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Andrew Hughes anteprima. La sparizione di Emma Harte

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La sparizione di Emma Harte” di Andrew Hughes (8tto Edizioni, 2026 pp. 400 € 20.00), nella traduzione di Cristina Cigognini, esce nelle librerie il 1 aprile. Il libro concentra una trama oscura e trascinante, caratterizzata dall’impronta improvvisa e perturbante dei colpi di scena. Una narrazione carica di suspense e di forte tensione emotiva e psichica circonda la sospensione spaventosa dell’enigma, l’attesa sconvolgente dei segreti e la motivazione indiziaria delle domande irrisolte, nella scansione incalzante di un coinvolgimento sconcertante, diffuso fino all’ultima pagina del libro. Andrew Hughes sviluppa l’attualità perversa dello sdoppiamento della personalità nella rappresentazione virtuale, nella maschera sociale e digitale, nel rischio pericoloso di un tessuto relazionale dove l’esposizione subdola tra ciò che si diffonde online e ciò che si nasconde dalla verità trasfigura precipitosamente il senso della realtà. Dall’angosciante vicenda di Emma Harte, imprenditrice di successo, dalla sua scomparsa nel centro di Dublino, si snoda la costruzione temporale dell’analisi investigativa e delle macchinose rivelazioni. Il volto di Emma Harte ricopre la città, nella disperata ricerca di trovare segnalazioni utili, per sensibilizzare l’opinione pubblica e dare visibilità all’accaduto. I social media innescano l’accesa discussione sul contrastato tema della sicurezza delle donne, sulla provocazione sociale di ogni conseguenza rafforzata nel bersaglio della colpa tra la vittima e il carnefice. Il protagonista, il giovane archivista alla National Library of Ireland, James Lyster, partecipa all’infuocata piattaforma mediatica con un commento contro un giudizio critico nei confronti di Emma Harte e il suo contributo attira immediatamente l’attenzione popolare. Questo emblematico espediente trasforma l’intreccio avvincente del libro in un minaccioso itinerario lungo il confine sottile e disorientante tra l’attendibilità e la menzogna, scombina la lucidità tra l’innocenza e la colpevolezza, ingarbuglia il filo conduttore dove nessuno si rivela effettivamente come appare. I personaggi intorno a Emma, l’ex fidanzato Tom, scomparso anche lui, James, sono artefici di ispirazioni discordanti, modificano la direzione del sospetto nell’argine inquietante e misterioso tra l’indicazione di una vita tranquilla e senza ambiguità, e la nociva e alterata ragione di ogni ossessione comportamentale, dni condizionamento irrefrenabile di fatale egocentrismo. Andrew Hughes seziona, con approfondita e stimolante perizia letteraria, l’inquietudine di chi si ritrova a gestire la destinazione di tutto ciò che svanisce nel nulla, di tutte le equivoche morbosità in relazione agli atteggiamenti preconcetti, delle valutazioni influenzabili delle persone, del controllo torbido e distruttivo dei social media. Destabilizza le dinamiche descrittive dell’intrigo nella sfida psicologica della crisi identitaria, assorbe le aspettative di una risoluzione in un vortice inafferrabile, catalizza spietatamente la vicenda intorno alla deformante lente delle incognite e all’inconfessata oggettività. Riversa la macabra e complessa indagine nel residuo del sottosuolo emotivo, mantiene la tensione e l’ansiosa fiducia per una conclusione incerta e non definita. Compromette la percezione del lettore nell’ondulazione dell’isolamento esistenziale e dell’incrinatura sensibile, smuove il dubbio riposto sotto la pelle di un rivestimento interiore, l’abitudine azzardata di un artificio, si avventura in un territorio inesplorato dove la sorte tragica dello spirito irrazionale ingloba le diramazioni della contemporaneità e il ritratto delle incertezze. La scrittura di Andrew Hughes avvolge l’autenticità contro la privazione incessante della consistenza morale e della solidità. Archivia il brivido degli interrogativi senza risposte sul destino degli scomparsi, sull’ostaggio di un segreto che si portano dietro.

Rita Bompadre

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Con un tempo così, il primo chilometro è il più difficile. 

Fuori da casa mia i marciapiedi sono deserti. Il traffico è intenso a causa dell’ora di punta anticipata. Corro passando davanti ai Giardini botanici e al Tolka House, su lungo Glasnevin Hill fino all’ingresso principale di Addison Hall, un complesso residenziale moderno. Seguouna strada che si snoda tra gli edifici, e colgo scorcidi persone nella luce calda di cucine e soggiorni. Dietro il complesso la strada termina con l’ingresso pedonale a un parco pubblico, un ampio pendio erboso che scende fino al fiume Tolka. Lontano dagli appartamenti e dai lampioni non sembra quasi per niente di stare in città.

L’erba è punteggiata di bianco, e per un po’ il vento mi soffia proprio contro.

Un ponte pedonale attraversa il fiume. Più avanti il parco costeggia il cimitero di Glasnevin, ma verso sinistra c’è una cancellata quasi inghiottita dai cespugli e dal ginestrone. Dall’altra parte la vegetazione è a macchia, una striscia rigogliosa tra il fiume e il cimitero e il muro retrostante dei Giardini botanici.

Scruto quest’area selvaggia per più di un minuto, poi lancio un’occhiata dietro di me. Il parco è vuoto tranne che per una figura solitaria in lontananza, con la testa piegata contro il vento. Afferro la parte superiore della cancellata, sento il freddo che penetra attraverso i guanti. Qui nel parco sono solo un corridore gagliardo, che è uscito prima che il tempo cambiasse del tutto. Non ho alcuna scusa plausibile per avventurarmi oltre la cancellata.

I rovi mi graffiano le gambe, mentre arranco tra la vegetazione bassa. Percepisco l’acqua scura del Tolka che scorre da qualche parte alla mia sinistra. Le mie scarpe da corsa lasciano impronte nella neve, ma non dureranno a lungo. Più avanti una radura è circondata da alberi striminziti i cui rami sono spolverati di bianco. Ascolto lo scricchiolio dei miei passi, guardo le nuvolette di condensa del mio respiro. Sotto gli alberi c’è una lamiera ondulata, arrugginita e piegata agli angoli, con la neve che si raccoglie nei solchi. Rimango lì per un attimo, mi chino per afferrarne un lato, e la tiro indietro. In un’area rettangolare di terra scura, il corpo giace avvolto in lenzuola e sacchi della spazzatura. Una macchia di nero intenso ha impregnato il terreno. Degli onischi corrono via quando vengono scoperti all’improvviso. Il vento fruscia tra i rovi come una folla che sussurra.

Non mi muovo. Rimango lì a guardare fiocchi di biancopuro adagiarsi sul sudario di plastica nera.

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