GLI ANNI NOVANTA – SECONDA PARTE

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Davide Steccanella

La prima volta che sono andato al cinema fu a Padova, era il 1965.

Avevo poco più di tre anni e mamma e papà mi portarono a vedere Mary Poppins di Walt Disney.

Da allora ci sarei tornato molte volte.

Penso che non mi stancherò mai di andare al cinema.

Dicono che il primo lungometraggio sia stato Nascita di una Nazione dell’americano David Griffith, uscito l’8 febbraio del 1915.

Sono passati più di cent’anni, sono usciti migliaia di film e si continua ad andare al cinema.

Ho voluto ricordare 260 titoli italiani e stranieri in ordine cronologico dedicando, al termine di ogni decade, un approfondimento a registi, attori o a particolari “filoni”.

Ovviamente sono scelte soggettive che non metteranno d’accordo tutti, ma l’importante è continuare ad andare al cinema.

Perché nessuno schermo televisivo saprà mai restituire la magia di un grande schermo che si illumina nel buio di una sala gremita di spettatori vocianti che improvvisamente si zittiscono, come davanti a un’apparizione divina.

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La decade dei film più intimisti che raccontano la provincia americana, ma anche del Titanic e di Pulp Fiction

America oggi di Robert Altman (1993)

Venti anni dopo Nashville il vecchio Altman, noto per alternare capolavori a boiate senza ritegno, si “aggiorna” e ci rinnova un secondo e grande affresco anni Novanta degli USA reaganiani post-Vietnam. Cast strepitoso, basta scorrere i nomi di Julianne Moore, Tim Robbins, Jennifer Jason Leigh e Robert Downey Jr. e consueta direzione da manuale, vinse un meritato Leone d’oro alla mostra veneziana, anche perché introdusse, in certo senso, un nuovo filone che verrà definito appunto “alla Altman”.

Shindler’s List di Steven Spielberg (1993)

Uno Spielberg versione storico-commemorativa era già di per sé un evento da creare più di un’attesa e sin da quelle prime immagini in bianco e nero con la geniale idea del rosso della bimba in mezzo alla rastrellata faceva intuire il miracolo. Poi tale miracolo si confermerà lungo l’arco della straordinaria pellicola fino a quel finale di fronte al quale è impossibile non uscire un pò diversi da prima. Se il protagonista Liam Neeson è più che bravo, l’ufficiale nazista isterico di Ralph Fiennes, con tanto di pancia gonfia e vizietto del fucile facile, diventerà una sorta di cult.

L’età dell’innocenza di Martin Scorsese (1993)

Tratto dal romanzo vincitore del Premio Pulitzer 1921 dell’americana Edith Wharton, spettacolare ricostruzione di Martin Scorsese della New York di fine Ottocento, operazione che non gli riuscirà altrettanto bene con il successivo Gangs of NY. Il film ottenne numerose candidature all’Oscar ma vinse solo per gli splendidi costumi dell’italiana Gabriela Pescucci. Il Newland di Daniel Day Lewis resta memorabile e intorno a lui recita un perfetto cast femminile con Michelle Pfeiffer, bellissima come non mai, Winona Ryder al suo top e Geraldine Chaplin e Miriam Margolyes nei ruoli delle signore Welland e Mingott. “New York non rispose all’invito” è la frase cult della voce narrante.

Lezioni di piano di Jane Campion (1993)

Palma d’oro al prestigioso Festival di Cannes, è piaciuto a tutte le mie amiche questa sinfonia un pò “racchiusa”, retta in gran parte sul talento di Holly Hunter e sull’etero sex appeal di Hervey Keitel. Per me, insieme a Le Onde del destino di Las Von Trier si colloca tra i film più sopravvalutati della decade, ma siccome so che per molti è considerato un capolavoro non posso ometterlo, del resto la stessa “premio-noia”, Signora Campion, in seguito ci avrebbe riservato ben altre “sòle”, tipo quella palla micidiale con la Kidman in costume di cui neppure ricordo il titolo.

6 gradi di separazione di Fred Schepisi (1993)

Surreale ed intrigante apologo dell’incontro di una famiglia snob della Upper Class di Park Avenue che si incapriccia delle doti di un ammaliante ragazzo di strada che vive d’espedienti, tra opere d’arte, figli viziati ed altre ricche amenità. Perfetto come sempre Donald Sutherland, fu il film che rivelò l’ancora oscuro talento del giovane Will Smith e vera chicca ritrovare, seppure alquanto imbolsito, l’indimenticabile biondo Bruce Davison di Fragole e Sangue.

