Burhan Sonmez, Labirinto

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Un uomo si risveglia nella propria camera da letto. Cosa c’è di più rassicurante di un uomo che all’inizio di una storia si risveglia nella propria camera da letto? Probabilmente niente. Ma se quello stesso uomo, svegliandosi, non sa dire se il suono che l’ha destato provenga dalla sua stanza o dall’appartamento accanto o dalla campana di un mercantile o dal sogno – dal sogno di qualcuno che dorme nell’appartamento accanto – e non riconosce la sua stessa camera da letto, il comodino, la lampada, l’armadio, la tenda, ecco come tutto ciò che poteva essere “rassicurante” si faccia invece enigmatico e minaccioso. Tanto più che l’uomo che si risveglia all’inizio di Labirinto di Burhan Sönmez, appena pubblicato da Nottetempo con la traduzione di Nicola Verderame, di sé sa soltanto il nome, Boratin Bey, perché ha perso la memoria. Perché fino al giorno prima era in ospedale dove si era a sua volta risvegliato con una costola rotta senza ricordare nulla del suo passato: né da dove proviene né i suoi affetti più cari né le sue passioni. Niente. Neanche il motivo per il quale ha tentato il suicidio gettandosi giù dal Ponte sul Bosforo.
 
I racconti degli amici, la voce della sorella che giunge a lui dall’apparecchio di un vecchio telefono, le ragazze che non ricordava di avere amato, le chitarre che ha in casa perché era un musicista blues, le parole delle sue stesse canzoni, i dischi, la sua immagine riflessa nello specchio, i sogni, gli ingranaggi degli orologi che smonta nel tentativo, forse, di recuperare il tempo perduto – di rovesciarlo, di individuare l’origine e la natura del tempo e scardinarli – sono le tracce che Boratin Bey segue per ricostruire la propria identità. Privata e sociale. Perché la sua è un’indagine, certo, ma un’indagine spalancata a un duplice, inconciliabile conflitto. Se da una parte, infatti, Boratin si rende conto che nessuno può esistere senza il proprio passato, dall’altra egli è consapevole che se nella sua “vita precedente” ha provato a suicidarsi è perché voleva liberarsi di quello stesso passato. Riappropriarsene, potrebbe allora significare condannarsi una seconda volta mentre rinunciarvi significherebbe essere stranieri a sé stessi.
 
L’ultimo romanzo di Burhan Sönmez ha il fascino delle narrazioni erratiche nelle quali la linea che divide il perdersi dal ritrovarsi è sottile, quasi inesistente: noi seguiamo le peregrinazioni di Boratin Bey lungo le strade di Istanbul, nei locali, nel quartiere di Beyoğlu, e insieme ai suoi passi, nelle suggestioni di noi lettori instancabili, risuonano quelli di Galip, il protagonista de Il libro nero di Orhan Pamuk, perché entrambi – Boratin e Galip – sono dei flâneur dei labirinti della mente e della città e non ci stupiremmo se si incontrassero, magari nella bottega di Alâaddin. Se si incontrassero e non si riconoscessero. Ognuno perso nella propria ricerca di senso, a inseguire una voce, una consistenza, una donna, un rubricista o semplicemente sé stesso. E così, certe volte, quando è nel suo appartamento, Boratin fa una cosa strana: stacca lo specchio dalla parete – lui che a sua volta si sente come uno specchio vuoto attraverso il quale non vede niente – e lo avvicina alla finestra per osservare come, nell’immagine riflessa, la Torre di Beyazıt e i tetti del Palazzo di Topkapı si fondano con gli alberi del Parco di Gülhane. Edifici e luoghi che appartengono a tempi storici diversi si annullano gli uni negli altri. Altre volte, invece, quando è in giro a camminare, Boratin imbocca una strada dall’estremità opposta dalla quale crede di averla solitamente percorsa in passato, «perché farlo», dice, «ricorda il guardarsi allo specchio. Il volto degli edifici è rovesciato. Le linee delle ombre si fanno piú marcate. Le cose lontane si avvicinano, quelle vicine si allontanano. I passi sul selciato riecheggiano in maniera diversa».
E soltanto in questo modo, sembra suggerirci la lettura di Labirinto, cercando di rovesciare il rovescio che già siamo, è forse possibile riconoscersi.