Metti un campo da calcio da qualche parte lassù, ma non chiederti dove: è quello che Marino Bartoletti chiama semplicemente “il Luogo”. Poi ci sono due porte, un pallone, un arbitro e una tribuna. A quel punto comincia a chiamare i giocatori. Prima Pelé. Poi Maradona. Poi Mazzola, Scirea, Facchetti, Vialli, Paolo Rossi. Serve anche un secondo team, però, così dall’altra parte ci sono Cruijff, Eusébio, Di Stéfano, Puskás, Best, Jašin. A questo punto la faccenda si fa seria, perché non è più una partita immaginata da un bambino con il pallone sotto il braccio ma quella che nessun uomo potrebbe mai organizzare. I novanta minuti per cui servirebbe una deroga alle leggi del tempo e un lasciapassare per un posto dal quale nessuno è ancora tornato indietro.
È proprio questo il gioco narrativo di Marino Bartoletti ne “La partita degli Dei”, pubblicato da Gallucci. Un gioco che parte dal calcio, ma finisce per parlare della memoria, dell’assenza, della morte e della necessità tutta umana di immaginare che le persone che abbiamo amato non siano scomparse definitivamente. Bartoletti si concede il privilegio letterario di entrare nel “Luogo”, una dimensione sospesa nella quale il tempo sembra aver perso la propria autorità e nella quale tornano a incontrarsi uomini e donne che sulla Terra hanno lasciato un segno indelebile. E se bisogna organizzare una partita, allora tanto vale organizzare quella definitiva: la sfida che nessuno ha mai potuto vedere e che nessuno, almeno in teoria, potrebbe mai raccontare.
Da una parte c’è la grande squadra della Serie A italiana, dall’altra il resto del mondo. In campo compaiono Maradona, Vialli, Mazzola, Facchetti, Scirea, Paolo Rossi, Meroni. Di fronte ci sono Pelé, Cruijff, Eusébio, Di Stéfano, Puskás, Jašin, Best. Sono nomi che appartengono a epoche differenti, a stili differenti, a storie differenti. Alcuni non hanno mai avuto l’occasione di sfidarsi, altri si sono incrociati soltanto attraverso i racconti, le fotografie, i filmati. Qui, invece, possono finalmente stare nello stesso spogliatoio.
Ed è proprio negli incontri che il romanzo trova una delle sue intuizioni più felici. Bartoletti non si limita a convocare le leggende del pallone come figurine da collezione, ma le fa tornare uomini. Dietro Maradona non c’è soltanto il Pibe de Oro, dietro Pelé non c’è soltanto O Rei, dietro Scirea non c’è soltanto il difensore elegante e impeccabile, dietro Vialli non c’è soltanto il centravanti capace di trascinare una squadra. Ci sono persone, caratteri, ricordi, amicizie, debolezze. Il calcio è il pretesto per riordinare una galleria di esistenze elevatesi a monumenti.
Ciò vale ancora di più per i campioni che hanno avuto un rapporto particolarmente doloroso con la malattia e con una morte arrivata troppo presto. Borgonovo, Fortunato, Mihajlovic, Di Bartolomei e gli altri protagonisti del romanzo non vengono utilizzati per costruire facili momenti di commozione, però. Bartoletti compie un gesto di restituzione poiché li sottrae, almeno per la durata della storia, all’ultima immagine che abbiamo di loro. E così non sono più uomini consumati dalla malattia né figure legate esclusivamente alla tragedia della loro scomparsa: tornano a essere calciatori, uomini che corrono, giocano, discutono, ridono, si confrontano. Tornano, soprattutto, a essere vivi. Utopia. Ma che dolce utopia.
È uno degli aspetti più delicati del libro. Parlare di morte senza trasformare il dolore in spettacolo è difficile, soprattutto quando i protagonisti sono personaggi così conosciuti e così amati. Bartoletti riesce a farlo utilizzando l’ironia, la fantasia e un linguaggio che resta sempre ancorato al mondo dello sport. La morte non viene negata, ma nemmeno lasciata diventare il centro assoluto del racconto. È una presenza sullo sfondo, un’ombra dalla quale la fantasia permette di prendere temporaneamente le distanze.
Nel “Luogo” compaiono anche figure che appartengono a un immaginario più ampio, come Raffaella Carrà e Gianni Minà, mentre Francangelo contribuisce a mantenere quella leggerezza indispensabile per evitare che il romanzo precipiti nella retorica. Perché Bartoletti sa che un libro costruito attorno a una squadra di campioni scomparsi potrebbe facilmente diventare un interminabile album della nostalgia. E invece sceglie un’altra strada: quella della favola, dell’ironia e del paradosso.
Il risultato è un libro che parla della morte senza essere un libro sulla morte. Parla piuttosto di ciò che resta dopo la morte: le storie, le immagini, le frasi, le imprese, i ricordi. Un calciatore continua a vivere, almeno in una certa misura, ogni volta che qualcuno racconta un suo gol, una sua parata, una sua giocata. La vera sfida non è semplicemente quella tra la Serie A e il resto del mondo ma tra memoria e oblio, tra il desiderio di trattenere ciò che abbiamo amato e la consapevolezza che tutto, prima o poi, è destinato a cambiare. Bartoletti costruisce un luogo nel quale il tempo non ha più la forza di separare le persone e nel quale chi abbiamo perso può tornare a essere ciò che era prima che arrivasse l’ultima pagina della sua vita.
Tra queste pagine il calcio dimostra ancora una volta la propria straordinaria capacità narrativa. Una partita dura novanta minuti, ma dentro quei novanta minuti può esserci un’intera esistenza: una vittoria, una sconfitta, una rimonta, un errore, una giocata geniale, un gol arrivato all’ultimo secondo. È una piccola rappresentazione della vita, con le sue occasioni perdute e quelle improvvise possibilità di riscatto. Bartoletti prende questa caratteristica dello sport e la porta fino alle estreme conseguenze: se il calcio può farci credere che tutto sia possibile per novanta minuti, perché non dovrebbe permetterci di credere, almeno per il tempo di un romanzo, che anche la morte possa essere sospesa?
La forza di “La partita degli Dei” sta proprio nell’equilibrio tra questa fantasia e la concretezza delle storie raccontate. L’autore non dimentica mai di essere un giornalista che conosce il calcio, i suoi protagonisti e la sua mitologia, ma nemmeno rinuncia alla libertà dello scrittore. Non è necessario chiedersi se esista davvero il “Luogo”, basta chiedersi se esista un posto nel quale i nostri campioni continuino a giocare.
Marino Bartoletti costruisce dunque una grande favola calcistica per affrontare una questione molto più grande del calcio, e lo fa senza appesantire il racconto e senza trasformarlo in una predica ma, soprattutto, senza chiedere al lettore di commuoversi a comando. La sua è una scrittura che preferisce il sorriso alla solennità e il ricordo alla celebrazione. Una scelta che rende il libro accessibile, ma non superficiale; leggero, ma non vuoto. “La partita degli Dei” è, in definitiva, un romanzo riuscito e profondamente umano. È un libro per chi ama il calcio, ma anche per chi ha imparato che alcuni giocatori smettono di giocare soltanto sul campo.
Alla fine, il risultato della partita quasi passa in secondo piano. Ciò che conta è averli ritrovati tutti lì, nello stesso campo, con la maglia addosso e il pallone tra i piedi. È il sogno infantile di ogni appassionato portato alle sue estreme conseguenze, quello di poter vedere giocare insieme i propri idoli, senza più epoche confini e tempo.
Federico Falcone