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“La mia credo sia una scrittura di ritmo”. Intervista a Angelo Zabaglio aka Andrea Coffami

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Edito da Porto Seguro in questo 2020, Fatine, puledri e re, di Angelo Zabaglio aka Andrea Coffami, è una raccolta di trentatré scritti tra fiabe, favole e novelle. Tutti in effetti riprendono la novellistica italiana del Trecento, ma anche le fiabe dei fratelli Grimm, la letteratura orientale, le favole di Luigi Capuana riadattate alla quotidiana messa in scena del mondo in cui viviamo. Sono metafore, questi scritti, dell’ipocrisia e della crudeltà umana, presentate con uno stile che amalgama alto e basso, precisione linguistica e vezzo scurrile – vengono in mente gli scritti di Bachtin sulla cultura popolare. Carnevalesco e assurdo, il mondo di Zabaglio ci dice il vero, ci apre gli occhi su una epoca sempre più omologata e finta.

Gianluca Garrapa

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«Questo libro è un’opera di fantasia» è l’avvertenza iniziale. Un po’ come nel Gargantua e Pantagruele qui c’è lo spirito dissacrante e di pura fantasia di certa scrittura che, proprio fingendo di fingere, dice la verità. Penso in particolare al racconto Il clown Casamonia… Che rapporto intrattiene con la realtà Fatine, puledri e re?

Il libro narra storie realiste, quasi nulla di quello scritto è inventato, al massimo è sotto forma di metafora. Nelle fiabe antiche si possono leggere le peggiori atrocità in maniera del tutto fanciullesca. Nel mio libro si parla di droga, incesti, stupri, voglia di potere, malavita, ipocrisia dell’uomo e tante altre schifezze che noi Sapiens sappiamo creare benissimo. Ho semplicemente raccolto il meglio dello schifo umano e l’ho ridicolizzato, cercando di renderlo il più possibile disgustoso. Credo che ridicolizzare sia reazionario e porti alla giustificazione del male, mentre “disgustare” crea il distacco e spesso la rabbia. Altrimenti arriveremo a giustificare tutto e tutti.

«Seguì la morte verso l’oltretomba dove incontrò pure l’anima di Oscar Wilde che si trovava lì perché era un femminiello» scrivi ne Il gigante nano. Questa fiaba richiama il celebre racconto di Oscar Wilde, come altre novelle evocano il fantasma di Boccaccio o come il Karim Capuano ne Le tre galline e l’uovo regalato richiama Luigi Capuana. Che lavoro hai fatto, sul piano del contenuto e del linguaggio, rispetto ai modelli letterari di riferimento?

Parliamoci chiaro: ho semplicemente copiato lo stile altrui. Non avevo più idee e qualsiasi cosa scrivessi non mi piaceva. Purtroppo, devo creare sempre qualcosa di differente dal libro precedente e da quello prima e da quello dopo. Un bel giorno iniziai a leggere le fiabe, le favole e le storie antiche e mi decisi di plagiare quello stile e adattarlo ai nostri tempi. Ho letto centinaia di fiabe e favole, andavo ai mercatini a comprare libri per l’infanzia e novelle, li leggevo e appuntavo tutto. Ho rubato le idee iniziali e ne ho fatto dei remake non autorizzati. Qualcosa che ho sempre fatto anche in poesia: buona parte dei miei testi sono solo cambi di parole di canzoni famose e meno famose. Così ho fatto in questo libro. Semplice.

Inizialmente avevo pensato al libro come a un volume per bambini, cartonato e magari in pop-up, con i disegnini e le scritte grandi… Venderlo proprio come un libro per bambini, insomma. Poi, naturalmente, non se ne è fatto nulla, ma l’idea iniziale era quella. Sarebbe stato fantastico.

«E qui direi di metterci un punto dopo un periodo così lungo senza nemmeno una virgola» si legge ne La selva di Boscotrecase. La tua scrittura, oltre a presentarci numerosi giochi di parole, neologismi e varie amene assurdità, sembra implicare anche una dimensione performativa e una riflessione sulla lingua stessa: cosa puoi dirci a riguardo?

Alcune fiabe sono state scritte per essere lette in pubblico e hanno un impatto più “orale”,. Ma in linea generale, per questo libro ho provato a rendere i racconti “per la fruizione su carta”, cosa nuova per me. Spero di esserci riuscito.

«In realtà è proprio la nostra ansia a renderci stitici e irrazionali» scrivi ne L’elefante timidone. «Questa breve novella» aggiungi, «contiene un messaggio semplice», inoltre ci ricorda la differenza tra fiaba e favola. Ma la cosa interessante è l’esibito moralismo, la canzonatura di chi fa dell’arte un monito in nome di una non comprensibile supposta verità o etica. Qual è, a tuo parere, il ruolo dell’arte e della scrittura rispetto al messaggio che vorrebbe trasmettere?

