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L’uomo sentimentale. Dove tutto è accaduto.

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Caro G.,

finalmente ci siamo: dopo tanto montare che, ad un certo punto, ci è sembrato quasi inconcludente, siamo alla resa dei conti o alla spiegazione di quello che il Leone di Napoli ha fin qui assemblato, tra colazione e no, tra sogno e realtà o una realtà che ha un suo possibile, sempre ipotetico svolgimento.

Te lo dico subito sull’onda dell’entusiasmo che mi ha provocato ricevere la tua lettera e leggere il tuo e il mio capitolo de L’uomo sentimentale: si può mettere momentaneamente da parte, Marías, ma appena lo riprendi ti scoppia tra le mani, nella pancia, ovunque ci sia pelle. A me almeno succede così: un amore e un riconoscimento immediati, come non mi accade con altri autori, pur immensi. Scelta e benedizione, perché avere dei maestri ti fa sentire meno sola, ti fa credere di poterci provare, a lasciare un segno, trovare il coraggio di inciderlo e farne tatuaggio intimo ed esposto. Personale. Non tanto per quella smania dei cantanti d’opera di cui ci ha parlato Marías, un paio di capitoli fa. È anche un bisogno, certo, ma non solo: è la cifra che ognuno deve recuperare, tentando e sbagliando; buttandosi, dandosi, insomma. To jump in a empty pool, ripeteva sempre una mia coach di qualche anno fa: lanciarsi in una piscina vuota; il rischio, la bellezza dello spreco che genera panico ed esaltazione. Non c’è più, quella donna: era invischiata nel suo malessere, nella frustrazione di non essere arrivata dove voleva, dopo tanto penare nella Grande Mela. E così era tornata in Italia con un marito e una figlia a carico, pensando di dover estrarre dai suoi attori la sofferenza che avrebbe permesso loro di rompere le catene del quotidiano per proiettarsi, con ogni fibra, nell’inferno del unfullfill need, il bisogno insoddisfatto che strepita e lacera. Non è stata una coach con cui ho stretto un rapporto profondo, piuttosto di sfida e di sospetto (perché sono ed ero arrogante; ed è un fallimento). Lei mi ha però permesso di inoltrarmi per strade impervie che mi hanno condotto infine da te, con le stimmate di un dio dell’impossibilità con cui ora sto venendo a patti. E mi lancio, allora; e ci provo a non guardare giù, a quella piscina vuota, per spiccare il mio tuffo carpiato con doppio avvitamento. Mi fido di te, G., so che ci sarai, a guardarmi e incoraggiarmi (così farò io con te); e mi fido di Marías che ci guida e che, con la sua zampata, imprime alle pagine un movimento a spirale che porta dove tutto è necessario o dove tutto è accaduto, per riprendere una sua frase (e un libro).

E allora, eccoci: il telefono squilla. Hai descritto questo momento nella tua lettera magnifica. È Hieronimo Manur. Cos’abbia da dire è presto detto: è arrivato il tempo di sciogliere quanto Marías ha fin qui fatto montare allo sfinimento. E siamo in odore di crudeltà, quella crudeltà che esige una libbra di carne come pagamento di un debito. Manur come Il mercante di Venezia, o meglio, come Shylock. E anche il borioso Manur ha, ora, il suo momento, la sua tirata, che è segno di strafottenza e fragilità, quest’ultima annunciata da quella macchia di caffè sulla cravatta che conclude il tuo capitolo. Si presenta, si spiega, si espone, Hieronimo: Se ci pungete noi non sanguiniamo?, dice Shylock. E Manur: “Penserà che lei debba essere molto infelice, ma consideri quanto lo sono anch’io”. E per chi? Per Natalia. Ancora: “Io sono stato sempre innamorato di Natalia Monte, signore, quasi dal primo momento in cui la vidi”. E infine: “Sono quindici anni che aspetto che sia lei ad amare me”. È un amore pieno e incondizionato, sembra, ma rapace. Anche Manur ha la sua debolezza, ognuno ce l’ha, basta trovare il punto che frana- ed è, normalmente, il più in vista. Dichiarato per non essere colpito e affondato. Che è un po’ quel che succede nel racconto di Poe: La lettera rubata è in realtà sotto gli occhi di tutti. Possiamo dire che esponiamo continuamente la fragilità per mimetizzarla e insieme per riconoscerci negli occhi di qualcun altro che capisca e ci applichi un cerotto resistente abbastanza da non staccarsi al primo contatto con i chilometri di oceano che è la vita, lo strappo tra terra e acqua, il sale che si infiltra e brucia. È sempre lì, quel unfullfill need, quella crepa da cui però, a ben vedere, entra la luce, canta Cohen: there is a crack in everything that’s how the light gets in.

Il bisogno di Manur, dicevamo: farsi amare da Natalia dopo averla comprata. Sì, Natalia si è fatta comprare per salvare dalla bancarotta il padre e poi il fratello. Ecco spiegata l’infelicità, di entrambi; uniti però da un legame che più si fa crudele più stringe: “Consideri che non esiste vincolo più stretto di quello che annoda ciò che non esiste, ciò che non è mai esistito”. È un monito, Manur lo lancia puntando l’indice. Forza e debolezza allo stesso tempo. Perché Manur ama così, con perseveranza e volontà assolute. “Non ho mai visto nessun’altra persona con tanta volontà di perseveranza nella sua scelta e nel suo amore”, dice il Leone.

Il contagio è iniziato, G., perché il Leone di Napoli invidia tanta potenza e la vuole per sé. E lo sappiamo, qualcosa è accaduto, in una camera d’albergo dove il Leone ha detto a una donna allora imprecisata: “Per questo non devi andartene adesso, perché se adesso te ne vai ti porterai via non soltanto la mia vita e il mio amore e la mia vita di conoscenza, ma anche la forma della mia morte scelta”.

Dobbiamo fare ancora qualche passo per riuscire a vedere la vicenda nella sua compiutezza, dobbiamo scendere la china di questo dramma assieme ai nostri personaggi, nel modo che ci indica Marias: fidarsi di ciò che si va componendo, anche quando sembra niente. Ed è una notazione sull’arte della scrittura; la sua, la nostra. Eccotela:

“È stato a partire da allora che ho capito meglio, allo stesso modo in cui un uomo che scrive può cominciare a capire quel che scrive partendo da una frase casuale che gli fa sapere – non di colpo, ma a poco a poco – perché tutte le precedenti sono state così, perché sono state scritte in quella maniera (che non vede ancora come intenzionale ma ormai neppure come casuale) mentre lui credeva di stare soltanto procedendo a tentoni, soltanto giocando con carta e penna per ingannare il tempo, per un incarico o per il senso del dovere che sentono quelli che non hanno nessun dovere”.

È quello che stiamo facendo, ci proviamo, dibattendoci tra i capitoli e procedendo alla cieca. Poi tutto si comprenderà. Nel bene e nel male, mio compagno di folie.

A prestissimo, dunque,

 

 Tua, R.

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