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Massimo Bello anteprima. La mia storia europea

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Bruxelles mi accolse con il suo respiro antico e sorprendentemente vivo. La città non si limitava a mostrarsi; sembrava vibrare sotto i passi, stratificata di storia, di cultura e di quell’ostinata vitalità, che la rendeva il crocevia dell’Europa. Nel cuore pulsante della capitale, l’ordine conviveva con il caos umano: un fiume di volti provenienti dall’intero Continente, dai due emisferi e da angoli di un mondo, che la mia mente non aveva neppure collocato sulla mappa. E in quell’incrocio di lingue, ritmi e sguardi, Bruxelles raccontava sé stessa, senza retorica e senza chiedere permesso”.

È in libreria La mia storia europea di Massimo Bello (Ventura Edizioni, 2026, pp. 296, € 18). Il libro è un attraversamento che va dal Manifesto di Ventotene al Trattato di Lisbona, da Altiero Spinelli ai corridoi di Bruxelles, dallo Stato di diritto alle Corti europee.

Bello racconta Bruxelles non come macchina burocratica, ma come laboratorio umano. Non l’Europa delle direttive, ma quella dei corridoi, delle mediazioni e dei compromessi:

Imparai presto che il Parlamento non viveva nei momenti solenni, ma negli interstizi. Nei corridoi lunghi, percorsi a passo spedito. Nelle sale riunioni dove le parole venivano pesate come metallo prezioso. Nei funzionari, che sembravano conoscere i regolamenti non solo a memoria, ma per intima convinzione”.

Il cuore del libro è la figura di Altiero Spinelli, vera architrave della narrazione. Dal Manifesto di Ventotene al Progetto di Trattato del 1984, Bello ricostruisce la linea del federalismo europeo come tentativo di neutralizzare il nazionalismo.

Nel capitolo sullo Stato di diritto emerge il giurista che racconta l’Europa non come sogno, ma come ordinamento: “La Comunità europea si è sempre ispirata al principio dello Stato di diritto, ma è con il Trattato di Maastricht, prima, e quello di Amsterdam, poi, che lo Stato di diritto è divenuto parte dei principi, su cui si fonda l’Unione europea e che ispira l’azione dell’Unione stessa”.

La mia storia europea è un libro sulla maturazione e sulla crescita all’interno di istituzioni vissute non come mostro egemone, ma come scuola. È un libro misurato, forse troppo per chi ama la polemica, ma prezioso per chi vuole capire come funziona davvero la macchina europea senza inciampare nei luoghi comuni.

Il libro è stato presentato il 4 marzo a Roma nella sala stampa della Camera dei deputati alla presenza dei deputati Alessandro Amorese, Antonio Baldelli e Stefano Benvenuti Gostoli e con la partecipazione della senatrice Elena Leonardi e dell’europarlamentare Carlo Ciccioli.

Massimo Bello, attraverso l’esperienza personale, ci racconta l’Europa come opportunità e responsabilità: non un destino remoto e astratto ma un cammino quotidiano e concreto. Un’Europa di certo ancora imperfetta ma necessaria.

Carlo Tortarolo

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III – Il Manifesto di Ventotene e le Tesi federaliste

Il Manifesto per un’Europa libera e unita, redatto nel 1941 da Altiero Spinelli, Ernesto Rossi ed Eugenio Colorni durante il confino a Ventotene, rappresentò il punto di partenza del federalismo europeo moderno.

La sua genesi si collocava in un contesto di guerra totale, con l’Europa dominata dai regimi totalitari e l’Italia immersa nel fascismo. Il confino politico offriva agli autori un contesto di isolamento e di riflessione, che diventò un laboratorio intellettuale per elaborare una diagnosi delle cause dei conflitti europei e proporre soluzioni istituzionali. Il testo nacque dall’esigenza di superare l’illusione della pace attraverso accordi intergovernativi o trattati di breve durata. Gli autori riconoscevano che la sovranità assoluta degli Stati nazionali era la radice dei conflitti, e che solo un governo sovranazionale democraticamente legittimato avrebbe potuto garantire la pace. In questo senso, il Manifesto si pose come documento non ideologico, ma pragmatico, capace di coniugare aspirazioni morali e concrete strategie politiche.

Il Manifesto, dunque, si articolava su tre nuclei principali: a) critica allo Stato-nazione e al nazionalismo, attraverso cui Spinelli e Rossi denunciavano la natura conflittuale e predatoria degli Stati sovrani, che nella storia europea avevano sempre privilegiato interessi particolari rispetto al bene comune; b) proposta federalista europea, attraverso cui il documento individuava, nella creazione di un’autorità politica sovranazionale, l’unica via per prevenire guerre future; tale autorità avrebbe dovuto avere competenze legislative, esecutive e giudiziarie per le materie di interesse comune, pur lasciando agli Stati membri un’autonomia limitata e regolata da una costituzione federale; c) visione di una società democratica e giusta, attraverso cui il Manifesto insisteva sull’importanza di garantire i diritti fondamentali, le libertà individuali e il progresso sociale come parte integrante della federazione, anticipando i temi poi recepiti nella Carta dei Diritti fondamentali dell’Unione europea.

Spinelli, Rossi e Colorni trassero esplicito insegnamento dalla tradizione federalista americana, in particolare dai Federalist Papers di Hamilton, Madison e Jay. La diagnosi della frammentazione politica, come causa di conflitti interni ed esterni, si rifletteva nel concetto di «energia del governo» federale, necessaria per garantire sicurezza e stabilità.

Il parallelo tra le colonie americane del XVIII secolo e gli Stati europei del XX secolo era chiaro agli autori del Manifesto: entrambe le realtà evidenziavano la necessità di un’unione costituente, che non si limitasse a trattati intergovernativi, ma che fosse radicata in una legittimazione democratica. In questo senso, il Manifesto anticipava la visione federalista di Spinelli come progetto costituente, non come semplice cooperazione funzionale. Il Manifesto del 1941, all’inizio con pochi esemplari manoscritti, ebbe una fortuna limitata durante la guerra. Un documento per certi versi ambiguo e a tratti cinico verso il destino dell’Europa; per altri, una testimonianza criticata, a volte anche ferocemente, nei confronti della poca speranza mostrata verso un ritorno alla democrazia liberale, dopo la fine della guerra e dei totalitarismi.

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