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Roberto Frega. Il vino post naturale

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Techne, physis e poiesis (rispettivamente, dal greco, tecnica, natura e creazione), ossia i tre paradigmi di approccio al vino identificativi di tre differenti dialettiche produttive: l’enologia cosiddetta “scientifica”, il vino naturale e quello post-naturale.

Ma se il rapporto tra i primi due è essenzialmente oppositivo (nel senso che i primi vinificatori a metodo naturale consideravano e descrivevano sé stessi essenzialmente in opposizione al modello dell’enologia scientifica, con ben poca propositività a fungere da altro lato della medaglia), con l’ingresso, non a gamba tesa, anzi, ma con calma ed educazione, del terzo sulla scena enologica – coi cugini d’Oltralpe a fare da apripista – si è iniziato ad assistere a un tentativo non tanto di cancellazione, tanto più se susseguente ad un qualche tipo di damnatio memoriae, di quanto c’era prima e di osannamento del “poi”, considerato migliore sempre e comunque, quanto di compresenza concettuale di accorgimenti assunti da entrambi i precedenti modelli al fine di assumerli a punto di partenza in vista di un – cito dalla seconda di copertina – “ […] orizzonte in cui suoli, agronomia e responsabilità ecologica contano più degli slogan […]”.

Certo, anche dal nome stesso si può desumere che la stragrande maggioranza delle proprie radici (modo di dire che può assumere, tra queste righe, un significato addirittura letterale), la “scuola” post-naturale le affondi nel modello naturale, e Roberto Frega, nell’Introduzione al suo saggio, lo ammette candidamente; fa però seguire una precisazione (pagina 16), e cioè che sì “il naturale ha introdotto parole nuove per criticare gli eccessi della tecnica in cantina [nota mia: qui si fa riferimento al paradigma dell’enologia scientifica], ma non ha saputo trovare le parole per raccontare l’emergere di un rapporto nuovo alla natura in vigna”. Ecco qui il punto nevralgico: si tratti di vinificatori “scientifici” o “naturali”, per l’appunto sempre come vinificatori si definiscono, come se ciò che realmente assorbe il loro impegno (attivo o passivo) sia essenzialmente la “realizzazione” del vino, senza particolare considerazione per ciò da cui quel “prodotto” scaturisce, ossia l’ecosistema-vigna! Ed ecco quindi, di converso, perché i post-naturali, invece, da sempre portano la qualifica di viticoltori (talvolta vignaioli) come una medaglia al valore appuntata al petto! Le prime due tipologie enologiche, infatti, pur se da punti di vista diametralmente opposti, concentrano il proprio impegno pressoché esclusivamente in cantina, la considerino qualcosa di molto simile ad un laboratorio, oppure un “parcheggio” dove lasciare che il vino si faccia da sé! E la cura del vigneto? Per carità, non assente, l’Autore non si spinge mai ad affermare una cosa del genere, però certamente limitata, considerata alla stregua di una premessa al “lavoro vero”, che ha appunto nella cantina la propria sede prediletta! Non manca neppure, Roberto Frega, di segnalare le incongruenze insite nel naturalismo vinicolo, i cui esponenti (va detto per onestà: specialmente della cosiddetta seconda generazione) hanno una concezione della propria proposta per la verità abbastanza dogmatica – o come noi o niente! – come, ad esempio, quella di farsi latori di un “biologico” (utilizzo le virgolette poiché non si tratta del biologico certificato, che è tutt’altra cosa) dai tratti talvolta estremistici, ma esclusivamente in cantina: se poi la vigna dalla quale le uve provengono viene trattata con fitofarmaci e/o diserbanti chimici, non è cosa che loro interessi più di tanto, l’importante è lasciare che il vino si faccia da sé, denigrando ogni tipologia d’intervento umano, anche quando necessario – proprio a proposito di questo, alle pagine 91 e 92 è riportata una precisa, e di facile comprensione, tabella riassuntiva intitolata “I principali difetti enologici nel vino naturale”: le cose bisogna chiamarle col loro nome!

