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Camille Bordas, Come muoversi tra la folla

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Una delle ricchezze della narrativa americana è la sua capacità di assorbire altre culture e dare loro uno spazio e una risonanza che altrimenti potrebbero non avere. Così in tempi recenti è sempre più frequente trovare scrittori non americani che fanno letteratura americana: dalla cinese Yiyun Li al peruviano Daniel Alarcón, e quest’anno la messicana Valeria Luiselli e pochi anni prima di lei la francese Camille Bordas, moglie dello scrittore Adam Levin, già autrice di due romanzi in Francia (Les treize desserts del 2009, e Partie commune del 2011)  che oltre a due racconti sul New Yorker (“Most Die Young” nel 2017 e “State of Nature” nel 2018), ha all’attivo un romanzo scritto direttamente in inglese e pubblicato nel 2017: How to Behave in a Crowd. 
Siamo in una piccola città francese vicino Parigi, ma potremmo essere ovunque, persi nel grande caos di realtà non ancora addomesticata del mosaico occidentale. In questa piccola città vive la famiglia Mazal, una famiglia disfunzionale, sul modello di molte famiglie che affollano la recente narrativa americana, da The Correction Infinite Jest ai recentissimi American Pop di Snowden Wright e Treeborne di Caleb Johnson, fino a esempi cinematografici tipo The Royal Tenenbaums e televisivi tipo Parenthood. Ma How to Behave in a Crowd mescola la saga familiare con il romanzo di formazione: alla famiglia disfunzionale e in un certo senso ipercontemporanea—due genitori assenti e distanti, spesso confusi, e per questo incapaci di fornire “a proper moral compass” ai figli, con i figli maggiori impegnati tra carriere, studi universitari, dottorati e ambizioni certe e definite, nessun dei quali “era interessato a prendere parte della società (volevano solo fare gli eremiti e pensare),” una figlia di appena tredici anni, Simone, piccolo genio che nonostante la sua giovanissima età ha già la chiara e forte ambizione di diventare una famosa scrittrice—a questo nucleo familiare fa da contrappunto Isidore Mazal, o Izzy o Dory, ultimogenito di undici anni e voce narrante del libro, che si trova a doversi creare un sistema per orientarsi in quella folla di persone, oggetti, idee, storie, sentimenti e reazioni emotive che è la realtà.
bordas2019itSimone obbliga Isidore a iniziare a scrivere la sua biografia, certa di diventare un giorno abbastanza famosa da meritarsene una. Così Isodore inizia a osservare il suo ambiente, la sua famiglia, e da questa si estende lentamente al palazzo in cui vivono, il quartiere, la scuola che frequenta, il mondo. Lo fa con l’occhio clinico e distaccato dell’antropologo che osserva popolazioni remote, ma lo fa sapendo che quella popolazione remota dovrà essere la sua. Osserva i comportamenti di persone vicine, quello per esempio di un’anziana vicina di casa tedesca, quello dei suoi compagni di classe, in particolar modo quello di Denise, anti-eroina in erba, e quello di persone che entrano loro malgrado nella sfera d’azione della famiglia Mazal, tra cui un signore di mezz’età che Isidore tira fuori dal cappello magico di internet per far conoscere alla madre e la grottesca amica-di-penna di Simone, perfetta sintesi di ingenuità e istintività.
La prima cosa che Isidore nota è la discrepanza tra realtà informe e racconto. A undici anni la sua unica finestra sul mondo era la televisione, e quindi film e serie tv, drammi e commedie divisi in generi ma tutti più o meno soggetti a regole “strutturali” che ne definiscono scopi e funzionamento. È la Poetica di Aristotele applicata alla contemporaneità, che Camille Bordas, antropologa di formazione, applica come un esempio di proto-strutturalismo. Per Aristotele la commedia, come ogni forma di arte poetica, era una forma di imitazione, e “l’imitare è connaturato agli uomini fin da bambini, ed in questo l’uomo si differenzia dagli altri animali perché è quello più proclive ad imitare e perché i primi insegnamenti se li procaccia per mezzo dell’imitazione.” Solo che il processo imitativo dopo duemila anni si è in qualche modo rovesciato. Se prima era la commedia a imitare e stigmatizzare comportamenti umani, ora che quelle stigmatizzazioni sono diventate le regole di scrittura di molte storie tra narrativa e cinema, siamo noi persone reali a imitare delle vite e modelli comportamentali sedimentati sulle imitazioni originarie: “La gente vive come in una finzione. Certo, lo faccio anch’io, in un certo senso, e pure tu. Per esempio non ti sarebbe mai venuto in mente di fuggire di casa se non avessi visto un mucchio di film su gente che scappava.”
