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Maria Fortuna. Le magnifiche invenzioni

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Quando, nel 1870 Charles Nuitter e Arthur Saint-Leon scrissero il libretto di Coppelia o La ragazza dagli occhi di smalto, ispirandosi ad uno dei racconti Notturni di Hoffmann, non sapevano – forse – di aver scritto una favola sublime sull’illusione.

Per chi non la conoscesse, l’opera tratta dell’amore del giovane Franz per la bella Coppelia, figlia di Mastro Coppelius fabbricante di giocattoli.

Tutto abbastanza semplice, se non fosse che Coppelia è una bambola. Generata con amore e cura, le sue fattezze sono tanto perfette da rendere l’illusione che sia persona viva.

Con questo balletto si apre Le magnifiche invenzioni, secondo romanzo di Mara Fortuna, edito da Giunti.

Ambientato a Napoli, alla fine del 1800, la storia narra dei fratelli Gaetano e Tunino, rispettivamente ballerino del Teatro San Carlo e aspirante inventore.

Giovani e sognatori, poveri e talentuosi, i ragazzi s’imbattono in un eccezionale inventore.

Etienne Jules Marey, fu un visionario. Ingiustamente dimenticato, inventò la cronofotografia, o fotografia in movimento, che va considerata come l’antesignana della macchina cinematografica.

Visse a Napoli il suo amore clandestino con Madame Viborn che, malata di nervi, era stata sua paziente. Ebbero una figlia. Si occupò di fisiologia, concepì quella che ancora oggi è nota come la Legge di Marey relativa al rapporto tra la pressione arteriosa e la frequenza cardiaca.

Quest’uomo geniale e ambiguo, entra nella loro vita e ne diventa il motore.

I due giovani, ognuno a suo modo, si fanno travolgere.

Gaetano, ballerino e omosessuale, se ne innamora follemente e si convince di poter essere ricambiato; Tunino, aspirante inventore, si persuade che Marey possa aiutarlo nella sua folle impresa di creare una macchina volante.

Entrambi i fratelli s’illudono, si struggono di un amore impossibile che ha per oggetto l’affascinante e distinto inventore. Un uomo scisso, enigmatico e tormentato, presente e assente, vicinissimo e distante, di cui ci si può innamorare come di fronte ad uno specchio deformante.

Marey è quello che Freud, pensando allo stesso racconto di Hoffman con protagonista Coppelius, definì il Perturbante, ovvero tutto ciò che ci è familiare eppure ci spaventa. Una chiave per trovare una parte spaventosa di noi, che ci siamo illusi di aver sepolto nella memoria, mentre ci guarda.

Sullo sfondo Napoli. Tra queste pagine, ho trovato una città molto simile a quella in cui ho vissuto io. Selvaggia, stratificata e feconda come un mondo interiore. Un Uroboro, che si ripete in maniera avvilente e lacerante.

A Napoli, Marey, lo chiamavano lo scemo di Posillipo. Il futuro, tra queste strade piene di storia, è ancora una follia.

Da un punto di vista stilistico, Mara Fortuna fa spesso ricorso alla similitudine. Una figura retorica che tende un po’ a rallentare la lettura. La sua è una scrittura empatica, capace di coinvolgere.

Ho trovato felici riferimenti in romanzi assai fortunati come L’ombra del Vento di Carlos Ruiz Zafόn e i Pazienti del dottor Garcìa, di Almudena Grandes.  Sono, questi, romanzi storici, con personaggi e vicende reali, magistralmente ricostruiti, che però non rinunciano al magico, al favoloso.

Il romanzo di Mara Fortuna, in questo senso, non fa eccezione.

L’unica pecca, forse, la voglia dell’autrice di inserire troppi personaggi e troppe linee narrative, come a rovesciare dentro le sue pagine il cuore con tutte le periferie. Il personaggio di Philippe, ad esempio, il maestro di piano con ambizioni anarchiche appare inutile all’interno di una trattazione già ampia e ricca di eventi e trame.

Pierangelo Consoli

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 Le magnifiche invenzioni, Mara Fortuna, Giunti, 2021, pag.389, euro 18.

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