Il nome della rosa

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Ho la convinzione che nel nome di una persona si celi il suo destino: quello che siamo o facciamo è una conseguenza del nostro nome.

Io ci credo: un destino immaginato esiste, e comincia a esistere dal momento in cui qualcuno ci chiama.

Non volendo essere assolutista nelle definizioni, vi concedo che il nome possa influenzare la nostra vita solo in parte, ossia non del tutto: così come alcuni fiori si colgono per la loro bellezza e altri per friggerli in padella.

Vero è che i divi di Hollywood anni Cinquanta se lo attribuivano, il proprio destino: mutando il nome di battesimo in un suono meno cacofonico, oppure in un vocabolo universale, intriso di auspici, allusioni, gloria o magia.

Per avere un rapido successo non occorre realizzare grandi cose e nemmeno essere predestinati, basta incarnare i desideri degli altri: se il treno non passa, allora costruiscilo…

Oggi, le star del cinema si limitano a sostituire alcune consonanti o vocali, magari a prendere il cognome materno piuttosto che perseverare con quello brutto paterno: senza più concedersi il privilegio di una nuova identità inventata.

Ho un amico che si chiama Sbrego… un “personaggio” che, meglio di James Bond, dichiarerebbe le sue propensioni solo presentandosi: “Mi chiamo Sbrego, Sbrego Lasagna.”

Se chiamarsi Ernesto ha la sua importanza, anche chiamarsi Sbrego comporta parecchie responsabilità: nessuno vuole deludere le aspettative del proprio nome, perché le delusioni portano sempre a un cambiamento e cambiare nome, per noi comuni mortali, non è affatto facile.

Non lo vedo da circa dodici anni, da quando l’hanno incriminato e incarcerato per aver accoltellato un rivale in amore, un pastaio di Bologna: dodici fendenti laceranti e un paio di pugnalate vere, quattordici ferite in tutto fortunatamente non letali.

Papà e mamma Lasagna amavano lo scrittore argentino Jorge Francisco Isidoro Luis Borges Acevedo, meglio noto come Borges. Preferirono dunque l’originale anagramma Sbrego ai più diffusi nomi propri Giorgio e Luigi e al desueto Isidoro.

Già all’età di otto anni, “l’aspirante Lupetto” Sbrego mostrava una discreta abilità con i tagli, amputando l’orecchio sinistro e il mignolo destro di un altro Scout bambino con un semplice Victorinox da campeggio.

Il Capo Scout, Pasquale Cuscino detto “Lino”, venne degradato per negligenza: infatti, Sbrego ci mise almeno quindici strazianti minuti per ultimare la sua sanguinosa vendetta con la lama seghettata del Ranger Grip 79, senza che Lino riuscisse a intervenire (sembra che dormisse!).

I motivi della disputa non dipesero da Sbrego che anzi subì un danno per primo: una bruciatura sul ginocchio destro (proprio sotto il risvolto dei bermuda in velluto blu), ustione causata da un frammento di brace volutamente lanciato dal rivale, per colpirlo.

Tuttavia, questo alibi, del tipo “sono bambini”, non fu sufficiente a giustificare la furia di Sbrego e i suoi genitori dovettero risarcire i danni (anche morali) alla famiglia di Vincent Scevola.

Credete a me, di nomi ne so qualcosa…

Chiamandomi Angelo Orazio Pregoni (dove Orazio si pronuncia come il vocabolo latino oratio-orationis: discorso, preghiera…) non potevo che ritrovarmi in seminario a quattordici anni.

Sebbene non sia diventato prete ma ateo, temo di possedere ancora tutta la pericolosità atavica di un predicatore. Alle volte mi spavento e mi annoio da solo per la mia continua vocazione all’omelia: per questo vi tedio scrivendo articoli senza senso, perché sono un propagatore del niente.

Ma il mio è un nome del tutto antropico, e per nulla divino, che presto nessuno userà più: gli angeli saranno rari come i pomodori raccolti a mano nel prossimo transumanismo, non per assenza di migranti, ma per la presenza di macchinari ad hoc.

In un futuro non molto distante, infatti, saremo costretti a vivere una sempre più intensa interazione con i meccanismi, con i computer, con le intelligenze artificiali: per poter superare i nostri attuali limiti e trascendere le “recintate” potenzialità umane.

Saremo talmente innovativi, da non essere più classificabili solo come uomini o donne, diventeremo specifici ingranaggi della collettività, tipo: X Æ A-12, il nome del figlio dell’imprenditore e ingegnere sudafricano Elon Musk.

Il Signor Elone Muschio, puro visionario, ha dunque scelto per il suo erede una sigla carica di criptici significati…

Un nome per un destino, o un nome per un programma?

Non ne ho idea.

Vorrei essere come una rosa: un fiore senza l’obbligo di spiegare il proprio colore e senza bisogno di innamorati per poter profumare.

Ma, in fondo, mi rendo conto di essere soltanto una pagina avvelenata: con poche verità tra le righe per sopravvivere e troppe falsità sugli angoli per morire.

Angelo Orazio Pregoni