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Mariana Branca. Tichico, Cochiti

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Nelle cuffie passano tracce random dell’ultimo album dei Boards of Canada, Inferno. Perché parlare del nuovo romanzo di Mariana Branca con dei pezzi di Nicolas Jaar sarebbe stato scontato, ma anche perché il duo composto da Mike Sandison e Marcus Eoin con le geometrie grammaticali di questo testo (a tratti mefistofelico) ci sarebbe andato a nozze.
Non più un esagono bensì un metronomo a scandire il tempo narrativo: Avanti/Indietro, Tichico/Cochiti a partire dal titolo per arrivare alla struttura dei capitoli. Un andamento definito a tempo di musica, quella stessa a cui l’autrice sembra legata visceralmente fin dal suo esordio.

«Cado, inciampo e cado, cado in una pozzanghera, cado nel fango. Mentre cado penso che sto cadendo, che l’ultima volta che sono caduto ero un ragazzino, sono caduto camminando a passo svelto. Come diceva mio padre, cammina a passo svelto Cochiti, devi imparare a camminare più veloce, che è diverso da correre, correre per un bambino è facile, ma camminare a passo svelto è un altro modo, è il terzo modo di andare da una parte all’altra: passeggiare, correre, camminare svelto.»


Il ritmo, onnipresente, nella conformazione del testo, che appare visivamente come una massa densissima a riempire le pagine, fagocitando gli spazi, saturando la carta, per poi aprirsi, respirare e ridimensionarsi nella forma del dialogo botta e risposta negli intermezzi.
Tic, tac. Tichico e Cochiti.
Tichico è il nome del protagonista che il mondo ripete fino a consumarlo: il nome del lavoro, del debito, della distanza percorsa. Cochiti è il nome custodito nella voce del padre, una sillaba d’origine rimasta intatta sotto le macerie del tempo. Tra l’uno e l’altro si estende il paesaggio del romanzo: una vita intera che si allontana da sé senza mai smettere di cercarsi. È il cammino dell’eroe al contrario. Dalla Svizzera, compiuto a piedi, montagna dopo montagna.
Tic, tac. Avanti/indietro.

«Hai assecondato i tuoi bisogni, quelli primari, mangiare bere coprirti dormire da qualche parte. Passivamente hai seguito il flusso di un movimento gravitazionale, come mosso dai poli di un campo magnetico che non potevi vedere. Hai messo le scarpe nuove dei tuoi diciotto anni e sei partito, hai cambiato. Non sei cambiato tu, tu sei rimasto uguale, non hai modificato la tua natura, non ti sei trasformato da palude a colonia, da palude a terra bonificata, da palude a terra coltivata. Non hai scelto di essere un porto»


Una ricerca che si snoda per immagini stratificate, storie nella storia, gironi danteschi dove i Virgilio di turno saranno le voci di Henry Miller, Paolo Volponi, Albert Nobbs, William Burroughs, Tommaso Landolfi, Sant’Agostino, Tyler Durde. Ognuno con la sua ossessione distintiva a farne verbo, la sua visione equina del contesto. Il motivo delle tracce, le orme lasciate sul terreno, i segni inconsapevoli del passaggio umano, sono forse l’immagine più potente del romanzo. In molte opere contemporanee il passato appare come un archivio da recuperare; qui è invece un sistema di impronte genetico-biografiche da interpretare. Tichico non cerca ciò che è stato: cerca il modo in cui ciò che è stato continua a (ri)scriversi nel presente. L’esistenza, suggerisce Branca, non è una sostanza semmai una sedimentazione di segni.
E così Tichico parte lasciando un alloggio confortevole, stipato di beni accumulati in anni di lavoro in fabbrica (l’accusa capitalistica emerge chiaramente). È un asceta senza illuminazione, un uomo il cui padre lo chiama con un nome diverso: «Cochiti non è la stessa cosa di Tichico» ed in questo assioma risiede la chiave di lettura di tutto il testo. Il suono modifica il senso. Il senso modifica il tempo.
Non a caso in epigrafe viene posta una citazione chiave. Per gli Aymara, il passato si colloca davanti allo sguardo, perché è ciò che è già stato e dunque si offre alla visione; il futuro, al contrario, rimane alle spalle, sottratto alla vista, ancora non accessibile. Il moto del nostro è dunque rivelazione, per lui, per il lettore.

