Anteprima. Judith Rossner. Agosto

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Quando mi sono avvicinata a questo libro, ero spaventata dal fatto di dovermi confrontare e rendere oscure e astratte teorie psicanalitiche, ma mi sono ricreduta immediatamente. Fin dalla prima pagina, la scrittura dell’autrice di Agosto (da oggi nelle librerie con la casa editrice La Tartaruga), Judith Rossner, mi ha trascinato prepotentemente nel vortice dei rapporti umani, affidando principalmente al monologo della giovane paziente, al tempo stesso frammentato e autentico, convulso e vibrante di vita vissuta, il compito di trasmetterci la vera atmosfera dell’analisi.

Lulu Shinefeld è l’analista, Dawn la paziente. Quando si incontrano per la prima volta, la dottoressa è una donna sui quaranta, una newyorchese proveniente da una famiglia benestante di origine ebrea; la ragazza è una diciottenne dal torbido passato famigliare, con un grave incidente e un aborto alle spalle. Ma nel corso de cinque anni di analisi, le due protagoniste femminili di questo potente romanzo intessono un rapporto che a tratti scavalca la rigida gerarchia professionale tra le due donne, al punto da restituirle a noi lettori in un caleidoscopico gioco di ruoli tra madre e figlia, guida e allieva, complici amiche.

Se l’autrice ci mostra la dottoressa sia all’interno dello studio nella sua veste professionale che come donna che divide la sua vita tra Manhattan e gli Hamptons, alle prese con un quotidiano e una vita privata che la mettono continuamente alla prova come madre e amante, il personaggio di Dawn rimane quasi del tutto confinato all’interno dello studio; la vediamo entrare e uscire da quella porta, a volte trafelata e in lacrime, altre euforica e su di giri, riuscendo nel corso degli incontri a portare a galla frammenti del passato che la aiuteranno nel suo percorso di scoperta di sé.

Dawn infatti avrà la forza di intraprendere questo viaggio introspettivo indagando sulla vita dei suoi genitori naturali, sulle cause delle loro scelte e le circostanze della loro morte. Dagli estenuanti flussi di coscienza di Dawn, dai suoi flashback nel chiuso claustrofobico dello studio, scopriremo così che la ragazza, orfana dall’età di due anni, è stata cresciuta dalla sorella del padre e dalla sua compagna, una coppia lesbica, le altre due figure femminili indubbiamente molto riuscite nel libro, che hanno avuto un peso enorme nella sua infanzia e la cui recente separazione ha portato Dawn sull’orlo del baratro.

Licia Vighi, traduttrice dall’inglese di Agosto 

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Di seguito un estratto in esclusiva concesso a Satisfiction da La Tartaruga edizioni.

La dottoressa Lulu Shinefeld aprì la porta dello studio che dava sulla sala d’attesa e salutò la ragazza che aveva chiesto un consulto. La giovane, che si chiamava Dawn Henley, annuì con fare distaccato.

«Prego, accomodati», disse la dottoressa Shinefeld.

Dawn Henley si alzò in piedi. Era alta, persino più della dottoressa, e molto bella, con occhi a mandorla castano scuro, una carnagione quasi olivastra e capelli biondo miele tagliati all’altezza delle spalle seguendo una linea dritta e precisa. Era luglio. Dawn portava un paio di pantaloni bianchi di cotone, una maglietta bianca e dei sandali, ma avrebbe potuto benissi- mo indossare un abito da sera a giudicare dalla grazia con cui entrò per prima nello studio, si accomodò sulla sedia di fronte a quella della dottoressa e ispezionò l’ambiente circostante.

