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Pietro Missiaggia, “Evola prima di Evola. Dal Dadaismo all’Individuo Assoluto: un filosofo contro il Novecento

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Potrebbe sembrare l’ennesimo testo, questo, scritto per cavalcare l’onda lunga del cinquantenario (della morte, 1974-2024) evoliano, periodo durante il quale non sono mancate le iniziative, di qualsiasi tipo fossero, atte a ricordare e celebrare il Barone (al netto del fatto che il Nostro davvero lo fosse o meno). Ci troviamo, invece, al cospetto di un saggio di tutt’altra natura: strutturalmente parlando, si tratta della tesi di laurea in Filosofia, discussa presso il Dipartimento di Lettere e Filosofia dell’Università degli Studi di Trento l’ottobre scorso dal giovanissimo Pietro Missiaggia, intitolata Il fiore terribile dell’eone degli eoni: l’Individuo Assoluto di Julius Evola di fronte alla sfida della modernità (titolo poi modificato per le cosiddette “esigenze editoriali”), impreziosita da una Introduzione ad hoc e da Prefazione e Postfazione, rispettivamente ad opera di Stefano Vaj e Francesco Ingravalle – una breve biografia dei quali è inserita nella nota n.2 a pagina 9 del primo, nella 329 a pagina 149 del secondo.

Salta immediatamente all’occhio il comun denominatore dell’analisi dell’Autore: il fatto che Julius Evola non sia un pensatore decontestualizzato dalla sua epoca, neppure un intellettuale apparso di punto in bianco sulle scene senza anticipatori, maestri ed esempi, bensì una figura complessa perfettamente calata nel suo tempo che, però, ha spesso teso a trascendere, ma non sempre nella direzione che in troppi esperti (o sedicenti tali) ci hanno abituato a ritenere. Le opere evoliane sulle quali Missiaggia si sofferma più a lungo nel corso della sua trattazione non sono quelle alle quali si giunge relativamente in fretta, per alcuni appena dopo aver appreso dell’esistenza di Evola e, molto probabilmente, in età troppo giovane per poterle assimilare appieno (iter che, lo ammetto, è stato anche il mio) – alcuni titoli, e in ordine di prima apparizione: Imperialismo pagano (1928), La tradizione ermetica (1931) ma soprattutto le seminali Rivolta contro il mondo moderno (1934), Orientamenti (1950) e Cavalcare la tigre (1961) – e che ci presentano essenzialmente un Evola antimoderno e “tradizionalista” (da intendersi, questo termine, sulla scia del proprio “significato guénoniano”), bensì quelle a cavallo tra il periodo artistico/avanguardista (risale a pochi anni fa la mostra, tenutasi presso il MART di Rovereto dal 15 maggio al 18 settembre 2022, “Julius Evola. Lo spirituale nell’arte”, organizzata da Beatrice Avanzi, Giorgio Calcara e Vittorio Sgarbi, la quale dà finalmente contezza completa dello spessore pittorico del Nostro, troppo spesso derubricato ad atto preparatorio per quello eminentemente teoretico) e quello dell’elaborazione filosofica propriamente detta; sono queste il volumetto Arte Astratta (1920), il primo testo ufficialmente pubblicato a firma Julius Evola, poi i Saggi sull’idealismo magico (1925), i due saggi sull’Individuo Assoluto, perno centrale della trattazione di Pietro Missiaggia, la Teoria (1927) e la Fenomenologia (1930), col corollario del “pamphlet riassuntivo” L’Individuo e il divenire del mondo (impostato già nel 1926 ma, per l’appunto, ritenuto dalla maggior parte degli studiosi, Missiaggia compreso, un “riassunto” di quanto si andrà trovando tra le pagine delle già citate opere sull’Individuo Assoluto).

