Inedito. Margherita Carbonaro. La voce di Regīna

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Il pozzo, scritto da Regīna Ezera, uscito in Lettonia nel 1972 e pubblicato in Italia da Iperborea nell’autunno 2019, è considerato uno dei capolavori della letteratura baltica. E’ stato tradotto da Margherita Carbonaro che ne ha firmato la postfazione e oggi regala a Satisfiction uno splendido inedito dal titolo La voce di Regīna, in cui racconta ai lettori la figura dell’autrice del romanzo, Regīna Ezera, la sua voce e il contesto in cui scrisse questa storia riguardante un’amore irrealizzabile (quello tra Laura e Rūdolfs) «tanto quanto l’amore di Regīna per il drammaturgo Gunārs Priede, la cui casa stava proprio sulla riva opposta della Daugava – ma si potrebbe dire del lago, della Biscia…. Amore irrealizzato perché lui non ricambiò i suoi sentimenti.» Lo specchio d’acqua del romanzo, ci spiega Margherita Carbonaro, è chiamato la Biscia, in lettone Zalktis, che nella mitologia e nella tradizione popolare baltica è un animale sacro e benefico intermediario fra il mondo dei vivi e l’aldilà. Margherita Carbonaro ci racconta nell’inedito La voce di Regīna, una delle massime voci dell’intera letteratura lettone, maestra indiscussa del silent drama, all’altezza della migliore produzione europea del secondo Novecento. E ci fa assaporare in particolar modo tutta la passione e l’amore per il lavoro di traduzione che permette alle barriere linguistiche di essere superate e alle storie di essere conosciute in altri Paesi così che nuove parole possano viaggiare emozionando altre menti, altri luoghi, altre vite. «Sentire la sua voce (di un autore amato) assumere una diversa cadenza, vestirsi di altre combinazioni di consonanti e vocali, assumere un ritmo e suoni inconsueti.» – Nel tratteggiare la voce della grande dame della prosa lettone, Margherita Carbonaro ci fa comprendere come le opere di Regīna Ezera si distinguano particolarmente per la spiccata raffinatezza psicologica e la struggente tensione e ancora ci fa conoscere i rumori scritti sulla pagina, i suoni e i sussurri del regno di Zalktis, della Biscia, perché attraverso quei suoni e quei rumori, anche, possiamo comprendere l’autrice e il suo paesaggio interiore.

Silvia Castellani

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La voce di Regīna

È una serata di novembre e davanti al pubblico raccolto in una saletta del museo di Tome, in Lettonia, leggo ad alta voce in italiano: «Era il momento che separa il giorno dalla notte. Mentre Rūdolfs si avvicinava a casa Tomariņi, davanti ai suoi occhi il sole calava piano e scompariva dietro l’orizzonte. Solo una striscia di luce si irradiava ancora in lontananza, e la prima stella accese in fretta la sua lanterna opaca. Sullo sfondo del cielo ancora roseo e chiaro emersero gli edifici, maestosi e pesanti come barconi carichi, e solo quando Rūdolfs li ebbe raggiunti vide con stupore come tutto lì fosse in realtà decrepito…». Mentre leggo, vedo davanti a me facce attente e concentrate, come se seguissero ogni parola. Poi una voce comincia a sua volta a leggere, in lettone: «Bija tas brīdis, kas atdala dienu no nakts…».

È l’inizio del romanzo Il pozzo (Aka) di Regīna Ezera, uscito in Lettonia nel 1972 e pubblicato in Italia da Iperborea nell’autunno 2019. Rūdolfs, medico di Riga, trascorre le sue vacanze estive in riva a un lago. Poche pagine dopo la prima scena, dominata dalla luce crepuscolare della tarda estate del nord, Rūdolfs incontrerà Laura, insegnante in una scuola di campagna, giovane donna schiva e gravata da una malinconia oscura la cui origine, dovuta a una dolorosa vicenda familiare, si chiarisce a poco a poco nel corso del romanzo. Laura vive con i due bambini, la suocera e la cognata nella grande casa, aggredita dal tempo, a cui Rūdolfs si avvicina nel «momento che separa il giorno dalla notte». I fili dell’attrazione fra i due, che non possono e non potranno mai unirsi in un legame, percorrono tutto il romanzo. Ezera è maestra nel creare una tensione fortissima e insieme lieve, spezzata da intervalli ed episodi allegri o addirittura buffi, per esempio quando mette in scena i bambini o la gente di campagna.