Ritorno a Tamakwa di Mike Binder (1993)

Dopo vent’anni un gruppo di ex amici, nel frattempo diventati grandi, si ritrova nel campo estivo nell’Ontario che frequentavano da adolescenti e si creano tra loro le tipiche dinamiche da Grande freddo con finale a sorpresa. Bill Paxton fa l’ex scavezzacollo, Diana Lane la bellona rimasta tale, Alan Arkin il vecchio gestore che sta per andare in pensione, Matt Craven il disincantato un pò sfigato e Elizabeth Perkins, per una volta anche sexy, svetta su tutti. Molto bello e incomprensibilmente misconosciuto.

Filadelfia di Jonathan Demme (1993)

Già un film che inizia e finisce con due canzoni originali di Bruce Springsteen e Neil Young, le due voci che più hanno emozionato la mia adolescenza, merita di essere visto. Non bastasse, nel corso del film Tom Hanks valorizza ai massimi la terza voce che ha emozionato la mia post adolescenza, ovvero Maria Callas, in quella Mamma morta dallo Chénier di Giordano che in Teatro fece solo una volta in vita sua. Peraltro, ai tempi del 1993 il “tema” non era poi così sdoganato nel mio bel paese di bacchettoni ed ecco altro motivo per citare questo film. Tom Hanks e Denzel Washington sono bravi ma non bravissimi, mentre pessimo l’inutile e fuori parte Banderas.

Buon compleanno Mr. Grape di L.Hallstrom (1993)

Gara di bravura tra fratelli in una famiglia dove succede tutto forse perché abitano in un paesino di quattro case nello Iowa dove invece non succede niente. Il diciassettenne Di Caprio fu nominato all’Oscar come non protagonista, Johnny Deep è il buon “guerriero con la corazza che luccica” dai capelli lunghi anche per quelli troppo corti di Juliette Lewis che come la madre obesa e nascosta di Gilbert “non è sempre stata così”. Commovente il tragico finale.

Pulp Fiction di Quentin Tarantino (1994)

Per mio conto è forse il più bel film della decade e non solo. Geniale, innovativo, irripetibile, incalzante, sorprendente, mirabile, insomma una sfilza di aggettivi per questo gigantesco, ma perfettamente assemblato, “pastiche” che raccoglie personaggi tra loro del tutto improbabili. E fra un John Travolta, cui tocca di sentire una pietosa barzelletta sui pomodori concentrati da una sconvolgente Uma Thurman appena uscita da una overdose, un Harvey Keitel “che risolve problemi”, prima di dire che “non è ancora il momento di farsi i pompini a vicenda”, il mistico Samuel L. Jackson e il rude Bruce Willis, che ricorda l’orologio preservato nel buco dell’ano del padre soldato, non si sa davvero chi scegliere. Memorabile e punto, da vedere e da rivedere. Palma d’oro a Cannes e Oscar alla sceneggiatura originale.

Le ali della libertà di Frank Darabont (1994)

Puntualmente votato ai primi posti di tutti i sondaggi tra i cinefili questo incantevole film tratto dal romanzo Rita Hayworth e la redenzione di Shawshank di Stephen King. Storia epica di detenzione e poi evasione del bancario Andy Dufresne, in carcere da innocente, con un direttore corrotto e un finale strappalacrime per il ricongiungimento in libertà dopo 40 anni della coppia di amici Andy e Red, il primo interpretato da uno straordinario Tim Robbins e il secondo dal non meno bravo Morgan Freeman. Colonna sonora superlativa, e frase cult “o fai di tutto per vivere, o fai di tutto per morire”. Bellissimo.

Priscilla di Stephan Elliott (1994)

In genere non amo i musical e tanto meno quelli drag style ma questo azzeccato road movie australiano merita soprattutto per il terzetto protagonista. Se l’eccessivo Guy Pearce e il padre infin commovente Hugo Weaving sono bravissimi, il vecchio Terence Stamp nel ruolo di Bernadette che fa invaghire l’insospettabile Bill Hunter è addirittura straordinario. Oscar ai costumi e musica splendida non solo nel finale e ancora non abusato Mamma Mia degli Abba, ma soprattutto in quella cabaletta “Sempre libera” mimata da Pearce sul tetto del furgone che è il più riuscito spot per La Traviata di Verdi di cui si abbia memoria.

