Giovanni Giaccone. Dandismo alcolico

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La prima impressione che si ha sfogliando il libretto di Giovanni Giaccone, edito da Il Melangolo, è che ci si possa trovare di fronte 124 pagine di ebbrezza alcolica piacevolmente descritta attraverso gli occhi dei più famosi dandy del mondo della letteratura e non. Nulla di più sbagliato. Il titolo Dandismo alcolico e la prefazione (a cura di Anna Chieregato) illudono il lettore di trovarsi di fronte a un pamphlet in cui si scavano i modi del dandismo e si indagano le vite segrete (e peccaminose) della società decadente europea, ma non è affatto così.

Giovanni Giaccone, con parole e modi saccenti, immerge il lettore nella descrizione di vini e nell’alveo snobbista dei sommelier che, a quanto pare, sono gli unici personaggi al mondo capaci di bere, facendo girare il liquido corvino nei calici guardandoti da sopra gli occhiali con aria di sfida. Il lettore si trova immerso in un crogiolo di insulti sulla sua incapacità di bere, sulla sua incompetenza nel saper distinguere i giusti abbinamenti dei vini coi cibi, fino al punto di farlo desistere in maniera completa dall’azzardarsi più a bere financo un goccetto o, in alternativa, costringono il lettore a darsi all’ebbrezza del cartonato unicamente in tono di sfida contro chi ha l’ardire di imporre cosa fare.

Come dicevamo, il pamphlet si caratterizza per i toni smaccatamente sarcastici con cui descrive le leggi del mercato universale. I ragionamenti, riguardo tali argomenti, per la verità, sembrano affrontati in modo lucido, anche se il tono nostalgico, così espresso, fa presagire che qualche accusa pungente la stia muovendo anche verso il lettore. Se è vero che si riesce a scoprire l’ideologia di chi scrive attraverso le parole che usa, Giovanni Giaccone si pone come un elitario delle belle tradizioni culinarie liguri (sua terra natìa) e si autoproclama paladino della bevuta consapevole. In quello che già dal primo capitolo si scopre essere un’agenda dei vini più bistrattati dal mercato e dai bevitori inconsapevoli, tuttavia, non mancano delle note di costume, delle storie e dei riferimenti che ingolosiscono il lettore che si era accinto alla lettura di Dandismo alcolico con il modus del curioso decadente.

Ogni capitolo, rappresentante un vino o una tipologia di vini, si apre con la descrizione della storia del prodotto (non me ne voglia l’autore per tale definizione) che si va a trattare. Dalla nascita alle metodologie di produzione, corredata da estratti di opere (da Gadda a Baudelarie) che ne esaltano gli aspetti più significativi. Forse in queste brevi parentesi sta l’elemento dandista, rintracciabile in alternativa solamente nel tono spocchioso con cui l’autore si pone nei confronti del mondo enogastronomico, citando, «mainstream».

Apprezzabile è la postfazione scaturita dalla penna di Max Manfredi che ci ragguaglia sulla scomparsa e sull’ideologizzazione del concetto di Dandy. Presa con spirito critico e letta avulsa dal contesto, tale chiosa risulta scritta in modo che ci si possa rendere conto di quanto il pettegolezzo sia sofisticato fascinatore delle nostre menti. Inserita, appunto, al termine del pamphlettino giacconiano, risulta un moto di giustificazione riguardo al fatto che di dandismo non si parli, o meglio, che si parli di Dandy in modo inventato dall’autore, la cui idea del concetto è estranea ad ogni mondo cultural-antropologico-filosofico. In sostanza, se il dandy non esiste, come lo prova la postfazione, l’autore lo mette in copertina per vendere tante copie, perché l’acquirente (sul quale gravano le leggi del mercato universale che bistratta, ma che a Giovanni Giaccone ora fanno comodo) non lo sa che è una cosa inventata. Però non ne parla, del resto, l’ha scritto anche il postfatore che non esiste.

Ecco, quindi, Dandismo alcolico. Si tratta nulla più di un’agenda, in cui le prime pagine di ogni capitolo sono avvolgenti e curiose, ma in cui le restanti pagine risultano una ridondante polemica contro la mercificazione del modello enogastronomico italico e francese (il debole per la Francia di Giovanni Giaccone è palese e sottolineato dall’utilizzo smodato di termini francesi anche non strettamente legati al contesto viti-vinicolo). Nell’ultima paginetta di ogni capitolo, invece, troveremo un facile ricettario con descritti i giusti abbinamenti dei vini descritti in precedenza e la temperatura corretta nella quale mescere ai nostri ospiti il succo di Bacco. Niente di più dandy.

 

Lorenzo Bissolotti

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