La sala d’attesa era anonima, ma l’arredo dello studio era gradevole, per quanto sobrio. Le pareti erano bianche; il lettino, marrone; le due sedie erano rivestite con una splendida stoffa rosso ciliegia. Un kilim con una predominanza di tinte marroni, turchesi e rosse occupava una parte del parquet. Ol- tre al tappeto, gli altri oggetti presenti nella stanza erano un quadro semiastratto in cui suggestive sagome di esseri umani parevano mettersi in posa per ciò che avrebbe potuto essere una vecchia foto di famiglia, e una scultura, su un tavolo ai piedi del lettino, che ricordava una delle figure primordiali di Henry Moore, un uovo cinto da qualcosa di delizioso ma indefinibile. Sulla scrivania della dottoressa c’era un vaso blu con tre iris viola. Da una porta aperta accanto alle finestre si scorgeva un’altra stanza più piccola con uno folto tappeto marrone. Dentro vi si intravedeva una libreria con vari giocattoli, una grande casa delle bambole e un paio di pouf gialli di plastica.

Gli occhi di Dawn finirono per posarsi sulla dottoressa. Nessuna traccia di imbarazzo adolescenziale. Nessuna occhiata diffidente né contorcimenti sulla sedia. L’espressione della giovane era neutra.

«Allora», disse la dottoressa Shinefeld con un sorriso, «riassumiamo quello che mi hai raccontato. So che hai diciott’anni, che sei del Vermont ma che frequentavi il collegio a Westchester e andrai al Barnard a settembre.»

Dawn annuì.

Dalla borsa a tracolla di tela, che aveva posato sul pavimento, estrasse un registratore che poi accese, sistemandoselo in grembo.

«Vuoi registrare la nostra conversazione?» domandò la dottoressa.

«Mi pare una bella idea, non crede?»

«E per quale motivo?»

«Be’», disse Dawn, «così poi non ci saranno dubbi su quan- to è stato detto… e, in ogni modo, se dovesse succedere qual- cosa a una di noi due…»

«Sì?»

«Non andrebbe tutto perduto.»

Poiché la dottoressa non rispose, Dawn accese il registratore.

«Cosa c’è?» domandò dopo aver notato una smorfia balenare sul viso della dottoressa. «Non le dispiace, vero?»

«Non so», rispose la dottoressa Shinefeld. «Il fatto è che non sono abituata a questo genere di cose.»

«Se proprio le dà fastidio, lo spegnerò. Ma provi a vedere se riesce ad abituarsi», disse Dawn pacatamente.

La dottoressa Shinefeld era sconcertata. Molti pazienti tentavano di avere il pieno controllo delle sedute nel preciso momento in cui mettevano piede in quella stanza, ma il registratore aggiungeva una dimensione nuova. In ogni caso, quel genere di controllo non era nemmeno ciò che Dawn cercava.

«D’accordo», disse la dottoressa. «Bene, vediamo… magari ti va di dirmi perché sei qui.»

«Non c’è nessun motivo», disse Dawn. «Cioè, anche se non mi dispiace essere qui, non avrei scelto io di vedere un altro analista se Vera… mia madre… non me lo avesse chiesto.»

«E perché l’ha fatto, secondo te?»

«In realtà, il motivo è abbastanza chiaro. Ho avuto un incidente d’auto in cui ci ho quasi lasciato le penne. Mi era già successo. Ma quella volta ero in bicicletta. Avevo tredici anni, e sono andata a sbattere contro una macchina a una velocità tale che non ho potuto far altro che assumermi tutta la responsabilità dell’accaduto. Mi sono rotta il collo, oltre a un braccio e a una gamba. Non appena sono stata di nuovo in grado di muovermi, Vera mi ha spedito da un analista. Il dottor Leif Seaver. So che lo conosce, visto che è stato lui a darmi il suo nome. Come le ho detto al telefono.»

Per la prima volta, dalla maschera impenetrabile di Dawn affiorò un accenno di emozione.

La dottoressa annuì.

«Ho visto il dottor Seaver per quattro anni», disse la ragazza. «Fino all’inizio di giugno, quando mi sono diplomata. Lui mi è stato… davvero di grande aiuto.»

Quest’ultima frase pareva uscita in modalità automatica.

La dottoressa aspettò.