Questo Evola, dunque, come anticipatori, o meglio, maestri (il termine che Pietro Missiaggia preferisce usare è “precursori”), non aveva il “solo” René Guénon (per quanto si tratti di un autore di assoluto pregio e che davvero influenzerà la successiva produzione del Nostro – quella tradizionalista che piace a tanti, forse a troppi), bensì personaggi del calibro del fondatore del Dadaismo (movimento avanguardista che il Nostro, dopo un iniziale avvicinamento al Futurismo, sceglierà come il suo prediletto, non mancando, di rimando, di elargire parole non certo complimentose ai futuristi, “che giudicherà piccoli sciovinisti chiassosi” scrive Missiaggia a pagina 34, successivamente riportando un’autocitazione che il Barone inserirà tra le pagine della sua “autobiografia spirituale” Il Cammino del Cinabro, 1972, in riferimento ad un suo dialogo, ai tempi, con Marinetti: “Le tue idee sono lontane dalle mie più di quelle di un esquimese”) Tristan Tzara, dei giovanissimi (e legati dalla scelta di autoinfliggersi la morte, entrambi a 23 anni d’età) Carlo Michelstaedter e Otto Weininger, del giovanissimo poeta tedesco Otto Braun (da non confondere con l’omonimo esponente prima della socialdemocrazia e poi del KPD), perito anch’egli giovanissimo, ventiduenne, ma sul fronte francese del Primo Conflitto Mondiale, del filosofo e naturalista tedesco Hermann Keyserling e del coraggioso pensatore francese – ancor’oggi pressoché sconosciuto in Italia – Octave Hamelin (che trovò la morte nel 1907, a poco più di cinquant’anni, nel tentativo di salvare due persone che stavano per annegare), del solito Nietzsche e – udite udite! – di Giovanni Gentile. Esattamente: pur ritenendo Evola quello che, troppo semplicisticamente, ci viene presentato come “il filosofo di regime”, “alla stregua di un vecchio barone universitario” (cito da pagina 54 del saggio di Missiaggia) – sull’idiosincrasia tra Julius
Evola e il mondo accademico l’Autore del testo che sto qui recensendo riporta un bel passo dalla già citata autobiografia a pagina 24 – d’altra parte il Nostro, ai fini dello sviluppo di quell’ “idealismo magico” dal quale scaturiranno prima l’Individuo Assoluto e poi la concezione dell’ “Uomo come Potenza”, non può prescindere dalla speculazione gentiliana, pur superandola drasticamente.

Più che un pensatore antimoderno ne traspare da queste pagine l’immagine di uno modernissimo (superlativo che Missiaggia dimostra di apprezzare parecchio, predilezione, data la tematica trattata tra le pagine del suo scritto, pure comprensibile), ma, soprattutto, si legge una continuità ideale tra l’Evola giovane e quello maturo sulla quale in pochi sarebbero disposti a scommettere: nessun aut aut, per il Barone, solo tanti vel e altrettanti et a costellare la sua produzione e le sue analisi; il riferimento alla Tradizione, a quell’ambito che si pretende essere l’unico realmente battuto da Evola (o, al massimo, quando si concede che il Nostro qualche altro interesse, oltre a rivoltarsi contro il mondo moderno, l’abbia avuto, quello ritenuto meglio riuscito), è del resto presentissimo fin dal periodo avanguardista, e ce ne dà ben donde Pietro Missiaggia, citando, a pagina 30 delle sua tesi di laurea, direttamente da Arte Astratta: “[…] l’arte modernissima è la più vicina, sebbene non ne abbia quasi avuta coscienza, a qualcosa di spirituale […]”. Più che di un Evola prima di Evola si tratta, tra queste pagine, semplicemente ma al contempo non nascondendosi dietro ad una narrazione facilitante, di Evola!

