Matteo Cavezzali. Nero d’inferno

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Matteo Cavezzali, Nero d’inferno

Questo romanzo è talmente straordinario che è quasi impossibile scriverne. E’ impossibile, per un critico, per uno scrittore e soprattutto per un lettore, vivificare la meraviglia di questo Nero d’inferno (Mondadori, pagg. 296, euro 19) che è uno specchio d’inchiostro dei nostri tempi pur raccontando la storia (vera) di Mario Buda, migrante romagnolo che nel 1907 arriva negli Stati Uniti e si accorge che la “Terra della Libertà” è più un sogno che una realtà. Una realtà che in quegli anni ha “accolto” più di 12 milioni di migranti – soprattutto italiani e irlandesi – sbarcati a Ellis Esland: all’arrivo dovevano esibire i documenti di viaggio con le informazioni della nave che li aveva portati a New York.

I “Medici del Servizio Immigrazione” controllavano rapidamente ciascun immigrante, contrassegnando sulla schiena con un gesso, quelli che dovevano essere sottoposti a un ulteriore esame per accertarne le condizioni di salute (ad esempio: PG per donna incinta, K per ernia e X per problemi mentali). Chi superava questo primo esame, era poi accompagnato nella “Sala dei Registri”, dove erano attesi da ispettori che registravano nome, luogo di nascita, stato civile, luogo di destinazione, disponibilità di denaro, riferimenti a conoscenti già presenti nel paese, professione e precedenti penali, gli altri erano immediatamente rimpatriati.

Un’immagine straordinaria è quella immortalata in una “comica” di Charlie Chaplin: in un passaggio ci sono i migranti felicissimi di vedere finalmente la Statua della Libertà e al contempo “contenuti” dai manganelli dei poliziotti lontano dai parapetti della nave.

Quello che racconta Matteo Cavezzali è l’inferno esistenziale di essere umani “marchiati” di ogni infamia e di ogni ingiuria: Mario Buda è tra questi e cerca di affrontare la propria “vita agra” in un nuovo mondo dove sbarcare il lunario è la vera dittatura della “democrazia” americana. Mario Buda di giorno lavora in fabbrica mentre di notte commercia illegalmente alcolici nella New York del Proibizionismo.

Vive ogni giorno tra gli insulti dei “ veri” americani, si confronta con un razzismo popolare e radicato, violento e quotidiano, sino a che incontra l’anarchico Luigi Galleani che lotta contro lo sfruttamento del capitalismo: uno sfruttamento che alle catene preferisce le museruole mentali.

Tutti si devono “adeguare” alle leggi americane, devono subire i continui attacchi politici e giornalistici che ritraggono gli italiani come assassini, infami, inaffidabili, delinquenti. Mario Buda reagirà a tutto questo nel 1920: piazza un carretto a Wall Street, nel cuore del capitalismo, e lo fa esplodere. Ancora oggi negli Stati Uniti con il termine “Boda’s Bomb” si indica un autobomba e proprio a seguito dell’attentato fu varata la prima legge americana antiterrorismo.

Ma chi è veramente Mario Buda? Matteo Cavezzali è un autentico maestro, pur essendo soltanto al suo secondo romanzo, nel raccontarci la vita misteriosa di quest’uomo (ancora oggi non si conosce la sua fine) e nel ritrarre l’America dei primi del ‘900, quella di Sacco e Vanzetti, quelli di una città come New York che lo scrittore riesce a descrivere con la minuzia emotiva del miglior Bernard Malamud e nel consegnarci un romanzo che merita come minimo il Premio Strega. Insieme a Il colibrì di Sandro Veronesi e a Una dolce abitudine di Alberto Schiavone (Guanda): meriterebbero un ex-equo di vincita come di vendite

Gian Paolo Serino