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Santina Cosetta anteprima. Soltanto il giorno

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«Cu Diu davanti e l’anima netta, campa e crisci senza fretta».

È in libreria Soltanto il giorno di Santina Cosetta (Giunti Editore 2026 pp. 492, € 20,00).

In una Sicilia di fine Ottocento Marianna viene al mondo senza che nessuno l’abbia cercata né voluta. Un matrimonio senza amore con una madre sopportata per inerzia dal marito: “Se l’era tenuta così, come si tiene una cosa rotta che non si ha il coraggio di buttare via”.

La chiamano Cosuzza, “il nome delle donne che restano sole e tirano avanti lo stesso”, e la affidano a Lisetta, la stria del paese, che le insegna i segreti delle erbe e della cura:

La sentiva mormorare preghiere e scongiuri mentre attorno i parenti piangevano, inginocchiati accanto al letto del malato. A volte si finiva col miracolo, a volte con la morte. Lisetta diceva sempre che non si poteva stare bene per forza, che Dio mandava i mali per ricordare agli uomini le loro mancanze”.

Lisetta le insegna anche il segreto della cucina e della cultura: «Cucinare è come leggere. Io ho imparato da sola. Quasi. Avevo una Bibbia. Don Orazio una volta mi fece vedere come le lettere fanno suono. Poi ho cominciato ad ascoltare i bambini quando sillabavano. Il resto l’ho fatto io. All’inizio non capivo niente. Poi ho pensato: o imparo, o mi fottono.»

Che lega due semplici verità: «Chi sa leggere non si lascia fregare. Chi sa cucinare non rimane da sola.»

Da lei impara un segreto sull’amore: « Chi trattiene chi ama, lo perde due volte».

Storie di un tempo di ingiustizia brutale con soldati che sparano ai contadini: “capì che li avevano ammazzati perché le loro richieste erano troppo poche per far paura e troppo giuste per essere perdonate”.

Fino a trovarsi nella cucina di una masseria dove non si sente più sola: “Marianna si mise sulla panca accanto al fuoco. Il coltello le scivolava tra le dita come se quelle bucce le avesse sempre tolte. Le braci le scaldavano i piedi. Attorno la cucina continuava a cantare, senza curarsi di lei ma aprendole spazio. E, curva su quella montagna di tuberi, per la prima volta dopo tanto tempo, non si sentì fuori posto”.

Ispirandosi a una storia vera familiare, Santina Cosetta racconta la volontà di esistere per il bene proprio e per quello degli altri, un libro sulla miseria e sulla generosità perché, come afferma Marianna: il tempo donato agli altri non è mai perso.