La compresenza di spiritualità (termine che troppo spesso si fa collimare con quello di tradizione, come se una spiritualità “sana” fosse riscontrabile solo in un passato indistinto) e “pensiero modernissimo” la si riscontra anche nella prosecuzione della speculazione evoliana e, di conseguenza, in quella della trattazione di Missiaggia; ci si deve ora spostare su quello che, sforzando un poco la concettualizzazione, possiamo definire l’acme della forma-Uomo per Evola. L’Autore del saggio in esame vi dedica un capitolo intero, il quarto, intitolato “Dall’Individuo Assoluto all’Uomo come Potenza e oltre questi”: lo scritto evoliano qui preso in esame è L’Uomo come Potenza (presentato, a pagina 102, come “l’anello di congiunzione fra due periodi: quello speculativo-teoretico e quello tradizionale”), edito nel 1925 e avente, come sottotitolo, I Tantra nella loro metafisica e nei loro metodi di autorealizzazione magica; successivamente, nel 1949, il saggio verrà rielaborato e rititolato Lo Yoga della potenza, col sottotitolo semplificato di Saggio sui Tantra. Palese il centro nevralgico dell’elaborazione, “un problema che l’Individuo Assoluto deve prendere in considerazione: il persuaso evoliano [nota del recensore: il riferimento agli essenziali concetti di persuasione e retorica, a partire dall’analisi del saggio di Carlo Michelstaedter La Persuasione e la Rettorica, postumo, 1913, si trovano nel paragrafo sui “precursori dell’idealismo magico” (pagg. 44-51) presente nel secondo capitolo, “L’inizio della speculazione teoretica verso l’Individuo Assoluto: i Saggi sull’idealismo magico e L’Individuo e il divenire del mondo”] non trova risposte né nell’insufficienza della filosofia occidentale intesa nella sua dimensione di speculazione teoretica, nemmeno nell’esoterismo nelle sue accezioni più sofisticate. Ci si rivolge quindi con uno sguardo carico di aspettative verso l’Oriente” (pag.103). È però un volgersi a Oriente, nello specifico alle dottrine yogico-tantriche, non per un mal riposto desiderio di vaga spiritualità nella quale potersi crogiolare affermando che, rispetto all’adesso, è sempre e comunque preferibile un indistinto prima, quanto al fine di non dire né sì né no alla modernità, in questo modo superandola – trascendendola, riprendendo un termine che s’è utilizzato all’inizio – e facendosi (l’Individuo Assoluto evolutosi in Uomo come Potenza) “modernissimo”, che non vuol dire post-moderno!

Lo sguardo che m’è testé caduto sul numero di parole che ho vergato fin qui mi impone di fermarmi, ma non prima di aver svolto i due compiti a cui maggiormente mi sento chiamato, quello di insegnante, che è pure il mio mestiere, e quello di modesto recensore, fino in fondo. Il saggio, al netto della difficoltà di parecchi dei concetti che vi sono esposti (per calarsi nei quali è necessaria, io credo, una conoscenza almeno buona del protagonista delle pagine, il Barone Evola), si legge volentieri e speditamente, non fosse per alcuni refusi qui e là e, di tanto in tanto, per la sintassi un po’ zoppicante di alcuni passaggi, specialmente laddove si devono far collimare i tempi verbali del testo principale con quelli delle varie citazioni libresche inserite – tutte quante, va detto, correttamente segnalate in nota e coi titoli precisamente ripresi in Bibliografia (pagg. 167-171). Non si pretende vi mettesse mano l’Autore, dal momento che, poi, continuando a rileggere il medesimo testo, refusi, errori e consimili non vengono notati, ma una rilettura in più prima del “visto, si stampi!” in casa editrice non avrebbe fatto male.

Al di là di queste inezie, quello che vi ritroverete fra le mani è un saggio – tra l’altro, è notizia di pochissimi giorni fa, fra i titoli dell’acese Tipheret Editore più venduti del mese di aprile – che, con una spesa non irrisoria ma comunque limitata (20 euro, presso qualche distributore online diverso dal sito ufficiale della casa editrice anche qualcosa in meno), vi permetterà di aggiungere un ulteriore tassello tematico alla conoscenza di un intellettuale la cui trattazione da troppo tempo è ostaggio di congreghe autoreferenziali e chiuse a doppia mandata nei confronti di ogni approfondimento evoliano che non provenga dal proprio interno.

Alberto De Marchi

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Pietro Missiaggia, “Evola prima di Evola. Dal Dadaismo all’Individuo Assoluto: un filosofo contro il Novecento”, Tipheret Editore, 2026, 171 pagine, 20 euro

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