«Poi, un paio di settimane fa… ho avuto un altro incidente. Questa volta stavo guidando. Ero nel Vermont, vicino a Marbury. Dove abita Vera. Il posto in cui sono cresciuta. Be’, mi sono addormentata al volante. Sarebbe stata sicuramente la fine se il ragazzo accanto a me non avesse afferrato lo sterzo, facendoci finire in mezzo a dei cespugli invece che contro un albero.» Sorrise. «Lui crede di essere innamorato di me. Be’, verrebbe da pensare che, se una persona ti avesse quasi ammazzato, non la vorresti più vedere…» Aveva assunto un tono astratto. «Ci sono alcuni ragazzi che credono di essere innamorati di me.»

«Entrambe le volte hai detto che credono di essere innamorati», rimarcò la dottoressa Shinefeld. «È diverso dall’essere innamorati?»

«No», disse Dawn. «Non proprio. Immagino. Cioè, se cre- di di essere innamorato, allora lo sei. In ogni modo, chi può dire che non è vero?»

«Hai mai pensato di essere innamorata?»

«Oh sì», rispose la ragazza senza esitazione. «Ero innamorata del dottor Seaver.»

«Qual era la differenza tra i sentimenti che provavi per il dottor Seaver e quelli che questi giovanotti provano per te?»

«Semplice», fece Dawn. «Loro sono innamorati del mio aspetto. Ho quel genere di fattezze che sei tenuto ad avere in questo Paese. Capelli biondi, gambe lunghe, e tutto quell’inutile armamentario. Però non c’entra con me, con chi sono veramente. Se avessi mostrato a chiunque di loro cosa mi frullava per la testa, non avrebbero voluto più saperne di me. Il dottor Seaver… a lui il mio aspetto non interessava. Quando gli parlavo, mi degnava a malapena di uno sguardo. Ricordo che è stato così fin da subito. Nulla di quello che dicevo l’ha mai sorpreso, perché non lo vedeva proprio il Mio Difuori. E a me il suo aspetto non interessava. So che qualcuno potrebbe pensare che fosse brutto, e con quella strana gobbetta sulla schiena, tanto che, a una prima occhiata, avresti potuto dire che se ne stesse tutto incurvato di proposito. Non me ne importava niente.»

C’erano delle lacrime negli occhi di Dawn. Che non si prese la briga di asciugare.

«Perché hai avuto l’incidente, secondo te?»

«Perché lui mi ha lasciato.»

«Avevi finito l’analisi?»

«Per lui sì. Io stavo bene, più o meno. Ma non capiva che riuscivo a fare tutto quello che facevo solo perché avevo lui.»

«Gliel’hai detto?»

«Ci ho provato, ma quasi sicuramente non mi sono espressa nel modo giusto perché, in caso contrario, non posso proprio credere che lo avrebbe fatto. Ho passato molto tempo in una specie di trance. Magari sembrerà folle, ma è vero. Dal giorno in cui ha cominciato a parlare di smettere sono caduta in una specie di trance… Mi è successa la stessa cosa dopo il primo incidente. Per alcuni minuti rimasi talmente stordita che non mi rendevo nemmeno conto di avere qualcosa di rotto. Dissero che ero in stato di shock. Ecco, con il dottore fu uguale, non capivo esattamente cosa stava succedendo, e durò mesi e mesi, e non qualche minuto.»

La dottoressa Shinefeld era silenziosa. Stava già meditando di trovare il tempo per vedere quella ragazza, sempre che lei fosse stata d’accordo. La sua storia era affascinante persino prima di Seaver, a giudicare da quello che le aveva raccontato Vera Henley al telefono. Lo stesso Seaver era un tipo interessante; la sua reputazione, specie come diagnosta, era eccellente.

«Da cosa è stato causato il primo incidente, secondo te?» domandò la dottoressa.

«Dal divorzio dei miei genitori. Suppongo che sappia dei miei genitori.»

«Quella con tua madre non è stata una conversazione molto lunga. Preferirei che fossi tu a raccontarmi le cose che credi dovrei sapere.»

Dawn sorrise. «Be’, ce ne sono parecchie, e tutte piuttosto assurde. O almeno è ciò che penserebbe la maggior parte del- la gente. Sono cresciuta pensando che fossero assolutamente normali.»

© 2020 La Tartaruga edizioni Baldini+Castoldi s.r.l.