In Vedo palazzi cadere come fulmini (Edizioni e/o 2025, 224 pp., € 18,00, traduzione di Tiziana Lo Porto) Keiran Goddard conferma ciò che il suo esordio aveva già lasciato intuire: la sua scrittura non corre, si muove come un respiro trattenuto, attenta alle crepe della vita quotidiana più che ai colpi di scena.
C’è una città che respira fumo e pioggia, e cinque ragazzi che provano a crescere senza sapere dove mettere i piedi. Patrick, Shiv, Rian, Oli e Conor, una volta inseparabili, si ritrovano ora trentenni con vite profondamente diverse, segnate dalle scelte e dalle circostanze che li hanno plasmati. Birmingham non li accoglie né li respinge: li osserva soltanto, mentre diventano adulti come si diventa vecchi, troppo in fretta, senza accorgersene.
La scrittura di Goddard è un ponte sospeso tra il tenero e il violento. Non ci sono svolte drammatiche, né trame serrate: il cuore del romanzo sta nei gesti, nei dettagli, nei piccoli rituali quotidiani che diventano simboli di un mondo che sembra sfuggire sempre un passo prima che possiamo afferrarlo.
L’autore non accumula colpi di scena, ma respiri. La trama scorre altrove, fuori campo, come un fiume che senti ma non vedi. Le sue frasi sembrano trattenere il fiato, come se temessero di turbare ciò che stanno osservando. Ogni voce diviene intonazione. Vibra. Creando crepe nella superficie del quotidiano. La narrazione procede per affioramenti: pensieri, esitazioni, immagini che si depositano una sull’altra come sedimenti di una vita mai davvero detta.
L’autore rinuncia consapevolmente al passo deciso del romanzo tradizionale, scegliendo invece l’indugio, la sospensione, il dettaglio che sfugge. C’è in lui un coraggio raro: lasciare che la storia accada al margine, mentre al centro pulsa il silenzio dei suoi protagonisti. È qui che Goddard eccelle: nel rendere percepibile l’invisibile, nel dare densità al vuoto, nel trasformare l’assenza in materia narrativa. Vedo palazzi cadere come fulmini rappresenta un esperimento stilistico, un gesto poetico. Un romanzo che non vuole raccontare la caduta, ma mostrarne il bagliore. Lì, nel punto in cui il tenero e il violento si toccano così da vicino da diventare indistinguibili. Lì dove Goddard, ancora una volta, prova a distillare la vita — e le sue sconfitte — in una lingua che brucia piano, come un temporale che non si decide a scoppiare.
Nancy Citro
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Avevamo una biblioteca. Un edificio con dei libri dentro. Ma poi i soldi sono finiti, o sono spariti, o non c’erano mai stati, così l’edificio è diventato un
furgone. Un furgone con dei libri dentro. Un furgone con dei libri dentro che chiamavamo il furgone dei libri. Per qualche anno, una volta alla settimana, il furgone dei libri veniva a scuola. Potevamo andare in due alla volta e scegliere qualcosa da una pila di libri che sembrava diventare ogni volta più piccola. Col senno di poi, qualche piccolo stronzo deve avere rubato qualche libro dal furgone. La tragedia dei beni comuni, suppongo. Una mattina abbiamo sentito che alcuni ragazzi più grandi avevano dato fuoco al furgone dei libri. Rian diceva che era stato suo cugino a farlo. Adesso non ricordo se gli ho creduto. Ma ricordo che ero triste che qualcuno avesse dato fuoco al furgone dei libri e mi chiedevo se non fosse bruciato più velocemente per via di tutta quella carta. E ricordo anche di aver desiderato di poterlo vedere bruciare. A quel punto della mia vita, non sono sicuro che avessi mai visto qualcosa in fiamme che non fosse destinato a bruciare. La prossima volta che vedrò Rian, la prossima volta che me ne starò seduto nella sua macchina costosa che è di un verde così scuro da sembrare quasi sempre nera, gli chiederò se si ricorda del furgone dei libri. La mia ipotesi è che, anche se lo ricordasse, direbbe di no. A Rian non piace parlare di prima che diventasse ricco. Di quando le persone avevano auto o verdi o nere. Di quando non ogni singola cosa doveva essere un “ibrido” o una “miscela”. Ora che è ricco, passano mesi prima che Rian torni a casa: tre, a volte quattro di seguito. E quando parlo di casa, parlo del posto che per il resto di noi è casa. Non ho idea se la pensi ancora così. Con Rian, hai la sensazione che sia sempre