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Ezio Sinigaglia, Eclissi

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«Il suo progetto puntava dritto all’oscurità per cogliervi una luce. Era inesplicabile a lui stesso. Eppure era il progetto più forte e preciso che avesse mai formulato in vita sua».

Io non so se Eclissi sia il progetto letterario “più forte e preciso” che Ezio Sinigaglia abbia realizzato perché non si può parlare di questo “scrittore aspirante”, come lui stesso si definisce, senza tenere conto de Il pantarèi (1985), della sua vicenda editoriale e della riscoperta che il romanzo ha avuto grazie a TerraRossa edizioni che l’ha ripubblicato nel 2019. Ciò che è certo è che Eclissi (Nutrimenti, 2016) è successivo a Il pantarèi e anche se sarebbe interessante mettere a confronto questi due libri, qui mi occuperò soltanto di Eclissi. Me ne occuperò perché a me sembra che Eclissi sia un’opera d’arte, un capolavoro, qualcosa che raramente accade (come le eclissi totali di Sole, appunto) e che meriti di essere conosciuto e letto ora, adesso, affinché non accada quanto è accaduto per Il pantarèi, anche se non accadrà, non potrà accadere perché Ezio Sinigaglia sta finalmente avendo quella visibilità che per anni gli è stata negata e tante sono le recensioni, segnalazioni, interviste, benché per quante esse possano essere, non colmeranno mai il buco nero di anni e anni di silenzio. E comunque, prima di parlare di Eclissi vorrei soltanto ricordare quanto sosteneva qualcuno, e cioè come la recensione ideale (ma questa non vuole essere una recensione) di un capolavoro dovrebbe limitarsi a ricopiare esattamente il testo che si prefigge di recensire. Perché non c’è niente che dica il testo in maniera migliore del testo stesso. E allora, sebbene per giorni abbia pensato a questa eventualità, di trascrivere il libro e inserirlo in questo pezzo, creandone il doppio – il romanzo e il suo doppio, verrebbe da dire – alla fine ho desistito per una semplice ragione: io volevo parlare di Eclissi e al contempo volevo trasmettere la gioia e l’entusiamo e la gratitudine che ho provato per il romanzo e per chi me lo ha fatto conoscere. Perché la letteratura è fatta di libri, certo, ma è fatta anche dell’entusiamo che questi libri suscitano e dei discorsi e delle relazioni che intorno a questi libri nascono. Magari non subito  – com’è il caso de Il pantarèi – ma infine certi libri (quante volte ho ripetuto la parola “libri”?) si spalancano come strapiombi di basalto nel cielo stellato della letteratura.
Ed ecco allora comparire l’architetto triestino Eugenio Akron, perché è lui a camminare e a sporgersi dagli scogli di quest’isola nordica imprecisata (da qualche parte tra Scozia, Norvegia e Islanda) dov’è appena giunto per assistere all’eclissi totale di Sole attesa per il giorno dell’equinozio di primavera. È arrivato prima del previsto, Eugenio Akron, cinque giorni prima, perché, d’altronde: «bisognava preparare ogni cosa con cura. Ambientarsi, prima di tutto, assimilando la novità dei luoghi, del clima, della luce fino a trasformare l’estraneo in familiare, lo straordinario in quotidiano. E poi, naturalmente, organizzare l’escursione, garantirsi con certezza assoluta quei tre minuti scarsi di notte e di silenzio».
Akron sta per compiere settant’anni, il viaggio è il regalo che egli si è concesso, «l’ultima occasione di estrarre dalla reticenza del mondo una domanda». Quale sia esattamente questa domanda, egli non sa dirlo con certezza ma è una domanda che si sporge sul vuoto, sul mistero, «come il grido stridulo di un cormorano, a sera, dalla vetta di basalto di uno scoglio. Una domanda che, forse, si nascondeva dietro il disco nero della Luna».