I ponti di Madison County di Clint Eastwood (1995)

Questo autentico capolavoro di Eastwood viene purtroppo poco considerato dai soloncini del cinema perché stupidamente ritenuto far parte del filone romantico. E invece la storia del passionale tradimento dell’italoamericana Francesca con il fotografo Robert di passaggio in un paesino dello Iowa per ritrarre due ponti su un vicino fiumiciattolo per una prestigiosa rivista ed il suo sacrificio familiare in favore del marito Richard è uno dei più bei film sull’amore che la storia del cinema abbia mai prodotto. Una sorta di Giornata particolare di Scola con l’unica differenza che qui il rapporto tra i due protagonisti si consuma perché nell’altro Mastroianni era omosessuale. Clint Eastwood e Meryl Streep riempiono da soli lo schermo per più di due ore con la loro eccezionale bravura, dialoghi strepitosi, ambientazione superba e bellissima anche l’idea di fare emergere la storia solo anni dopo attraverso la lettura dei diari della madre da parte dei figli ritornati al paesello per i di lei funerali e che da quel momento diventeranno due persone diverse.

A casa per le vacanze di Jodie Foster (1995)

Sorprendente regia della solitamente attrice Jodie Foster per un classico ritrovo familiare nel giorno del ringraziamento dove ne succedono di tutti i colori tra dialoghi strepitosi e tre attori, su tutti, in assoluto stato di grazia. Se la madre Anne Bancroft dalla perenne sigaretta in bocca è straordinaria, la coppia fratello/sorella Robert Downey Jr e Holly Hunter è semplicemente sensazionale e se l’istrionismo del primo era noto, la irresistibile corda tragicomica della seconda lo era meno, visto che divenne famosa per quella palla mortale di Lezioni di Piano. Il pranzo dove tutti dicono la loro, ivi compresa la rintronata zia Geraldine Chaplin, mentre mamma Bancroft propone ai commensali salse alla pera o stuzzichini al melograno per stemperare, è da leggenda.

L’ultima eclissi di Taylor Hackford (1995)

La vicenda è tratta dal romanzo Dolores Claiborne di Stephen King ambientato sull’isola di Little Tall. L’ex governante Dolores viene sospettata dal detective Mackey della morte della ricca Vera Donovan avvenuta parecchi anni prima e dopo anni è costretta a confrontarsi con la figlia Selena che a causa dei loro pessimi rapporti se ne era andata di casa. Il confronto, impietoso e a tratti commovente, tra le due donne, porterà alla luce un altro omicidio che le riguarda ben da più vicino ma che condurrà Selena ad un’insperata protezione verso la propria madre. Strepitosa prova attoriale in una travolgente gara di bravura tra Kathy Bates e Jennifer Jason Leigh accanto a cui non sfigura il canadese Christopher Plummer, mentre per l’interpretazione di Selena da giovane l’attrice Ellen Anna Muth ha ottenuto il premio come miglior attrice non protagonista al Tokyo International Film Festival. La citazione finale del film ha fornito l’ispirazione per la canzone “There is no Arizona” di Jamie O’Neal.

Apollo 13 di Ron Howard (1995)

“Houston abbiamo un problema”, frase cult entrata nella leggenda al pari di “Domani è un altro giorno” e che consacra questo film dell’ex Richie Cunningham come prototipo del cinema epico a stelle e strisce. La storia è quella vera del fallimento della navicella lunare numero 13 e della miracolosa salvezza del trio di equipaggio ben formato da Tom Hanks (allora in gran auge), Bill Paxton e Kevin Bacon con supporto esterno di Gary Senise in seguito ancora con Hanks nel pluripremiato Forrest Gump. Il più bravo di tutti però è lo strepitoso Ed Harris che coordina da Houston la NASA e che dice “con tutto il rispetto, signore, credo che sarà la nostra ora di gloria”. Epica da film certo, ma fatta da chi la sa fare.

Ritorno dal nulla di Scott Kalvert (1995)

Uno straordinario Leonardo Di Caprio, e un irriconoscibile e ciccione Mark Whalberg, in questa discesa agli inferi dell’eroina di un gruppetto di ragazzi di strada uniti dalla passione per il basket in una Manhattan brutta, sporca e cattiva. La vera storia del poeta Jim Carroll ed è sorprendente che a 20 anni Di Caprio fosse già un così grande attore e che per vincere l’Oscar ne abbia dovuti aspettare altri 21.

I soliti sospetti di Bryan Singer (1995)

Il più sofisticato, complicato, accattivante intreccio giallo della storia del cinema, al punto da diventare una sorta di prototipo. Ben prima di American Beauty, il mito di Kevin Spacey, Kint alias Keyser Soze, premiato agli Oscar come non protagonista, era già bello che confezionato e pronto per l’uso. L’unico difetto è forse quello che occorrerebbe rivederlo almeno due volte per tentare di capire bene la trama, un po’ come i libri di Gadda se mi si consente l’irriverente paragone (ma irriverente per chi?).

L’Albero di Antonia di Marleen Gorris (1995)

Coproduzione olandese, belga e britannica, diretto dalla scrittrice femminista olandese Marleen Gorris, il film ha vinto l’Oscar come miglior film straniero e il premio del pubblico al Festival di Toronto. Uno stupendo affresco di una famiglia allargata completamente matriarcale retta dalla capostipite Antonia interpretata dalla bravissima Willeke van Ammelrooy.

