Nel 2001 tre mesi dopo la tragedia dell’11 settembre andai a New York a lavorare per il Wine & Food Institute un italiano che si salvò miracolosamente dal crollo delle Torri Gemelle – peccato perché era un certified asshole – e che necessitava di aiuto per ricostruire l’ufficio. Scelse quella giusta: io sono brava a disfare, non a fare!

Sbarcai in una NY post-apocalittica – il famoso logo I Love NY, creato nel 1976 da Brian Glaser, fu trasformato quell’anno in I Love NY More Than Ever – e trovai i newyorchesi, considerati maleducati e scostanti dai più c he non sanno un cazzo, estremamente disponibili e gentili. Nonostante l’immane tragedia, o forse proprio in reazione a essa, ricordo quel periodo come pullulante di umanità, solidarietà e spassoso sesso. Il sesso, infatti, era l’unico antidoto alla distruzione, Eros & Thanatos, primordiale istinto basico ed elisir vitale. Inoltre, allo scoccare del Terzo Millennio non eravamo ancora rapiti dagli inermi schermi digitali e non ricorrevamo ad app per applicarci a cuccare ma ci rincorrevamo a gambe e sottane levate per le strade, in metropolitana, nei locali, dove il bizzarro crogiolo multietnico si accoppiava per scacciare paure e paturnie. Per innamorarsi, godere e vivere appieno e in pieno quello storico momento che sconvolse il mondo.

Oggi in data astrale e astrusa, 25 febbraio 2020, sperimento lo sbigottimento apocalittico nella mia città marito, Milano. New York è la mia città amante che visito e godo, senza l’onere di sopportarla e pagarla nel quotidiano. Sono nata per amare, non per sopportare. Confinati a una ridotta socialità, come da previdente ordinanza del nostro Sindaco Beppe Sala, da coscienziosi milanesi rispettiamo il coprifuoco dovuto. La resilienza e la dignità civica che la mia città sta mostrando, con i nostri fratelli cinesi che per solidarietà hanno serrato ogni attività nella vivace Chinatown, dovrebbe essere presa ad esempio, invece di essere fonte di futili e inutili battute sugli stolti social.

Indossando combattiva la spilla con la scritta JIA YOU, reperibile a Chinatown e che significa “diamoci sotto, forza, non molliamo”, affronto con raziocinio l’emergenza, standomene più isolata del solito ma non sola. Leggendo un libro invece di andare al cinema, facendo tanto l’amore che ristora corpo, anima e spirito, dedicando più tempo ai rapporti umani perché non sia mai che questo virus accentui isolazionismi e razzismi. In ogni situazione difficile si può e si deve riscoprire il valore vero dell’esistenza: l’amore, il sostegno reciproco, la generosità, rallentando ritmi insostenibili e fallaci.

A Milano se togli l’apparenza fuffarola dell’happy-hour, “l’ape” meneghino, rimane una notevole sostanza da assaggiare, quasi da riscoprire. Del resto, la vera Milano si nasconde, nei suoi salotti borghesi, nei suoi cortili signorili, non espone e sbandiera la sua bellezza. Milano è understated, discreta, borghese. Ricordo che da adolescente, in una Milano perfettamente descritta a livello cromatico da Re Giorgio con l’invenzione del colore “greige”, il grigio e il beige, pantone della mia borghesissima famiglia, soffrivo la monocromia, anche umana, della città. Non esisteva diversità apparente, se osavi un giallo fluo in inverno rischiavi di essere internato in un nosocomio di moda, sul tram le sciure ti squadravano giudicanti e petulanti. Insomma, crescere a Milano negli anni Ottanta, alla faccia della Milano da Bere, non è stato uno spasso, più che altro uno scazzo.

Oggi vivo in una città che negli ultimi anni stava vivendo una costante e incessante risalita, l’epicentro della moda, del design, della cucina, dell’arte, anche contemporanea grazie alla Fondazione Prada. Una Milano Exponenziale, fiera ed efficiente, accogliente e addirittura colorata, persino rainbow, la città più gay-friendly d’Italia, se si dimentica il pessimo Pirellone illuminato con la vergognosa scritta Family Day nel giorno che celebrava, finalmente, la legalizzazione delle unioni civili. La longa mANUS del Vatic-ANO …

Questo nuovo, e già malefico, anno bisesto, iniziato malissimo, prosegue ancora peggio e oltre a venti di guerra, cataclismi climatici, fucine d’odio e un proliferare di disagi psicologici ed emotivi, ci affligge con un misterioso e contagioso virus che ha a tutti gli effetti messo in semi-quarantena la New York d’Italia (cit. The New York Times, hello!). In una surreale domenica di gusto quasi primaverile, a Milano è stata disposta la serrata di tutte le attività ricreative, culturali e artistiche. Chiusi musei, cinema, luoghi di culto, bar, locali. Il coprifuoco dell’eppi-auar, per chi gode a prenderci per il culo, sembra colpire, ma non affondare, il morale cittadino. Eh sì perché quell’ora o più rubata tra lavoro e famiglia, in una città frenetica e talvolta fredda come Milano, consentiva un etilico riposo allo stress. Si respira un’atmosfera distopica in città in questi giorni di rarefatta e rara socialità.

Passando in bicicletta per una Chinatown solitamente indaffarata e rumorosa e vederla deserta e silente mi ha colpito. Ieri sera ho passeggiato per il mio matto quartierino, Arco della Pace, culla della movida milanese, e per la prima volta in quindici anni l’ho ritrovato buio e vuoto come un tempo. La città è spenta, sospesa, in attesa. Da sua degna, spesso indegna, cittadina rispetto le ordinanze e riduco la socialità, o meglio, rinuncio all’apparente fuffa per la consistente sostanza umana. Abitando io in un’ex latteria su strada, il che fa di me un’ubicata donna da marciapiede, sfrutto la chiusura forzata dei locali dalle 18 alle 6 per riportare in auge gli speakeasy degli anni Venti, gli anni Ruggenti, quando il proibizionismo produsse un proliferare di bettole clandestine negli Stati Uniti. “La virtù (leggi: sobrietà imposta per statuto) rese eccitante, per non dire sexy, la sua trasgressione, specialmente in allegra compagnia…” (Luigi Sanpietro per il Sole24Ore).

I nostri, ahimè, sono solo Anni Deficienti, vedi la massa di analfabeti funzionali che hanno preso d’assalto i supermercati in preda a un ingiustificato panico da pane. Ma che mangino i croissant, ossia facciano un ordine da Deliveroo à la Marie Antoinette.

Il mio privato e ambito speakeasy, oltre a intrugli alcolici, tra cui il cocktail della casa, il Vairus, e a paillettes, perle e piume di struzzo, offre una lattaia/flapper un po’ sciamanica nella sua portentosa e impetuosa capacità di ristorare dalle fake news e dalle puttanate social, elargendo generose pozioni di benefica frivolezza, sagaci e irriverenti chiacchiere, manciate di malizioso erotismo e dosi di spirulina al posto dell’amuchina.

Usate l’immaginazione, abusate la testa, lavatevi le mani, fate l’amore, siate solidali, non perdetevi in pericolosi allarmismi di massa. Siate nicchia. Date e datevi una mano. Siate comunità e non esseri comuni.

Forza Milano, supereremo anche questa perché Milano non è solo da bere, Milano è d’amare.

I LOVE MILANO MORE THAN EVER