Margherita Carbonaro

Se ho accennato a quella presentazione della traduzione italiana del Pozzo in Lettonia non è stato per mettere in rilievo me, ma per sottolineare il potere del tradurre. Da molti anni traduco letteratura tedesca, ma l’occuparmi ora anche di una letteratura, quella lettone, così poco conosciuta all’estero mi fa capire ancora meglio cosa significhi permettere a un testo, a un autore, di parlare in un’altra lingua. In questo caso, cosa significhi non solo per il lettore italiano, ma anche per quello lettone: sapere che il proprio mondo letterario, poco noto a causa di una barriera linguistica, potrà essere finalmente conosciuto. Sapere che un autore amato potrà essere finalmente letto anche in altri paesi. Sentire la sua voce assumere una diversa cadenza, vestirsi di altre combinazioni di consonanti e vocali, assumere un ritmo e suoni inconsueti.

Prima della presentazione, in quel tardo pomeriggio scuro come la notte mi ero incamminata, insieme a un piccolo corteo di lettori, dal museo di Tome alla tomba di Regīna Ezera, poco distante. Candele erano state accese e deposte sulla terra umida. Far risuonare proprio in quei luoghi la sua voce in un’altra lingua era un omaggio a lei. Regīna Šamreto (Ezera è lo pseudonimo da lei scelto, e rimanda all’acqua: in lettone “ezers” significa infatti “lago”) nacque a Riga nel 1930, ma visse per moltissimi anni – quelli in cui scrisse le sue opere maggiori – e fino alla morte nel 2002 in campagna, a una cinquantina di chilometri dalla capitale lettone, lungo la Daugava, il fiume che nascendo in Russia (col nome Dvina occidentale) attraversa la Bielorussia e l’intera Lettonia, per sfociare poi nel golfo di Riga.

Non lungo un fiume, ma sulle rive di un lago Ezera ambienta Il pozzo. Dietro il lago del romanzo c’è però la Daugava che la scrittrice poteva raggiungere in pochi minuti a piedi dalla sua casa e che in quel punto, a causa della vicina diga di Ķegums, è così ampia e placida, bordata dagli alberi, che sembra davvero un piccolo lago. Lo specchio d’acqua del romanzo è chiamato la Biscia, in lettone Zalktis, che nella mitologia e nella tradizione popolare baltica è un animale sacro e benefico, intermediario fra il mondo dei vivi e l’aldilà.

Il pozzo è la storia di un amore irrealizzabile, tanto quanto l’amore di Regīna per il drammaturgo Gunārs Priede, la cui casa stava proprio sulla riva opposta della Daugava – ma si potrebbe dire del lago, della Biscia…. Amore irrealizzato perché lui non ricambiò i suoi sentimenti (sapeva fra l’altro Regina che Priede era omosessuale? fatto che, bisogna ricordarlo, in Unione Sovietica costituiva un reato) di cui lei gli parlava in un fascio di lettere che gli inviò, tutte assieme, e che lui le rimandò qualche giorno dopo con poche secche parole in risposta: «Non scriviamoci lettere, ma ciascuno scriva le sue opere letterarie». Regīna soffrì del rifiuto e iniziò a scrivere Il pozzo. Nacque così il primo dei suoi grandi romanzi, e trovò voce matura una grande autrice, una delle massime voci dell’intera letteratura lettone, all’altezza della migliore produzione europea del secondo Novecento.

La lingua di Ezera è ricca e cangiante quanto le sfumature della luce durante l’estate baltica. Come traduttrice, provo un piacere e insieme un senso di impotenza quando incontro parole per le quali l’italiano non dispone di un equivalente esatto e immediato. Per esempio vižņi, che nel dizionario lettone è definita come il ghiaccio che galleggia sulla superficie dell’ac­qua, che si forma a causa del gelo o dalla neve caduta sull’acqua e dai frammenti di ghiaccio che si staccano dalla riva. Nel romanzo però siamo in tarda estate e vižņi sono «scintillanti schegge di sole sull’acqua». Oppure lasmenis, cioè un «punto dove l’acqua non è ancora completamente ghiacciata, o dove il ghiac­cio si è sciolto». L’incontriamo quando Lau­ra, protagonista del Pozzo, sogna di trovarsi insieme al marito Ričs «su un immenso lago gelato da poco, sulla cui superficie nereggia­vano ancora i punti in cui l’acqua non si era ancora rappresa (lasmeņi) e si vedevano le alghe fluttuanti sotto il ghiaccio azzurro e sottile dell’autunno».

Ci sono poi i rumori. Nel romanzo, cioè nel regno di Zalktis, della Biscia, ogni movimento, sia delle creature animate che delle cose, è accompagnato da un rumore. Ezera sembra invitare a chiudere mentalmente gli occhi, durante la lettura, e a percepire i rumori scritti sulla pagina. «La notte aveva steso la sua coperta di tenebra sotto la quale i suoni vivevano ancora». Le voci, i suoni, sono sempre vigili – a patto che una voce sia pronta a farli risuonare – anche quando il resto è già cieco.

Margherita Carbonaro