Così Isidore mette malgré lui in pratica la teoria aristotelica, solo che disattende sistematicamente ogni sua regola e si trova spesso immerso in situazioni che sfidano i limiti della sospensione dell’incredulità. Camille Bordas crea in questo modo una frattura, un corto-circuito tra un mondo pensato attraverso le strutture narrative che ci bombardano da libri, televisione e finzione di ogni genere, e cruda e brutale realtà, tanto che c’è per tutto il libro una tensione tra vero e fittizio che ricorda la reazione contro la phoniness di Holden Caulfield, ossia l’archetipo di ogni romanzo di formazione che intende denunciare l’ipocrisia della realtà sociale. 
Isidore è in realtà più il negativo di Holden, il suo complemento: Holden si vede e si sente un’eccezione, un outsider, un ribelle contro il conformismo. Isidore è disorientato, confuso, non vuole essere un outsider, lascia l’eccezionalissimo alla sorella Simone, che cerca invero di metterlo in guardia sulle insidie del conformismo e del culto di una personalità ché “è positivo essere convinti di non avere personalità e sbagliato cercare di crearsene una. Ecco perché la gente diventa falsa,” e lascia ambizioni e velleità ai fratelli maggiori. Anzi, quando gli danno del conformista pensa che “considerare tale la parola conformista era proprio da conformisti,” mettendo così in discussione ogni stereotipo rivoluzionario.
Questo ribaltamento tra conformismo e ribellione, tra arte poetica ai tempi di Aristotele (finzione come imitazione della realtà) e arte poetica del terzo millennio (realtà sociale come imitazione di finzioni), si crea anche a livello metanarrativo.  Nel corso del libro si mette in discussione è una forma di orientamento, una metodologia per creare senso: quella dell’accademica, quando l’Accademia è diventata una nicchia sempre più specialistica, distaccata, inerte e per certi versi  sterile. Sorelle e fratelli maggiori tutti arrivano a un’impasse, a un cortocircuito tra cultura e realtà. Accade a Berenice con la Storia, a Aurore con il classicismo, a Leonard con la sociologia. Il loro è l’atteggiamento critico iper-intellettualizzante, quello che nell’arte è esemplificato dal V-Effect di Brecht, dove la V sta per la Verfremdungseffekt: l’effetto di straniamento che Brecht usava proprio per criticare la drammaturgia con l’annesso della catarsi, ma in generale un po’ tutto ciò che è stato derubricato sotto la scomoda e ambigua etichetta di “intrattenimento,” e a fortiori, per tutto ciò che oggi è cultura integrata. Solo che “straniarsi” significa rischiare di perdere ogni contatto con umano con la realtà È il problema che ha Aurore, quando osserva che “Dovrebbe esistere un post-dottorato in cui ti insegnino come riprendere una vita normale… un dottorato apposito. Studi di esperienza di vita, qualcosa così. Lo studente dovrebbe raccogliere una bibliografia sul genere di esistenza che intende condurre, e i professori lo orienterebbero verso possibili compagni di vita – sia amici che partner – in base ai suoi interessi di ricerca…Su internet danno per scontato che tu sappia esattamente cosa cerchi. Io non lo so cosa cerco, ancor meno dove cercare. Qualcuno dovrebbe spiegarmi come dovrebbe essere adesso la mia vita. Perché dopo il dottorato si smette di avere dei docenti?”
All’orientamento dato da intelligenza e cultura enciclopedica fa da bilanciere il caro vecchio orientamento dato dall’empatia, o da uno sguardo più docile e disincantato al mondo. Se su How to Behave on a Crowd Brecht rappresenta il polo opposto del proto-strutturalismo aristotelico,  che Camille Bordas riesce a contrapporre con estrema precisione, resta da trovare un equilibrio tra un atteggiamento critico e impegnato e un coinvolgimento emotivo. Se, in altri termini, nella vita si debba per forza ““scegliere tra rimuginare troppo e vivere la propria vita,” o se sia possibile ““essere allo stesso tempo coinvolti intellettualmente e emotivamente in un film o in un’opera teatrale.” La risposta di Camille Bordas è implicita, e è più o meno la stessa di Chabon, che su “Trickster in a Suit of Light,” saggio contenuto su Maps and Legend: siamo rimasti attaccati a una definizione antiquata e sbagliata di “intrattenimento,” una che lo identifica con una collezione di “porcherie” che le persone di buona cultura devono imparare a tenere lontane. Chabon propone una definizione nuova, attualizzata, dove l’intrattenimento per esempio può diventare “tutto ciò che di piacevole scaturisce dall’incontro di una mente ricettiva con una pagina di letteratura,” e è “l’unico modo sicuro che abbiamo per superare…l’abisso di coscienza che ci separa gli uni dagli altri….uno scambio equo di attenzione, di esperienza e della fame universali di rapporti umani.”
Così su How to Behave in a Crowd Isidore finisce per creare legami più intimi con le sorelle, Aurore e Berenice, entrambe entrate in crisi con le loro vite, entrambe rese deboli e fragili a forza di cercare di essere forti, anche se con modalità e per motivi diversi. Isidore non è né vuole essere il ribelle che è Holden, ma vuole essere comunque il salvagente dei suoi cari, il loro “catcher in the rye.”
 
[Originariamente pubblicato in www.americanorum.wordpress.com]

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