L’isola, il compleanno vicino, la natura selvaggia, il nero delle rocce, l’erba che scintilla come smalto, il blu del mare, la gentilezza della signora Hagen – l’affittacamere – l’accordo che già il giorno successivo egli stringe con Kurtli, un vecchio pescatore dell’isola – i cui occhi «erano uno specchio mobile del cielo» – per affittare il peschereccio («partenza venerdì alle sette e trenta, rientro poco dopo mezzogiorno») dal quale assistere allo spettacolo dell’eclissi. Tutto questo restituisce ad Akron la sensazione di essere “guarito” dalla sua angoscia dovuta alla perdita di Irene e, ancor prima – cinquantuno anni prima – dalla morte in mare dell’amico Ben, con il conseguente senso di colpa. Perché ad Akron pare che gli siano bastate poche ore sull’isola per far sì che «nelle le sue vecchie membra, arrugginite dalle primavere e ammalorate dagli autunni» riprendano «a fluire le arterie e le vene di un fanciullo». Poche ore per fargli nuovamente palpitare il cuore d’emozione. E poi ecco l’incontro con Mrs Clara Wilson, un’anziana vedova americana specializzata nelle eclissi – è alla diciassettesima eclissi e «suo figlio le aveva detto che lei girava il mondo per vedere eclipsi, che eclipsi vuol dire quando uno non vede niente e che quindi lei viaggiava per non vedere». Mrs Wilson, secondo la quale, «umani sanno spiegare fatti, ma non sanno spiegare imozioni»; la decisione di parlare ognuno la lingua dell’altro – «l’agreement linguistico» –  la vivezza di questi dialoghi, la commistione di suoni, parole, l’invenzione di una lessico bislacco che travasa gli stessi dialoghi per riversarsi nel corpo del testo. E la visita che Akron e Mrs Wilson fanno alle rovine dell’antica cattedrale di Storbygd che sorge su una piccola altura di fronte al mare, guardiana del nulla, senza che per miglia e miglia ci sia una terra emersa, «di modo che la cattedrale sembrava interrogare l’elusiva lontananza di Dio, la sua tenace resistenza a mostrarsi, nella sua proiezione verso il vuoto orizzonte non meno che nel suo gotico slancio verso un cielo raramente sereno: cioè, per così dire, lungo il deserto totale delle ascisse così come lungo il silenzio assoluto delle ordinate. Sopra quella terrazza di basalto nero e nudo, creato dai vulcani e scolpito dal mare e dal vento, sorgeva il nero e nudo basalto modellato dagli uomini, quasi che la terra avesse partorito la chiesa. E, nel mezzogiorno insolitamente luminoso, il nero della pietra si stagliava contro il grigio fangoso del mare cavandone fuori l’azzurro».
Ogni cosa sembra allinearsi in maniera perfetta. Ogni cosa e anche i presagi che s’annunciano nel corso della breve narrazione. Così come il Sole la Luna e la Terra vanno allineandosi tra piano equatoriale celeste e piano dell’eclittica, anche Eugenio Akron sembra mosso, guidato dalla stessa armonia imperscrutabile propria della meccanica celeste. C’è come un abbandono, una sospensione in Eclissi, che pertiene innanzitutto allo stile, alla scrittura corporea e magmatica che rende consistente lo slancio utopico, alla sua rara bellezza – incisa sul nero delle rocce, la scrittura come esercizio che punta dritto all’oscurità per cogliervi una luce – e alla maniera in cui procede il racconto: verso l’asse nodale che interseca vita umana e vita astronomica. Affinché le congiunture astrali, ripetendosi, possano far accadere di nuovo, nella persona di Mrs Clara Wilson, i gesti e le parole di Ben: «La vedi quella luminosa stella gialla, gialla come il nostro sole? Quella è Dhube, la ruota posteriore destra del carro. Pochi centimetri più a est – ecco, qui – c’è Merak, ’ssài meno fulgida. Ora basta ritornare da Merak a Dhube e proseguire in linea retta per un tratto che è di circa cinque volte la loro distanza. Ed ecco la Stella Polare. La vedi, Eu?».
Ma è giunto il momento di andare, perché a breve il sole inizierà a oscurarsi e infatti gli uccelli strepitano e attraversano a stormi la cupola celeste («Birds have wings, and their wings have eyes: they can see things we can’t see»): è il loro presagio astronomico, a cui segue un profondissimo silenzio. E allora dobbiamo lasciare da solo Eu, Eugene (soltanto chi ci vuole bene gioca con il nostro nome, lo traduce in nuovo suono); lasciare che si arrampichi su per la scaletta del Piccolo Carro, di stella in stella, in questa “luminosissima notte” di eclissi totale di Sole, per formulare finalmente la sua “right question”.

Gianluca Minotti

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