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Andrea Esposito. Innocenza

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Un romanzo orchestrato perfettamente, questo di Andrea Esposito, dove tutto viene svelato e compreso alla fine. Lo scrittore lascia una serie di indizi che sembrano casuali, ma che in realtà sono connessioni potenti. Il romanzo, polifonico, ha un filo conduttore che unisce tutti i protagonisti, anche quando si sono sfiorati per caso, e di quel contatto fugace, infinitesimo, non ne serbano memoria.

L’ambientazione è il paesaggio arido della Sila, fatto di boschi intricati e burroni, faglie in cui si può cadere. In questo mondo l’innocenza è un territorio emotivo fragile destinato a essere invaso, nessuna linea di confine sufficiente a proteggerla.

Tutto inizia con Caterina che, a un passo dalla laurea, abbandona qualsiasi velleità di studio e sceglie di lavorare in un albergo. Le sue camere pulite sono lo spazio giusto per scomparire da un mondo che obbliga a performare il proprio valore in ogni momento. Solo la preoccupazione per il progressivo scollamento dalla realtà del padre la obbliga a rientrare nel circuito da cui è fuggita. Da un po’ di tempo infatti, il padre, vedovo, che ha cresciuto da solo l’unica figlia, farnetica di complotti e di presenze misteriose, rifiutando qualsiasi aiuto, e anzi, sfruttando le sue conoscenze di farmacista in pensione per prendersi da solo le medicine che gli servono.

Quando Caterina arriva a casa non lo trova, ma vede la porta della casa vicina lasciata aperta, entra e trova il cadavere di uno sconosciuto, poi identificato come un turista svizzero di origine italiana, Simone, in vacanza con la famiglia. Tra le forze di polizia accorse a seguito della segnalazione di Caterina c’è Luca, suo ex compagno di scuola, che è rimasto radicato al territorio, e che non riesce a scollarsi di dosso una pellicola di disagio per non aver mai vissuto altrove.

Al ritrovamento del cadavere arriva anche la moglie di Simone, Agata, che, stravolta, rivela l’esistenza di un bambino, Christian, scomparso, senza lasciare traccia.

La polizia e il pubblico ministero collegano gli eventi dell’omicidio di Simone e il rapimento di Christian alla misteriosa assenza del padre di Caterina. Questi i fatti, nudi, impietosi. I colpevoli sembrano evidenti, gli innocenti anche.

Come in una favola, stando attenta a non incontrare il lupo, di cui si narra che infesti il bosco, Caterina va a cercare il padre, per dimostrare la sua innocenza, un percorso obbligato prima per sé stessa e poi per gli altri. Questo viaggio dentro un luogo oscuro, capace di offrire pericoli o salvezza, ci svelerà la verità su persone, come Agata e il suo defunto marito, agenti traghettatori del male, e su una persona misteriosa, un pilastro della società, in apparenza, che si sente vivo solo quando riesce a praticare abusi indicibili su esseri che non esercitano il controllo sul proprio corpo e sulla propria vita.

La disvelazione dell’orrore o degli orrori procede per gradi, entrando nelle pieghe delle menti dei personaggi, ognuno con la sua voce, smorzata e fievole, o potente e dai toni secchi, e ci trasporta in un mondo dove la giustizia e la bontà sono sovrastrutture ignorate da chi può permetterselo. L’orrore è questo: la banalità di un viso, di un corpo, che ci sfiora e che sembra innocuo, anonimo e leggero, mentre è abitato da desideri inconfessabili trasformati in realtà.

Lo stile asciutto di Esposito rende ancora più evidente la pervasività del Male, l’affronto dell’innocente che si affida a chi dovrebbe averne cura e per questo può essere distrutto.

Ma cosa è davvero l’innocenza? La narrazione sembra suggerire che l’innocenza appartiene a esseri che istintivamente praticano il bene, senza neanche pensarlo come categoria dogmatica. La salvezza è tutta lì, l’innocenza appartiene agli esseri destinati a soccombere, come le creature non umane, o i cuccioli d’uomo, vittime ideali di furie predatorie.

La contrapposizione tra mondo umano e mondo animale e le incomprensioni generazionali padre- figlia, sono i punti di partenza per esplorare una realtà che mette in mostra avidità, perversione, e autoassoluzione. Possiamo dirci innocenti quando contribuiamo a fare il male, anche se non lo compiamo materialmente? Siamo innocenti anche quando non indaghiamo a fondo sulle discrepanze di una situazione sulla quale possiamo agire e magari modificarla, intervenire?

Da questo punto di vista forse nessuno che sia entrato nella vita adulta e abbia accettato di essere sommerso dal proprio bisogno prepotente, feroce, può dirsi innocente.

Dorme nel ritorno. Vanno verso la città dove è cresciuta. Apre gli occhi a tratti. Lo zio guida senza parlare. Una palizzata tinta di azzurro. Il letto di cemento di un canale. File di piante di capperi in un campo color sabbia. Attraversano un paese di parapetti bassi e scale di pietra. Quando riapre gli occhi c’è sempre cielo. Odore di mare. Si sveglia quando parcheggiano davanti casa di sua cugina Antonia. Lo zio le saluta senza salire e Antonia prende la valigia e la porta in una stanza. La casa è uguale, dice Caterina. In cucina guarda il cellulare mentre Antonia prepara una pasta al pesto e un’insalata di pomodori. Più tardi nel letto la sorprende che non tornino le immagini del corpo dell’uomo.”

Marilena Votta 

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