Joe R. Lansdale, Caldo in inverno

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Le questioni di vita o di morte talvolta iniziano come cose semplici.

Così inizia Caldo in inverno, pubblicato a gennaio 2020, per Mondadori, la traduzione italiano di un romanzo del 2013 di Joe R. Lansdale, scrittore statunitense, prolifico e costante, da sempre un riferimento per la letteratura di genere, vincitore di diversi premi della critica tra cui il prestigioso Edgar Award.

Tuttavia, sarà l’abitudine a vederlo alle prese con una grande varietà di atmosfere e tematiche, sarà l’inevitabile confronto con un enorme produzione alle spalle, più di una ventina di romanzi  senza contare i racconti e i romanzi brevi, che ci rende la sua ultima uscita non a livello dei suoi libri precedenti.

E’ ironico che proprio questo libro sia categorizzato come giallo, dato che del giallo non ha niente. Quello che recita la quarta di copertina è questo: Una banda criminale. Un testimone senza paura. Una lotta brutale e spietata per la sopravvivenza. Il classico eterno ritorno all’uguale a cui Lansdale ci ha abituato negli anni, ma che pecca di ironia e vivacità. La storia di un uomo che farebbe di tutto per proteggere la sua famiglia, peccato che la reazione del lettore è da ricercarsi tra uno sbadiglio e l’altro. Assolutamente niente a che vedere con il sapore moderno dei romanzi usciti negli ultimi anni, in cui alle scazzottate e agli inseguimenti si unisce un mondo contemporaneo, con personaggi che riescono a stare al passo con i tempi. I colpi di scena non sono un classico di Lansdale, quindi non ce li si aspetta, ma la differenza è che I personaggi di Caldo in inverno sono così sottili che sembrano quasi invisibili, privi di carattere, e di intenti. Come il protagonista, Tom Chan, metà asiatico, senza storia alle spalle, in cui è impossibile rivedersi per la poca cura con cui viene presentato e più in generale è assolutamente poco interessante. L’autore qui sembra essere distante anni luce dalle avventure antirazziste nell’America Texana di Hap e Leonard, con cui è riuscito ad attrarre l’attenzione del grande pubblico.

Quello che ci rimane di Lansdale in questo romanzo è quello che lo rende un classico nel suo genere. Il dipingere i cattivi e i buoni in maniera molto chiara, fin dal primo momento non ho dubbi su chi devo guardare e quando, l’allusività, le affermazioni romantiche e seducenti, il macabro e il grottesco. Si riconosce lo stile con una costante di scene brevi, veloci, definite sintesi Lansdaliana, un botta e risposta surreale all’interno di una narrazione che prosegue ad un ritmo serrato, tra un cazzotto e l’altro. Pochi colpi di scena e cambiamenti repentini, tutto viene preparato in grande stile per una scazzottata. Non si può dire che non sia Lansdale, ma in questo caso, purtroppo, ci tiene con il fiato sospeso almeno fino al prossimo libro.