Un giornalista ambizioso, figlio di un padre intellettuale “anticonformista” e di una madre silenziosa, costruisce tutta la sua esistenza su due cardini: odio per il padre (“Lui”) e amore per la madre (“Lei”). Il trauma fondativo avviene a dieci anni: dopo una giornata di pesca col padre, quest’ultimo provoca un fatto ignobile; il figlio, invece di aiutarlo, lo abbandona al suo destino e decide di non parlargli mai più. Inizia così una “guerriglia del silenzio” durata trent’anni, alimentata da un odio caparbio che diventa carburante della carriera: il protagonista scala le gerarchie giornalistiche (da cronista a Grande Inviato, a Capocronista, infine a Direttore Responsabile del più autorevole quotidiano cittadino) per “sbattere in faccia” al padre ogni successo e “regalare” ogni vittoria alla madre. Ma quando la madre cade in uno stato di atarassia (non capisce più nulla) e il padre muore, la vendetta perde senso: il Direttore si ritrova solo, con la consapevolezza che “alla fine di ogni esistenza… restava solo lo sfacelo e la catastrofe”. Minonzio non scrive un romanzo di formazione, ma un romanzo di deformazione: il protagonista non cresce, si irrigidisce. La tesi di fondo è che l’odio come carburante esistenziale è una trappola: l’odio era un sentimento formidabile, era il principe dei sentimenti, il più potente, il più vitale, il più feroce, il più spietato e, soprattutto, il più resistente. Ma questa resistenza è una condanna: si rimane legati al proprio nemico per tutta la vita. Il romanzo vuole mostrare che la vendetta non libera, ma incatena; che il silenzio non è forza, ma morte “l’urlo era vita, il silenzio era morte”; che la carriera non è redenzione, ma fuga “scappare da Lei che non capiva più niente, scappare dall’altro che stava morendo”. Il messaggio ultimo, però, non è nichilista: nel finale, il Direttore sceglie di dire ai colleghi di lavorare, faticare, soffrire e cercare di combinare qualcosa di buono, nonostante la totale insensatezza di quel mestiere insensato. È una resistenza etica minima, quasi beckettiana: non si può non vivere, anche se vivere è insensato.
La prosa di Minonzio è barocca, pamphlettistica, grottesca. I tratti distintivi sono l’iterazione lessicale e sintattica “leggeva e controllava e telefonava e spulciava e sbobinava; odio, odio assoluto, odio omicida e assassino”, le anafore e i climax “lui, lui, lui e ancora lui; scannarli e annientarli, scannarli e annientarli”, un tono ironico e feroce “suburra felliniana, trombonare, gorgheggiare, avanspettacolo”, metafore corporee e organiche “il giornalismo è pattume, poltiglia, retorica, granaglia per i polli; i giornalisti sono vermei e fanghigliosi; il potere è panettone farcito al mascarpone, àncora di salvezza”, e un registro alto-basso che passa dal tono aulico “aulico grado di Grande Inviato Editorialista” a quello triviale “puzza di feci, piscio, chemio, vomito e decomposizione”. Questo stile realizza una mimesi del caos mediatico: la prosa è essa stessa un “carrozzone”, un “circo Barnum”, un “torrente verbale” che travolge il lettore.
I temi centrali ruotano attorno alla menzogna dell’“evento epocale”: il motivo della “grande notizia che avrebbe cambiato i destini del mondo” funziona da leitmotiv ironico. Ogni capitolo ripropone la stessa dinamica: i media trasformano un evento (insediamento del Direttore, processo sportivo, morte di un bambino) in “epocale”, mentre la voce narrante ne rivela la vacuità. La “grande notizia” è una finzione narrativa necessaria al sistema per dare senso a un’esistenza che, in realtà, resta ancorata al “piccolo, microscopico mondo” di ciascuno. Il “cono d’ombra” è la grande invenzione concettuale del romanzo: non è solo l’oblio professionale, ma una condizione ontologica, il limbo di chi è “dimenticato in vita”, trasformato in “specchio di un fallimento senza ritorno”. Il cono d’ombra inghiotte i Grandi Inviati che non diventano Direttori: la fila dei questuanti si assottiglia, il telefono non squilla più, i doni di Natale si estinguono tristemente nel nulla. Il protagonista scopre, attraverso l’umiliazione e la solitudine, che l’unica verità era l’odio: amore, bontà, empatia, pietà, solidarietà, generosità non valevano nulla, nulla valeva nulla. L’odio è benzina, propellente purissimo, motore unico e indissolubile dell’esistenza. Il romanzo costruisce anche una sociologia spietata della redazione: se c’era un ambiente nell’intero mondo conosciuto, nella totalità delle terre emerse che annientava la libertà, quello era la redazione, se c’era un ambiente che annientava l’individuo, quello era la redazione. La “Multipla” (stagista vessata e poi assunta dal più celebre giornale internazionale) è il simbolo di questa dinamica.
È un romanzo consigliatissimo. È un romanzo sulla vendetta e sul fallimento: mostra come l’odio non liberi, ma incateni. È un romanzo sul giornalismo italiano: smaschera la retorica del “quarto potere”, la vanità delle redazioni, la farsa delle “grandi notizie”. È un romanzo sulla famiglia: il trauma padre-figlio è universale; la “guerriglia del silenzio” è una dinamica che molti riconosceranno. È un romanzo sulla solitudine: il Direttore è “l’essere più solo dell’universo”, ma scopre che nessuno può vivere senza gli altri. È un romanzo sulla resistenza etica: nel finale, sceglie di lavorare, faticare, soffrire e cercare di combinare qualcosa di buono, nonostante tutto.
Gli inascoltati è un romanzo duro, feroce, a volte insopportabile. Ma è anche un romanzo utile: perché costringe a guardare in faccia la propria “natura deludente”, la propria “paura della morte”, la propria “fuga dal dolore”. E perché, alla fine, suggerisce una via minima di resistenza: lavorare, faticare, soffrire e cercare di combinare qualcosa di buono, anche se non servirà a nulla. Forse proprio perché non servirà a nulla.
Francesca Mezzadri
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Nota sull’autore.
Diego Minonzio è giornalista e scrittore, direttore de «la Provincia» di Como. “Gli inascoltati” è il suo romanzo d’esordio (2026). Non è casuale che a scrivere un romanzo sul giornalismo sia proprio un direttore di giornale: Gli inascoltati funziona come una costruzione in abisso, una mise en abîme in cui un capo-giornalista racconta il mondo delle redazioni dall’interno. Il risultato è un libro che riflette su se stesso: un giornalista che parla di giornalismo, un Direttore che parla di Direttori, una redazione che si guarda allo specchio.
Nota sulla struttura. Non è casuale che a scrivere un romanzo sul giornalismo sia proprio un direttore di giornale: Gli inascoltati funziona come una costruzione in abisso, una mise en abîme in cui un capo-giornalista racconta il mondo delle redazioni dall’interno. Il risultato è un libro che riflette su se stesso: un giornalista che parla di giornalismo, un Direttore che parla di Direttori, una redazione che si guarda allo specchio.