«Non si butta niente, pensavi, e adesso davanti a questo soffice tramezzino morso quanto basta e poi sputato, davanti a questi panini al formaggio fragranti in decomposizione, a questa armoniosa insalata russa marcescente, a questa rilucente putrida anatra all’arancia, a queste fulgide patate verminose, a questa gocciolante torta di cioccolato degenerato, davanti a questi resti di cibo cromato a brillare in mezzo all’erba brillante cromata verde più verde di Courmayeur, non capisci, non sai risponderti, ma chiediti: Non si butta niente è un destino?»


C’è un bisogno di divorare, di azzannare e snervare il passato che si fa carne tangibile, in un passaggio di caratura letteraria raramente così raffinata. Parlo ovviamente del capitolo del capretto, un affresco sanguigno la cui tangibilità del verbo si fa condanna dell’esistenza stessa. «non si butta niente», dice il testo. Una saggezza popolare che ci hanno tatuato nelle ossa. E quindi sia benedetto ogni boccone. Ossa, nervi, muscoli, viscere. Nulla va sprecato in ottemperanza al Dio del bisogno. La mandibola si muove, avanti/indietro, il muscolo è un pistone che pompa ferro, ossidi, polveri che si depositano nei polmoni fino farsi condanna cancerogena, in uno dei passaggi più perturbanti del romanzo, perché rivela come il potere non si eserciti soltanto sui corpi, ma colonizzi l’immaginazione.
Lo sfruttamento diventa misura del proprio valore, unica grammatica possibile dell’appartenenza. Così, quando la malattia emerge e i polmoni si riempiono di noduli e calcificazioni, il corpo non porta semplicemente i segni del lavoro: ne diventa l’archivio vivente, fino ad ostentarne lo status. “Sono stato utile”/”sono stato.

«Non vedrai che una parte, la piccola parte delle cose intorno a te, le insignificanti, le impermanenti, le selvatiche, le addomesticate; le guarderai appena, sfiorandole di una visione laterale. Tu guarderai avanti io indietro, al contrario; guarderò le cose dal lato dove il loro senso cambia, dove Tichico non è Cochiti, o forse sì»


Addentrarsi nella tundra letteraria imbastita dalla Branca fa male al cuore e bene allo spirito. Se ne esce sfibrati in certi frangenti, la violenza della parola non risparmia, sia cosciente di questo. il lettore che si approccia al viaggio ma, come le scalate più tortuose, giunti in cima lo spettacolo ripaga dell’impegno. Come si diceva prima, l’eleganza della prosa riverbera nella composizione di capitoli in cui il ritmo illumina la notte. Branca scrive come chi conosce il potere perturbante delle parole, ne fa una pasta brulicante. La prosa è mercurio ribollente che si espande fino a deflagrare per poi ricomporsi in argento vivo, un guizzo alchemico che sa di magico.

«L’oceano è un deserto camuffato con una vita sotto la terra. Per vederla, zappare non basta: devi scavare. “Ciò che viene al mondo per nulla turbare, non merita né riguardo né pazienza”»


Branca costruisce così un romanzo ipnotico e inquieto, nel quale la geografia esterna si trasforma progressivamente in un paesaggio metafisico. Qualcosa di irriducibilmente estatico, che suscita timore per la sua dinamica paradossale: avvicina ciò che sembra distante fino quasi al contatto, per poi riaprire improvvisamente lo spazio della separazione. Come accordi minori sottratti al vento, trattenuti per un attimo e subito dispersi.
Penne come queste vanno tutelate.

Stefano Bonazzi

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Tichico, Cochiti

Mariana Branca

Wojtek

17 euro — 150 pagine

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