Black power a Città del Messico

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Il 1968 ha riportato parecchi fatti che hanno segnato un punto di svolta per una serie di lotte e conquiste civili (operaie, studentesche, femminismo) ma che tutto sommato avrà rappresentato l’anno inerziale di uno snodo involutivo della storia che avrà avuto conseguenze sino ai giorni attuali, un’occasione mancata di un reale rivolgimento della politica sui temi dell’uguaglianza e della ecosostenibilità di cui ancora paghiamo il conto.

Il 16 marzo il massacro di My Lai nella guerra sporca del Vietnam, il 4 aprile l’assassinio a Memphis di Martin Luther King, cui seguiranno scontri razziali per mesi, il Maggio francese abortito dopo pochi mesi, il 6 giugno l’esecuzione di Robert Kennedy, cui vanno aggiunti la guerra post coloniale del Biafra, la soppressione della Primavera di Praga ad opera dei carri armati russi e con ciò la fine del sogno di un socialismo dal volto umano, il bagno di sangue degli studenti nella piazza delle Tre Culture a Città del Messico qualche giorno prima dell’inaugurazione delle Olimpiadi, un atto crudele di una barbarie senza eguali che non comporterà ripensamenti sullo svolgimento dei giochi olimpici. Questo sarà il 1968, un bagno di sangue ovunque nel pianeta, il fascismo infine trionfante, tronfio, convinto della propria identità come il solo avamposto all’espansione comunista nel mondo, dopo Cina, Mongolia, Corea, Cuba, Vietnam del Nord. Dopo i tentativi in Grecia, Filippine, Malesia, Indonesia, Bolivia, Guatemala duramente repressi. Questa era la Guerra fredda in realtà ricolma di vittime come anche in Italia poco dopo con la strage di piazza Fontana e seguenti.

Tommie Smith e John Carlos sono studenti di sociologia alla San José University, in realtà ammessi perché puri talenti della velocità su pista. È qui che Carlos conosce il sociologo Harry Edwards con cui fonda il Progetto Olimpico per i Diritti Umani (OPHR). L’associazione si propone il boicottaggio delle Olimpiadi se Avery Brundage, presidente del Comitato Olimpico Internazionale (CIO) e velatamente razzista, non verrà destituito, la nomina di un rappresentante nero nel CIO, la riconferma di Muhammad Ali come campione mondiale dei pesi massimi, il ritiro del Sudafrica e della Rhodesia dai giochi. Il CIO ritira in effetti gli inviti a questi due stati segregazionisti, perciò Carlos e Smith, che intanto si è aggregato all’iniziativa politica dell’OPHR, decidono di partecipare con un distintivo della OPHR, un segno di adesione alle lotte contro la guerra del Vietnam e per l’emancipazione nera che sono al culmine in quell’anno negli USA con morti e feriti, devastazioni in quasi ogni città.

Peter Norman è un australiano, bianco di 26 anni, di estrazione piccolo borghese, è il più anziano dei tre, credente, con la sola ambizione di correre per la vittoria. La sua sarà una nemesi vera e propria che farà di lui l’uomo simbolo di quell’edizione cruenta delle Olimpiadi.

Il 16 ottobre nello stadio di Città del Messico vanno in scena i duecento metri. Carlos va forte, è in testa sino a 30 metri dal traguardo. Smith lo sorpassa di slancio, percorre gli ultimi dieci metri a braccia alzate. Norman recupera, è velocissimo, supera Carlos negli ultimi metri, sarà argento dietro al nuovo primatista del mondo che riporta un tempo che per la prima volta scende sotto i 20 secondi, 19’’83.

Negli spogliatoi, prima della cerimonia, Norman osserva i due americani, li ascolta, li vede nervosi, seri, preoccupati, indecisi. Norman li interroga, capisce al volo, li incoraggia, visto che hanno solo un paio di guanti in pelle nera suggerisce che li indossino uno a testa. Non solo, Norman decide di unirsi alla protesta, si fa dare il distintivo dell’OPHR, se lo appunta sulla sinistra della tuta, dice «sto con voi ragazzi».

Carlos e Smith tornano sul campo dal sottopassaggio, sono senza scarpe per indicare la povertà, Smith indossa un guanto nero sulla mano destra, Carlos lo porta alla mano sinistra, Norman ha appuntato il distintivo dell’OPHR. È un momento topico, il cuore dei tre batte forte, salgono sul podio, ricevono le medaglie, l’intero mondo li guarda. Si girano verso l’alza bandiera, Norman è il primo della fila. Le note di The Star-Spangled Banner risuonano nello stadio gremito, Carlos e Smith abbassano la testa in segno di deplorazione, al contempo sollevando il pugno guantato. Il pubblico, dopo la fine dell’inno, rimane allibito dal gesto, dalla sua implacabile valenza politica. Regna un silenzio irreale, il fotografo li immortala in un’immagine che diverrà un gadget planetario come la foto di Alberto Korda del Che anni prima, il simbolo del “potere nero”, il segno tangibile della riscossa dei neri americani in una società indecente e arcaica, il grido di dolore di una minoranza schiacciata, ora massacrata da polizia, guardia civile e Ku Klux Klan nelle strade degli stati razzisti del Sud. Un gesto inaudito che in tanti tenderanno ad associare al movimento paramilitare dei Black Panther, fraintendimento che condurrà i tre atleti alla rovina sportiva ed esistenziale che non avrà precedenti né successive repliche. «Se ne pentiranno tutta la vita» dirà Payton Jordan, capo delegazione olimpica USA. I mass media si scatenano nella esecrazione.

Cacciati dal villaggio olimpico, privati del premio in denaro, insultati dai media, esecrati, minacciati. Smith si ritroverà in patria a lavare le auto, Carlos scaricatore al porto di New York. Ricevono minacce continue da sette razziste. La moglie di Carlos esasperata si uccide.

Col tempo saranno riabilitati, faranno carriera nella NFL, il campionato di football americano. Carlos farà pace col CIO quando è ormai vecchio.

Norman, in Australia, invece è quello che pagherà il conto più salato. È bandito dalle competizioni, non lo fanno partecipare alle Olimpiadi di Monaco del 1972 nonostante sia il più forte velocista australiano. Insegnerà educazione fisica per campare, marginalizzato, con la vita distrutta, diverrà col tempo un solitario alcolizzato e morirà nel 2006 a 64 anni. Carlos e Smith parteciperanno ai suoi funerali, ne sosterranno la bara commossi. Solo nel 2012 il Parlamento australiano esprimerà le sue scuse formali a Norman. Darà atto del coraggio con cui Norman ha appoggiato quella protesta contro la vile anacronistica discriminazione vigente allora negli USA, contro la guerra del Vietnam che tanti neri ha ucciso. Un atto che non lo avrebbe voluto coinvolto perché Norman era in fondo un bianco, ma proprio perciò riconosciuto in ritardo di 44 anni più nobile, più cruciale, più straordinario.

Marcello Chinca Hosch

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