Anteprima Paolo Landi, Instagram al tramonto

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Paolo Landi, Instagram al tramonto

Instagram è diventato negli ultimi anni punto di riferimento di milioni di utenti che ogni giorno si divertono a perdere tempo o esibirsi o guadagnare postando immagini di ogni tipo. Quando è nato nel 2010 nessuno avrebbe potuto immaginare il successo a cui sarebbe andato incontro: solo in Italia sono 19 milioni al mese e al contrario di quanto si pensi, più dell’ottanta per cento degli utenti sono al di fuori degli Stati Uniti: Svezia 68,9 per cento; Indonesia 62,8; Norvegia 57,7; Australia 55,4. Come evidenziato, sono Paesi ben lontani dalle bellezze culturali della realtà italiana e dalla socialità. Paolo Landi, direttore pubblicitario e della comunicazione per i più importanti brand di moda internazionali, ci spiega l’alba di un nuovo scenario: con il suo nuovo libro “Instagram al tramonto” in tutte le librerie da oggi per La Nave di Teseo, Landi osserva in particolare come all’imbrunire Instagram abbia un’impennata di like, situazione rispetto cui viene da domandarsi come mai milioni di persone in tutto il mondo sentono il bisogno di condividere l’immagine del sole che cala. «Quando postiamo una foto su Instagram sembriamo preoccupati di rivelarne insieme la verità e la bellezza. Ci interessa dire: Ecco, questo tramonto è meraviglioso, lo vedete? Io lo sto guardando realmente, ora, infatti lo fotografo, per dimostrarvi che è vero, che io sono qui e che lo sto guardando». Con una scrittura lucida, a tratti divertente e una certa minuziosità pedagogica, l’autore ci accompagna nel mondo del social network più in voga di questi tempi, divulgatore di felicità ostentate, dove la produzione di reddito degli influencer coincide con il loro piacere e dove le merci a ben vedere siamo noi, perché pur vivendo la frequentazione di Instagram come un gioco divertente e innocuo, in realtà – ci fa notare Landi – “siamo oggetto di un sistema di comunicazione e scambio economico”. Si legge a riguardo nella premessa al libro, che qui presentiamo in anteprima: “Se non è così evidente che il denaro e l’economia sono la ragione della nascita di Instagram, lo è sempre di più che, se i social sono gratuiti, è perché il valore di scambio con chi li ha inventati siamo noi che li usiamo.” Possiamo infatti accedere a un’infinità di profili e possiamo condividere ciò di cui siamo testimoni, ma non possiamo influire su niente. In anteprima su Satisfiction pubblichiamo in esclusiva un estratto del libro con il brano “Il mosaico”.

Silvia Castellani

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I mosaici di Instagram quelle foto giustapposte, una dopo l’altra, in ordine temporale che danno origine ai nostri profili – inducono a un confronto con i mosaici antichi utilizzati per raccontare temi legati alla mitologia classica o alla vita quotidiana e che poi, nel periodo bizantino, divennero anche una forma d’arte, adatta a comunicare contenuti sacri. I mosaici di Instagram rinviano a questa tecnica solo per l’utilizzo dei frammenti diversi che com- pongono i vari profili. Perché, mentre nei mosaici antichi la giustapposizione delle tessere dava origine a una figura e a un racconto, i mosaici digitali di Instagram – che di ognuno vorrebbero ricomporre il ritratto – si scontrano con l’effimera volatilità dello schermo degli smartphone sui quali si palesano e non riescono a restituire di noi nessuna storia compiuta, solo immagini frammentate. Niente è fatto per passare alla storia sui social e la personalità di chi li usa appare secondaria rispetto al sistema di scambio in cui circola, un sistema autoriflessivo nel quale l’esistenza di ciascun elemento è giustificata e legittimata da quella degli altri: la mia foto esiste solo se tu la guardi e ci metti un like. La sostanza della comunicazione nei mosaici di Instagram si fa sempre più impalpabile e immateriale, ognuno può agire sul proprio profilo cambiandolo e dando di sé immagini diverse, anche non corrispondenti alla verità del suo “essere persona”, così come chi gli sta vicino la conosce nella vita reale. La superiorità di Instagram come mezzo tecnologico sui contenuti che accoglie è assoluta, per questo è impossibile chiedere ai mosaici di Instagram di restituirci delle “storie”. I contenuti narrativi sono solo pretesti per affermare la propria (di Instagram) suprema- zia di esecuzione: Instagram, come un deus ex machina che orchestra le nostre vite, detta i tempi e i contenuti. Il paradosso è che le più seguite sono proprio le “Instagram stories”, che durano appunto 24 ore e poi si cancellano automaticamente, come quelle di Snapchat, l’applicazione social più amata dagli adolescenti. Sono più che altro video, si può anche scegliere di escludere dalla visione alcuni follower che desideriamo non le vedano e sono storie dove i contenuti sono programmaticamente labili, desti- nati a sparire. Le informazioni e la memoria sono condannate all’oblio dal potere rigenerante del mezzo Instagram, che tollera la storia ma solo se dura un giorno. I mosaici di Instagram hanno poi la prerogativa della simultaneità. Collegano, anche in diretta, il luogo di un evento o ciò che succede a una persona a infiniti luoghi e a infinite persone, tanti quali quell’evento o quell’accadimento raggiunge, facendosi tecnologicamente presente, nella simultaneità. Ma l’unico vero luogo dove tutto ciò accade è Instagram, ciò che è davvero reale è il mosaico di immagini che visualizziamo sullo schermo del nostro smartphone e che possiamo toccare, “aprire”, ingrandire, condividere premendo leggermente sull’icona “Mi piace”. Ogni altra dimensione sparisce rispetto al tempo reale, al presente primario che ci vede, noi utenti, alle prese con l’applicazione mentre siamo in metropolitana o in una sala di attesa, auspicabilmente in un tempo morto che ci con- sente di “essere” su Instagram senza troppi complessi di colpa. Questo social vorrebbe educarci a superare la contrapposizione tra essere umano e tecnologia, in vista di un futuro non troppo lontano nel quale i due elementi risultino, in un sereno legame simbiotico, interdipendenti e in- distinguibili, e lo fa rivoluzionando i concetti di spazio e tempo. Per quanto riguarda il tempo, per Instagram tutto sembra risolversi nel presente, in quanto allo spazio è – si sarebbe detto in epoca predigitale – un non-luogo. Insieme spazio e tempo agiscono ridefinendo la memoria che, al contrario dei mosaici antichi, tramanda una crescente smaterializzazione della realtà oggettuale: anche quando vogliamo ritrovare qualcosa su Instagram che ci aveva colpito è (quasi) impossibile ricordarsi dove andarlo a ritrovare. Del resto Instagram non è programmato per memorizzare alcunché: piuttosto celebra l’attualità, il prima, il dopo, il passato, il presente si confondono in una visione priva di centro e, se eravamo abituati a forme narrative strutturate, differenziate, separate ci dobbiamo attrezzare per confrontarci sempre di più con tutto ciò che è fluido, unificato, fuso. Un mosaico contemporaneo che, come un dipinto di Pompei esposto all’improvviso dopo secoli di buio alla luce del sole, svanisce per incanto.

© 2019 La Nave di Teseo

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