vero orrore è dentro noi stessi.

Gian Paolo Serino

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Per tutti sono uno qualunque. Un Mario Rossi nell’onomastica italiana. Privo di spessore, trasparente, in cerca della propria ombra.
Ho vissuto anch’io credendolo sino a quando mi sono accorto di esistere. Non per gli altri, per me stesso.
Non sono né bello né brutto, né alto né basso, né vecchio né giovane.
Figlio in mezzo a una confusione di figli passavo inosservato. Nell’indifferenza ho imparato non ad amare, non si ama il prossimo se non si ama se stessi, ma a odiare.
Il Bene e il Male contrapposti, da sempre. Ho preferito dedicarmi a quest’ultimo. Sono per l’adrenalina che le cose più difficili e rischiose riescono a dare.
Del resto fare del bene non è così complicato. Elargire elemosina, porre attenzione ai più deboli, comportarsi da perfetti cristiani.
Non è detto che tutto ciò garantisca un ritorno. Spesso è frainteso, ostacolato sino alle estreme conseguenze. Un esempio? Gesù e i suoi miracoli. Se invece di moltiplicare i pesci e il vino avesse fatto scomparire ogni cibo e ogni bevanda costringendo alla fame e alla sete i presenti, o se invece di far tornare alla vita Lazzaro avesse ucciso senza muovere un dito un uomo sano, giovane, grande e forte davanti a testimoni, pensate che sarebbe stato perseguitato e avrebbe fatto quella fine? Non credo proprio.
La bontà può suscitare timori, non paura.
Il male atterrisce e rende gli altri docili.
Per arrivare alla malvagità bisogna coltivarla con cura, come un’arte, affinarla nel tempo. Occorrono dedizione e lucidità. Diventa un impegno giornaliero non di poco conto.

Devo ammettere che io sono stato facilitato. Avevo in famiglia dell’ottimo materiale su cui esercitarmi.
Ho iniziato con i genitori. A loro spettava la precedenza.
Non sono un tipo da armi. Le parole mi sono sufficienti se supportate, all’occorrenza, da indizi.
Con mio padre ho sfruttato la sua innata gelosia nei confronti della moglie.
Giorno dopo giorno ho insistito, ma con furbizia, nell’infondere in lui il tarlo del tradimento. Bigliettini con falsi appuntamenti, uscite della mamma e ritardi nel rientrare. Ero diventato esperto nel costruire prove fasulle. Per lui era più facile credere alle mie bugie che ai suoi disperati tentativi di negare. Con il trascorrere del tempo sono  passati dai litigi ai fatti. Violenze taciute per pudore e per false speranze di riconciliazione sino al giorno del non ritorno. Mio padre la uccide, di notte, soffocandola con il cuscino e si getta dalla finestra.
Da quel momento non siamo più una famiglia, ma orfani da seminare un po’ qua e un po’ là.
Io cresco in un campo di gramigna. Non un pentimento. L’odio mi fa compagnia.
In quella specie di lager dell’orfanotrofio non ho amici. Troppo fragili. Bambocci da manovrare come burattini. Senza spina dorsale. È quasi noioso spingerli l’uno contro l’altro, ma non ho diversivi più stimolanti a cui dedicarmi.
In un pomeriggio di pigrizia estiva riesco a far scoppiare una rissa tra quattro ragazzi. Due contro due. Ho creato in ognuno di loro l’illusione di uscirne vincitori. In realtà non saranno mai dei capi. Non ne hanno le palle.
Inaspettato, un pugno più forte degli altri e ben centrato, uno cade a terra e non si rialza. Ha battuto la testa. Non resta che constatarne la morte. Unico colpevole: quello che lo ha sferrato. Io non vengo preso in benché minima considerazione.
La mia vita, anche da adulto, è un susseguirsi di tali avvenimenti.
Segugio solitario scelgo la preda e agisco restando in disparte. Non ho bisogno di mostrarmi. Io basto a me stesso.
Solo la sofferenza altrui mi eccita sino all’orgasmo.
Nessuno mi nota. Entro nei miei crimini e ne esco indisturbato.
Per tutti gli altri rimango uno qualunque.

Carla Magnani

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