Il saggio è suddiviso in due parti: la prima, a sua volta suddivisa in quattro capitoli, presenta una “cronistoria” dei due primi paradigmi menzionati, lo scientifico e il naturale, concentrandosi prettamente sul passaggio dal primo al secondo e su quanto la vinificazione naturale, da sacrosanta opposizione all’imperversare della chimica in enologia – che però, Frega lo ammette onestamente, nel tragico periodo immediatamente successivo al Secondo Conflitto Mondiale, coadiuvò molto gli agricoltori ad ottenere il più velocemente possibile i due risultati che più premevano loro, ossia “aumentare la produttività e ridurre i margini di rischio”, come riportato a pagina 24 – , la quale dava vita a vini standardizzati, esplicitamente realizzati seguendo dettami che avessero la vendibilità quale faro principale, si sia trasformata essa stessa in un modello standard da seguire pedissequamente, ove a farla da padroni devono essere vini la cui parola d’ordine sia “senza” più cose possibili!

È proprio il contrasto a questa raggiunta dogmaticità a spingere alcuni vinificatori a metodo naturale a ritenere che, forse, la possibilità di andare ulteriormente oltre, ma senza sconvolgimenti eccessivi, c’era, ma a un patto: tornare alla vigna! Ecco perché la seconda parte del saggio, che si compone di cinque capitoli, quella più esplicitamente dedicata al modello post-naturale, si spinge molto più a fondo nell’analisi degli approcci agronomici prediletti da questa nuova generazione di viticoltori (agricoltura biodinamica, permacultura, agroecologia, agricoltura rigenerativa): per sottolineare il fatto che la qualità del vino dipende strettamente da quella del lavoro svolto in vigna!

Rispetto ai due altri titoli delle leccesi Edizioni Ampelos che ho recensito sempre qui sulle colonne di “Satisfiction” – entrambi di Angelo Peretti, giornalista e critico enogastronomico torresano direttore del giornale online “The Internet Gourmet”: Esercizi spirituali per bevitori di vino e Manuale di autodifesa per astemi -, godibilissimi saggi divulgativi, Il vino post naturale si inscrive più nel solco della produzione per addetti ai lavori, perciò temo di non essere stato in grado di averne colte tutte le sfumature. Del resto, l’autore, Roberto Frega, frequenta professionalmente il mondo dell’accademia, essendo direttore di ricerca al Centre National de la Recherche Scientifique di Parigi, presso il quale si occupa soprattutto di filosofia americana classica e contemporanea (con focus particolari sulla figura di John Dewey, sulle tematiche del pragmatismo e dell’epistemologia). Appassionato cultore di tematiche enologiche e profondo conoscitore della “scena francese” (l’accurata bibliografia, pagine 212-220, si compone per la stragrande maggioranza di saggi e articoli di autori ed esperti francesi o comunque francofoni, così come l’analisi del saggio tutto è fortemente sbilanciata Oltralpe), in questo suo testo – lo ammetto: il primo che leggo – riesce squisitamente nell’intento che si è posto di far dialogare vino e filosofia. Non posso, dunque, non cesellare questa recensione con una citazione, ripresa da pagina 205 (si è all’interno del paragrafo “Il ritorno del terroir come gesto consapevole” dell’ultimo capitolo del libro, “Il vino come cultura del luogo: etica, memoria e responsabilità”): “Il vino […] accade nell’incrocio tra un luogo e un’eredità. Ed è in questo incrocio che il post-naturale trova il suo senso più pieno: non come ritorno al passato, né come fuga nel nuovo, ma come possibilità di rendere ancora vivo un legame tra paesaggio, memoria e intenzione […]”. Non solo una bevanda ottenuta dal frutto della vite, ma un oggetto culturale che, al contempo, collega e proietta!

Alberto De Marchi

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Roberto Frega, “Il vino post naturale”, Edizioni Ampelos, 2026, 220 pagine, 25 euro

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