Carlo Tortarolo

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Vastiana strillava come una dannata. E il paese intero la sentiva. Le urla uscivano dalla casa, si infilavano nei vicoli, rimbalzavano sui muri scrostati, arrivavano fino alla chiesa di Santa Venera, con fondendosi con lo scroscio dello Jonio. Erano lamenti lunghi, rabbiosi, che si spezzavano a tratti come un vecchio lenzuolo strappato. Era quasi estate, eppure il 6 giugno del 1885 pioveva col sole. Dentro la stanza l’aria era ferma. Un odore di sudore, sangue e muffa si mescolava a quello di cenere spenta. Il letto cigolava sotto le spinte della gravida, che stringeva i denti, gli occhi al soffitto, il respiro che si spezzava tra i singhiozzi. Tonio Tiralongo se ne stava immobile sulla porta, la faccia scavata, lo sguardo basso. Non voleva guardare. Non voleva sentire. Pregava solo che fosse un maschio. E invece no. «Compare Tonio, fimmina è.» La voce della mammana rimbalzò contro le pareti come una sentenza. Vanna vide il padre impallidire. Otto anni e già adulta, corse a sorreggerlo. In famiglia sapevano che Vastiana non voleva più figli, men che meno una femmina. «Le femmine non giovano a niente!» aveva urlato, un mese prima, rientrando dai campi con la camicia incollata alla schiena, gli occhi accesi di rabbia. «Sono nate per fare le serve degli uomini.» E adesso la puerpera stava lì, girata dall’altra parte, senza ne anche guardarla. La mammana non perse tempo. Si inumidì il dito con la punta della lingua, le segnò la fronte e recitò la formula: «Cu Diu davan ti e l’anima netta, campa e crisci senza fretta». Poi tagliò il cordone con la stessa solennità di un sacerdote. «Vannuzza, vieni qua, reggi la candela per bruciare il budello.» Quella si avvicinò, le mani che tremavano appena. L’ odore acre di carne bruciata si sparse nella stanza, le si infilò nel naso e nello stomaco. La bambina indesiderata fu trattata come ogni altro neonato del paese. La mammana immerse un dito nel sgàrgiu, poi, senza esitare, le recise il frenulo della lingua con un’unghia. La piccola lanciò un gemito strozzato. «Meglio ora che più tardi. Così non diventa balbuziente.» Le sfregò la lingua con acqua ed erbe amare, poi gettò tutto sotto il letto, come da rito. «Forza, dammi le fasce e lo zucchero! E non mi guardare con quegli occhi spiritati, che pare che hai visto il demonio.» «Sì, eccoli.» Vanna allungò le mani, la voce sottile, il respiro trattenuto. La donna rise. «Le femminucce vanno zuccherate per il futuro marito, ricordatelo sempre.» Stringeva le fasce attorno al corpicino fragile, quasi volesse domarlo, come se già il mondo non lo stesse facendo. Poi si voltò verso Vastiana, che giaceva sul letto, il respiro spezzato, lo sguardo inchiodato ai cannizzi. «E con te non abbiamo finito! Devi buttare fuori tutto, tutto, mi hai inteso?» Si chinò sul ventre gonfio, tracciò segni invisibili sulla pelle, cominciò a mormorare. «Nesci, nesci, cosa fitenti, cà lu cumanna Diu ’nnputenti.» Andò avanti per lunghi minuti, fino a quando la placenta schizzò fuori dall’utero.

La raccolse con mani esperte e la mostrò alla giovane aiutante, che impallidì al punto di svenire. Vastiana chiuse gli occhi. Il corpo sfinito, la pelle madida, le mani aperte lungo i fianchi. Finalmente libera. Proprio allora il vagito della neonata lacerò la stanza, ma la madre non si mosse. La lavarono, la avvolsero in stracci di cotone. Gliela misero accanto, come se il contatto potesse in qualche modo rammendare il legame spezzato. Ma quella si voltò dall’altra parte, a fissare il crocifisso appeso al chiodo. Gli occhi di ghiaccio scrutavano l’intonaco rugoso, fissi, duri, come se volessero sgretolarlo con la sola forza dello sguardo. Non c’era nulla di umano in quella fissità, nulla che appartenesse ancora al presente. Non voleva vederla. Non voleva sentirla. Ma più di tutto, non voleva sentirsi. Il vuoto dentro di lei era l’unica sensazione familiare, l’unica cosa che riconosceva ancora come sua. Un’altra fatica finita, un altro pezzo di gioventù che se ne andava. A ventotto anni, Vastiana aveva già perso ogni traccia di bellezza, se l’era vista scivolare via ogni volta nel bacile, insieme alla placenta, al sangue, alla vita che se ne andava. Il tempo l’aveva scavata, ma non come scavava tutte le altre donne della sua con dizione. Il suo non era solo un corpo sfibrato, era un’anima sfilacciata, slabbrata, scomposta in pezzi che non trovavano più modo di tenersi insieme. Di tanti figli messi al mondo, solo due le erano rimasti. Gli altri erano tornati alla terra prima ancora di sporcarla con il loro respiro. Sembrava che il destino l’avesse assecondata, che avesse compreso prima di lei quanto poco li volesse davvero, e glieli avesse portati via, senza bisogno che li respingesse. Ma stavolta non era andata come le altre. Questa era rimasta. Una figlia senza speranza, senza amore, eppure viva.

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