Larry Flint di Milos Forman (1996)

Ascesa e caduta del re del porno che sfidò, vincendo, la Corte Suprema di uno dei paesi più bacchettoni del reame, sullo sfondo degli USA dei favolosi anni ’70. Probabile faccia solo se stessa, ma certo è che la signora Cobain, alias Curtney Love, realizza qui una delle più straordinarie performance attoriali che si siano mai viste al cinema. Anche due pezzi da novanta come Woody Harrelson e Edward Norton sono costretti a farsi da parte. Forman conferma, dopo Amadeus, di essere portato per le biografie romanzate di personaggi eccentrici.

Sleepers di Barry Levinson (1996)

Appassionante ed epica storia di amicizia, abusi minorili e finale vedetta di quattro bambini diventati presto grandi nei sobborghi dell’East NY. I quattro protagonisti, uno dei quali il giovane Brad Pitt in inedita versione coi capelli scuri, vengono surclassati dal superbo cast dei “non”, tra un Kevin Bacon in ennesima versione orco, un elegante Gassman malavitoso, un De Niro prete versione super, la cui espressione facciale mentre ascolta il racconto degli abusi vale da sola l’Oscar, e soprattutto un Dustin Hoffman, che nella parte del vecchio avvocato avvinazzato, tocca il vertice assoluto della sua carriera.

Trainspotting di Danny Boyle (1996)

E’ stato ed è tuttora un Cult, votato come il miglior film scozzese di tutti i tempi. “Io ho scelto di non scegliere la vita: ho scelto qualcos’altro. Le ragioni? Non ci sono ragioni. Chi ha bisogno di ragioni quando hai l’eroina?”, dice la voce fuori campo di Rent prima di unirsi agli amici Spud, Tommy e Sick, con i quali formerà uno dei più originali quartetti della storia del cinema. Grande merito del successo è dovuto allo strepitoso cast che oltre al protagonista, Ewan McGregor, sfoggia il meglio del cinema anglosassone di allora, da Robert Carlyle, che l’anno dopo farà il botto con Full Monty, a Johnny Lee Miller e al resto contribuiscono le musiche di Iggy Pop e Lou Reed. 20 anni dopo verrà girato un remake, stesso regista e stesso cast.

Schegge di paura di Gregory Hoblit (1996)

Nonostante il titolo sbagliato è più un legal che un thriller, perché la storia è quella di uno scontro processuale in tribunale tra l’ancora affascinante avvocato Richard Gere e il pubblico ministero che nella specie è una sua ex fiamma belloccia e un pò ingenuotta (Laura Linney). Ma in mezzo ci sta l’imputato che in breve ruba a tutti la scena portandosi a casa un meritato Oscar e spiccando il volo verso una carriera che lo inserirà di diritto tra i migliori attori americani della decade. La improvvisa e istantanea trasformazione di Edward Norton nella cella con la specialista (Miss Fargo Mc Dormand) consiglia ancora oggi la visione di questo film che altrimenti sarebbe solo uno dei tanti Legal di quegli anni che sembrano un po’ come gli abitanti del Giappone a prima vista per un occidentale: né belli né brutti, tutti uguali.

La stanza di Marvin di Jerry Zaks (1996)

In tempi di Dicapriomania un’occasione per vedere all’opera il già talentuoso biondino che l’anno prima aveva fatto il superbo Ritorno dal nulla e l’anno dopo avrebbe sfondato con Titanic. Quasi teatrale il rincontro dopo venti anni delle sorelle Meryl Streep e Diane Keaton una volta tanto non troppo “sopra le righe”, e persino un lusso affidare le tre battute del medico a Robert De Niro. Storia intensa sulla malattia, c’è quella dei vecchi, c’è quella dei giovani e c’è soprattutto quella di chi sta in mezzo.

Ridicule di Patrice Leconte (1996)

Presentato a Cannes e nominato all’Oscar come miglior straniero, il film, in costume in quanto ambientato alla corte di Versailles ai tempi di Re Luigi XVI, è un manifesto degli effetti nefasti che può comportare il feroce cinismo di corte quando ammantato di apparente ironia. Cast francese di straordinario livello che va da Daniel Auteuil e Jean Rochefort a Fanny Ardant, il film ha il suo punto di forza nello strepitoso Charles Berling, nei panni del Barone di Malavoy, che gli procurò una meritata candidatura al Cesar.

Davide Steccanella

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Gli Anni Novanta – terza e ultima parte sarà pubblicata giovedì 5 marzo