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Polisex

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Ilaria Cerioli

Ho intervistato Marika, Vania, Jessica e Denise donne part time e a loro ho dedicato molto tempo e attenzione per cercare di comprenderne il punto di vista. Sono venuta a conoscenza del mondo Trav grazie a una coppia che da molti anni, nella zona di Argenta, gestisce un sexy shop specializzato nella vendita di abbigliamento e accessori per Trav. Insieme a loro ho avuto occasione di partecipare a incontri e serate in cui ho raccolto storie di chi il giorno dopo doveva tornare a una normalità fatta di impegni e mogli ignare di un segreto che procura ferite. Le mie trav sono esperte equilibriste che danzano su un filo senza rete di sicurezza. Alcune di loro, infatti, vivono quell’esperienza al femminile esattamente come Cenerentola quando, allo scoccare della mezzanotte, tornava in carrozza dopo aver assaporato per poche ore la felicità. Marika e le altre vivono quella cena come fosse l’ultima: la paura di destare sospetti, il dover dare spiegazioni e fingere sulle tracce di rossetto rimaste per sbaglio. Essere sospesi tra femminile e maschile non è facile. Alla maschera, infatti, non è permessa alcuna confessione se vuole salvaguardare la privacy e un’apparente stabilità. Come sostiene Denise “Non siamo trans ma neppure uomini. Siamo una via di mezzo tra due galassie; alla ricerca di un centro di gravità permanente per non precipitare nel vortice del desiderio inespresso”. Qualcuno nasconde la sua bisessualità, altri invece restano fedeli alla consorte o hanno storie parallele come la maggioranza di chi vive una situazione sentimentale non troppo appagante. Ma, alle bevute con gli amici, dove si parla di donne e motori, di gran lunga prediligono indossare calze anni 50, abiti molto femminili e cambiare, almeno per qualche ora, il nome di battesimo. Camminare sul filo di lama, infatti, è la specialità di chi ha scelto una vita bilico tra l’Essere e il Non- Essere. E nessuna indulgenza è prevista per chi nasce sgaffo, magari con qualche desiderio in più di quelli che il catechismo conceda. Qualcuno prova a ribellarsi, ma a quale prezzo! Come è accaduto a Ivan Cattaneo che a soli 13 anni è stato costretto a un ricovero in una clinica per guarire da se stesso. Mi è capitato di vedere uno spezzone di una sua performance nella trasmissione Bandiera Gialla del 1982 (https://www.youtube.com/watch?v=38owYfJxoiI) in cui canta uno dei suoi pezzi più famosi Polisex. Una vera scoperta! Dotato di una grande capacità scenica che richiama anche nel look a David Bowie, nei primi anni Ottanta, racconta coraggiosamente con questo testo il tema della diversità sessuale.

Ivan nasce a Bergamo da una famiglia come tante, e, come tante ancora oggi, non pronta ad accettare le scelte sentimentali del figlio. Come lui stesso dichiara nelle sue interviste, dopo aver rivelato, a soli 13 anni, la sua omosessualità, viene rinchiuso in una clinica psichiatrica dove trascorre gran parte del tempo sotto sedativi. Ma Ivan è un ragazzo sveglio e comprende che per sopravvivere occorre talvolta raccontare qualche bugia. Dire la verità, infatti, per quanto sia un’azione nobile, non sempre si rivela utile. Così dopo essersi dichiarato guarito, viene dimesso. Finalmente può frequentare l’istituto d’arte, da cui uscirà col massimo dei voti; impara a suonare la chitarra e a comporre musica. A diciotto anni è esonerato dal servizio militare per la sua “stravaganza” e nel 1975 entra far parte dell’etichetta indipendente Ultima Spiaggia per la quale incide l’album UOAEI. L’anno dopo partecipa insieme a nomi già noti della canzone italiana al Festival del proletariato, evento organizzato dalla rivista Re Nudo a Parco Lambro. Questa esperienza, nonostante sia definita un “disastro annunciato” nel libro Re “Nudo Pop &altri Festival” (Volo Libero 2010), è anche la Woodstock italiana. Proprio l’edizione del 76, però, diventa il simbolo del fallimento degli ideali di una generazione che si rivolgeva piena di rabbia verso nuove soluzioni di protesta. Non era stato certo di aiuto il numero 42 di Re Nudo che prometteva un enorme spazio libero per la discussione politica, pratiche yoga, macrobiotica e mistica orientale. Sono anni ben diversi dal clima di Monterey Pop Festival del 1967 e da tempo in Italia il dibattito politico si è fatto acceso e violento. Pertanto nonostante tutte le buone intenzioni degli organizzatori, il grande evento alle porte di Milano si risolve in una rovinosa bagarre (Il movimento del 1977 in Italia di Luca Falciola ed. Carocci 2015) se Toni Negri lo definisce “una specie di matassa colorata, avvolgente, tanto densa di desideri e scevra di tabù” (da Lettere da Rebibbia, ed. Einaudi, 1983, p. 166).

In un Parco Lambro affollato di giovani pronti a esplodere e privo di servizi igienici (il comune di Milano aveva staccato l’acqua) Ivan non solo offre al pubblico un brano fatto solo di vocalismi ma, insieme a Mario Mieli, anche un alibi ai collettivi femministi per incazzarsi contro gli attivisti di FUORI (fronte Unitario Omosessuale Rivoluzionario Italiano).

Dopo questi vocalismi sperimentali, un po’ troppo avanguardia anche per l’avanguardia, esce Primo secondo e frutta (Ivan compreso), album ironico e a tratti demenziale. Inventa nel 78 una giovane ed esuberante Anna Oxa candidata al Festival di Sanremo, collabora con la PFM e il panorama punk- rock italiano come coautore in diversi testi. Nel 1980 pubblica per l’etichetta CGD l’album Urlo e arriva il primo vero successo con Polisex dove Ivan Cattaneo si rivela come artista poliedrico, attento alle esperienze musicali anglosassoni. Nel brano Polisex gioca con l’ambiguità, anticipando il tema del genere non binario. Parla orgogliosamente di polisessualità. Il termine, che implica il concetto di attrazione per molti generi, si differenzia dalla bisessualità in quanto questa è sentita come riduttiva ma anche dalla pansessualità. “ e sarai uomo e comunque sarai/quell’uomo che fa ciò che non vuoi..tu puoi odiarmi o puoi amarmi se vuoi/o puoi giocare solo per il sesso che ho/ E sarai donna e poi comunque sarai/la donna che fa sempre ciò che non vuoi… Allora essere genderqueer significava compiere delle scelte di campo precise, non semplici per chi doveva fare i conti con una tradizione familiare e culturale conservatrice. Se l’arte ha sicuramente permesso a molti di potersi esprime liberamente prima sul palcoscenico e poi nella vita, oggi le Trav, che non calcano palcoscenici, come Agrado (in Tutto su mia madre, Almodovar 1999) si chiedono perché debba essere così sbagliato se a un bambino piace il rosa.

Ilaria Cerioli

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