Benvenuto su Satisfiction   Click to listen highlighted text! Benvenuto su Satisfiction

Marie NDiaye anteprima. Autoritratto in verde

Home / Anteprime / Marie NDiaye anteprima. Autoritratto in verde

È calata la sera e il livello della Garonna sale di ora in ora nell’oscurità. Sappiamo tutti che il complesso di argini che circondano il paese consente al fiume di superare di nove metri il livello del suo letto prima che ci inondi.”

È in libreria Autoritratto in verde di Marie NDiaye (Prehistorica Editore 2026, pp. 171, € 17, con traduzione di Antonella Conti e postfazione di Ornella Tajani).

La narratrice è ossessionata dall’apparizione di misteriose figure di donne, tutte vestite di verde, ed è tormentata dalla Garonna che minaccia di tracimare.

Il racconto è immerso nell’inquietudine esistenziale:

Allora mi sono detta: la donna in verde è sempre stata lì. Ogni mattina e ogni pomeriggio lei è lì, appostata sotto il banano, e ci guarda superare il suo giardino a passo d’uomo, e mi vede guardarla senza vederla”.

Trapela un dolore inconfessabile:

Quei poveretti dagli occhi umidi sono i suoi familiari. Ne prova una sorta di disgusto, di impotente esasperazione. Vorrebbe che quelle persone, che sono innegabilmente i suoi familiari e che considerano lei allo stesso modo, svanissero per miracolo, senza esserne consapevoli o soffrirne, e la lasciassero sola e libera da quel genere di legami”.

Emerge un interrogativo profondo:

Com’è strano, dopo aver vissuto a stretto contatto con la propria madre per una quarantina d’anni, dopo essersi scontrati con lei sulle più svariate questioni ma quasi sempre e con maggiore violenza a proposito dell’inerzia, della tristezza, della mortifera miseria della sua vita che, forse a torto, ci sembrava oscurare e spersonalizzare la nostra, com’è strano che quella donna che non sopportavamo più di conoscere così bene tutt’a un tratto subisca una metamorfosi che la trasforma da sé stessa in donna verde, diventandone una delle incarnazioni più sinistre e stravaganti.”

Marie NDiaye esplora come le paure e le insicurezze private possano distorcere la percezione del reale e sabotare le relazioni umane.

Le donne narrate si trasfigurano attraverso lo sguardo onirico e inafferrabile di un io narrante che si perde tra inquietudine e percezione:

Come potevo dire loro che mi sembrava poco probabile che non avessero visto, con la stessa chiarezza con cui la vedevo io in quel momento, la stessa donna in verde che però, ne ero consapevole, fino a quella mattina era sfuggita non al mio sguardo, ma alla mia coscienza?”

Un fiume di vita e inquietudini che si rincorrono senza soluzione in un mondo in cui le domande contano più delle risposte.

Carlo Tortarolo

#

Marie NDiaye, Autoritratto in verde

© Prehistorica Editore, 2026

Traduzione di Antonella Conti

Postfazione di Ornella Tajani

#

2002 – Vedendola ogni giorno davanti alla sua casa, mi è stato a lungo impossibile distinguere quella presenza verde dall’ambiente circostante.

Al volante della mia auto, passavo lì davanti quando portavo i bambini a scuola, poi al ritorno senza di loro, e poi altre due volte la sera, quando tornavo a prendere i bambini, e senza volere lanciavo un’occhiata verso la scalinata e l giardino desertico di un antico casale, e ogni volta il mio sguardo incontrava una forma indefinita che subito dopo si confondeva nella mia memoria con l’unico albero presente sul terreno, un alto e frondoso banano.

Passavo quindi davanti al suo giardino quattro volte al giorno. E la guardavo e non la vedevo, eppure un’oscura insoddisfazione mi spingeva a girare il capo in quella direzione, senza che riuscissi a scorgere nulla, mai, se non un bellissimo, insolito banano. Davanti a quella casa frenavo. Guidavo quasi a passo d’uomo, e non c’era volta che i miei occhi non si posassero sulla sagoma immobile, come in agguato, della donna vestita di verde che se ne stava in piedi vicino a quel banano di gran lunga più imponente di lei, e su questo non ho il minimo dubbio. Perché per quattro volte al giorno mi sentivo stringere il cuore da qualcosa di innominabile, sebbene non necessariamente spiacevole, appena superavo il casale dal banano solitario, nel suo cortile recintato, mentre c’erano molti altri banani, nei vari giardini che si succedevano lungo la via della scuola, su cui il mio sguardo si posava con assoluta indifferenza.

Ma avendo io la passione dei nomi, e credendo che la mia inquietudine fosse legata al fatto di non sapere come si chiamavano gli abitanti del casale, ho chiesto informazioni. «Ah, quelli là? Sono gli X…», mi è stato detto. E si dava il caso che fosse un cognome tipico di quella regione, portato del resto da svariate famiglie. Non ci si poteva cavare nulla, non c’era nulla da desumere, da un cognome del genere.

Una mattina mi fermo davanti a quella casa. Spengo il motore, tiro il freno a mano, poi mi giro verso i miei quattro bambini, tre seduti dietro e il più grande davanti, accanto a me. È una mattinata di primavera, calda e scintillante. I bambini hanno braccia e gambe nude, i capelli splendenti. I finestrini dell’auto sono abbassati e l’odore di caprifoglio riempie l’abitacolo, come se ci fossimo tutti spruzzati del profumo addosso. Ma la pelle dei miei bambini emana un naturale sentore di caprifoglio, dal collo, dalle guance. Sorrido a tutti e quattro, strizzando gli occhi in quel modo particolare che promette un nuovo gioco. Sono ancora piccoli. Sussurro loro una domanda:

Guardate bene quel banano. C’è qualcuno o qualcosa vicino al banano?

Click to listen highlighted text!