in movimento, che compri cose da una parte e poi le rivenda da qualche altra parte. Una volta mi ha detto che le cose che più gli piaceva comprare e vendere erano quelle che erano sempre esistite e da cui nessuno avrebbe potuto cavarci fuori qualcosa. Cose come pietra, terra e metallo. Ci penso parecchio. Manda regali. Dopobarba in bottiglie vecchio stile. E whisky, anche quello in bottiglie vecchio stile. Rian sembra amare le bottiglie vecchio stile. I regali arrivano dentro scatole logore con sopra francobolli interessanti. Se il francobollo viene dal Giappone allora immagino Rian in Giappone, se il francobollo viene dalla Svizzera allora lo immagino lì. So che non è un metodo accurato. Le cose ci mettono secoli ad arrivare per posta, e probabilmente lui se n’è già andato da un pezzo quando le scatole arrivano. È un po’ come quella cosa che impari da ragazzino, su come la luce delle stelle impiega così tanto tempo per raggiungere la terra che ti ritrovi sempre a guardare una stella che è già morta da chissà quanto. Ma meno morboso. O meno romantico. A seconda di cosa pensi delle stelle morte. Tutte le volte che Rian torna, ci devastiamo. Tutte le volte. Resta in giro solo per quarantotto ore circa, e nove volte su dieci non dormiamo per l’intero fine settimana. Di solito, alcuni di noi si vedono al Trident, che è l’unico pub rimasto nel complesso residenziale.
Il Trident è un pub di merda. E ha il tetto piano. Il tetto piano è importante. Non tutti i pub di merda hanno il tetto piano, ma tutti i pub con il tetto piano sono una merda. Saggezza popolare. Comunque sia, ci vediamo lì e beviamo una pinta dopo l’altra di birra chiara economica, fredda e frizzante. Birra che, se le persone riuscissero a essere oneste per più di dieci secondi di fila, verrebbe comunque accettata come il miglior tipo di birra chiara. Con la chiara costosa sembra di leccare il legno sporco. E quindi facciamo così. Beviamo con i vecchi al Trident. Uomini che hanno conosciuto i nostri papà o i nostri zii, uomini che raccontano le stesse poche storie in loop, preparandosi a vicenda per le battute finali che affinano da decenni. Lo facciamo più o meno fino alle dieci di sera, a quel punto qualcuno manda un messaggio a Oli chiedendogli qualche grammo prima di prendere un taxi per andare in città. Quella per me è sempre la parte peggiore della serata. Non sono abbastanza fatto da aver smesso di preoccuparmene. Ho la sensazione che forse siamo un po’ vecchi per andare in giro per locali. E che i miei vestiti di merda potrebbero farmi sembrare un po’ un idiota. Ho paura di spendere soldi che di fatto non ho. Qui devo chiarire una cosa. Nessuno di noi invidia il successo di Rian. A prescindere dalla questione etica, c’è ancora una parte di me che è quasi orgogliosa di lui. È sempre stato ossessionato dal fare soldi, anche quando eravamo bambini. Faceva truffe a scuola, comprava lattine di Coca-Cola al negozio la mattina e poi a ricreazione le rivendeva rincarate, quando eravamo tutti assetati perché avevamo giocato a calcio nelle nostre uniformi. E ha continuato così. Non ha mai smesso. Quando il resto di noi cominciava a dedicarsi alle ragazze, alla musica o alla droga, Rian ha solo continuato. A comprare cose. A vendere cose. Io non compro né vendo cose. Io consegno cose. Consegno cose per campare. Consegno cose per vivere. La gente compra il cibo dai ristoranti e io vengo pagato otto sterline l’ora per trasportare il cibo dal ristorante a casa loro in bicicletta. Tutte le pubblicità dell’azienda per cui lavoro mostrano immagini di cibo thailandese o sushi, come se fosse quello che passo ore a trasportare. Ma non lo è. Non ho mai consegnato sushi o cibo thailandese. È quasi sempre un hamburger economico e unto che è praticamente andato in pezzi nel momento in cui lo consegno al bastardo grato e dall’aria stanca che lo ha ordinato. Quando mi aprono la porta di solito sembrano vergognarsi un po’ del loro aspetto, o dell’aspetto che hanno le loro case, o del fatto che non possono o non vogliono darmi la mancia, anche se piove a dirotto e sanno che probabilmente dovrebbero. Sono sull’orlo di qualcosa che si sta sgretolando, aggrappandomi a quel che resta per vivere, guardando un sistema che fa acqua da tutte le parti.