Ho voluto inserire sempre una morale nelle storie. Il moralismo inizialmente aveva secondo me una accezione positiva, col tempo è diventato quasi sinonimo di “bigottismo” o, peggio ancora, “ipocrisia”. Ma non è così. Il moralismo, secondo me, è necessario perché può far comprendere ciò che è giusto e ciò che è sbagliato, e non si tratta di “punti di vista” bensì di “bene comune”.

Riguardo al ruolo dell’arte e dell’artista, non saprei proprio che dire. L’arte molte volte mi sembra tutta una grandissima presa per il culo, quando dovrebbe essere semplicemente una emozione che si regala al fruitore, possibilmente senza scopo di lucro. Altrimenti gli artisti diventano le prostitute dell’anima. Non c’è nulla di male, sia chiaro! Basta essere onesti con il prossimo.

«Oh no, un comico da prima serata sta venendo qui!» scrivi in Saw il sassofonista. La tua scrittura ruota intorno a uno dei temi fondamentali: la comicità. La comicità con i suoi tempi e fulmini, contrapposta a quella sorta di edulcorata allegria ipocrita da prima serata, appunto. La vera comicità è altro, è oltre. Cosa ne pensi della censura e del famigerato politicamente corretto: in che modo si rapporta uno scrittore che, come te, è anche un poeta?

Quello che mi interessava era creare un umorismo grottesco generalizzato e non di impatto. Mi spiego meglio: non amo il farmaco che ti fa passare il mal di testa dopo cinque minuti, preferisco analizzare le cause del disturbo. Non amo quel tipo di comicità che crea un tempo vuoto perché il comico si aspetta la risata, lo trovo imbarazzante (soprattutto quando il comico non fa ridere). Amo invece il surrealismo che si fonde con il reale e che narra lo Straordinario con naturalezza, partorendo l’effetto comico non di pancia, ma di vene. Qualcosa che riaffiori anche dopo ore o giorni. Sono appassionato di psicologia e mentalismo e tento di inserire alcuni semplici “trucchi” nei miei scritti, senza prendere in giro nessuno, ma giocando con le parole e con il lettore. Non credo a chi dice: “Scrivo per me stesso”. È come andare con i tuoi amici al ristorante cinese e mangiare da soli con le bacchette (anche se non sai usarle).

Il politicamente scorretto credo sia superato, aveva senso fino a qualche anno fa. Nella poesia poi neanche lo dico: la parolaccia, la bestemmia e cose del genere, a mio avviso, ormai sono cose vecchie come Facebook. Avevano senso e scopo forse negli anni Cinquanta/Sessanta/Settanta. Si può essere scorretti, cattivi e satirici anche senza osare l’estremo e si può essere estremi anche parlando dei cerchioni di una bicicletta. Dipende cosa calpesta e cosa vede mentre ruota. Dipende sempre dal contesto secondo me. A me piacciono le lunghe distanze e non l’immediatezza. Le sveltine sono bellissime ,ma non devono finire solo e sempre con il lui che raggiunge l’orgasmo, per intenderci.

Questo è un domandone cui puoi anche non rispondere e che nasce dalla curiosità di comprendere i luoghi e il corpo fuori, o accanto, alla scrittura.

Dove scrivi, quando scrivi, dove cammini quando ti riposi? In quale città o paese è nato il tuo ultimo libro, in che stanza, in che bar? Sei mancino o destrorso? Passeggi? In bici, in auto, osservi alberi? Scruti cornicioni, affondi lo sguardo nel cielo, segui le onde del suono dell’acqua? Quali sono i rumori della città e quali i silenzi delle vaste campagne? Fumi? Bevi? Quanto pesi? Scrivi dopo cena, prima di pranzo? La tua è scrittura di spostamento, di stasi, di spazio, del corpo?

Solitamente leggo e scrivo in treno oppure quando sono ispirato e ho il cervello che svolazza e crede in quel che crea. L’ultimo libro è veramente senza patria: scritto, pensato e appuntato durante i vari viaggi di lavoro e vacanza che ho fatto. Non ha luoghi. Sono destrorso ma di sinistra. Passeggio di notte che di giorno ci sta troppa luce e mi piace il vedo non vedo. Inoltre di notte si incontrano sempre persone interessanti. Non vado in bici e non ho la macchina, sto sempre in scooterone e osservo anche troppo, rischiando incidenti continuamente. Mi perdo con lo sguardo e la mente in particolari e subito dopo controllo se ho ancora il portafogli e il cellulare. I rumori della città mi stimolano continuamente, senza mi deprimerei. Fumo come un fumatore che ha smesso di fumare e ricomincia. Bevo solo per ubriacarmi altrimenti per me non ha senso. Peso troppo e non scrivo mai dopo pranzo perché devo digerire. La mia credo sia una scrittura di ritmo.

Intervista a cura di Gianluca Garrapa

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