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Fabrizio Guarducci e Monica Milandri anteprima. Più in là del silenzio

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Più in là del silenzio” di Fabrizio Guarducci e Monica Milandri (Le lettere, 2026 pp. 108 € 20.00) esce nelle librerie il 6 marzo. Gli autori percorrono l’ispirazione della solitudine attraverso l’atmosfera sospesa e isolata di un amore che trasmette il valore illuminato del silenzio. Il libro analizza una comunicazione segreta e taciturna tra i protagonisti Teodoro e Claudia, la riservatezza di un legame di complicità e intimità, la comprensione reciproca, l’insegnamento all’ascolto interiore. Ripercorre le dinamiche emotive ed esistenziali delle scelte quotidiane, il vincolo consapevole tra vicinanza e libertà, la capacità autentica di restare e accogliere le incomprensioni e la vulnerabilità, superando la necessità di affrontare la dipendenza affettiva e il bisogno di essere accettati. “Più in la del silenzio” oltrepassa l’urgenza sentimentale della conferma e della conquista amorosa, descrive l’amore come un dono che assorbe la facoltà di manifestarsi anche oltre le parole e l’assenza delle voci. Traduce il silenzio come tramite terapeutico effettivo e attivo, indispensabile per ripristinare la preziosa condizione empatica, disporre l’opportunità di un ascolto spontaneo e profondo della comunicazione non verbale, cogliere l’esigenza di appartenenza, percepire una strategia di formule nascoste degli stati d’animo al di là del contenuto e delle intenzioni reali. Gli autori rintracciano il vissuto dei personaggi e l’itinerario degli impulsi sensibili nella percezione del calore umano, nel significato generoso e condiviso di una familiarità radicata, di un’attenzione al non detto, di un abbraccio metaforico che si fa implicito gesto di sicurezza, sede d’incontro in cui il dialogo inconscio assume una forma nuova di corrispondenza con la saggezza. Esaminano l’attitudine di abitare il silenzio come una pratica preziosa di trasformazione per trascendere i pensieri, per comprendere il mondo psichico dell’altro, per pronunciare le risposte intuitive e riportare l’equilibrio nella vita, la riflessione incondizionata per riavvicinarsi a noi stessi e alla nostra anima.

Il libro offre al lettore la presenza viva e appassionante del silenzio come sicura e confortevole verità umana, come orizzonte di energia e di linguaggio dei sentimenti, come superficie espansiva dentro le relazioni. Indaga la complessità di un amore adulto, il disagio della natura contraddittoria del codice espressivo, l’insicurezza e l’insidiosità di ogni mancanza. Fabrizio Guarducci e Monica Milandri indicano la responsabilità di un atto d’amore fatto di sfumature invisibili e partecipazioni alle abitudini interpersonali, di scrupolosità e premura, di osservazione e di pazienza. Sintonizzano il respiro della comprensione lungo le vie della fiducia, del rispetto e dell’equilibrio, sostengono, anche nella inadeguatezza suscettibile della coppia, la confidenza nel portare avanti il proprio cammino insieme. Assecondano l’idoneità a trovare, oltre le difficoltà, un’estensione comune dove affermare la propria identità, aprirsi all’altro in un percorso di crescita e di unicità, rielaborare le proprie sensazioni, scoprendo una lingua impercettibile in sintonia con il sentire. Il libro esorta ad allentare la presa dei conflitti comunicativi, a contemplare se stessi e la propria disponibilità a ospitare l’intesa di chi ci è accanto. Evidenzia il potere esclusivo dell’affiatamento, lo spazio dell’esperienza, per apprezzare la mediazione di una presenza sincera, quando la gentilezza segreta dei particolari, mai insignificanti, investe la cura dell’altro e l’inclinazione felice di pronunciare ogni discorso anche senza parole.

Rita Bompadre

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Scusarmi non basta. Non basta nemmeno promettere.

Quello che posso, ora, è non spostarmi quando arrivano le parole sbagliate, non nasconderle sotto citazioni più eleganti. Posso restare, imparare a parlare poco e toccarti di più, ma senza rubare il senso a ciò che facciamo in silenzio.” Gli sembra di scrivere un manuale. Cancella “posso restare,” lo riscrive: “voglio restare.” Lascia il verbo vulnerabile, senza garanzie.

Voglio restare.”

Sente il peso semplice di due parole così corte. Le guarda come si guarda un oggetto che sembra fragile e invece tiene. Gli tremano le dita. Non di emozione drammatica, ma di stanchezza. Appoggia i polsi al bordo del tavolo, sente il legno fresco. Guarda il cestino accanto alla scrivania, ancora mezzo vuoto: vecchie note, un appunto per l’ufficio, un biglietto del tram. Pensa alla possibilità concreta di buttare tutto quello che sta scrivendo. Non come gesto tragico, ma come riconoscimento che questa lettera serve a lui solo finché resta qui.

Non ti chiedo una risposta. Non voglio che questa pagina diventi un’altra conversazione sbagliata. Vorrei soltanto che, se mai la leggessi, ci

 trovassi uno spazio dove sederti un momento. Senza dover dire niente. Così: in silenzio”

Si raddrizza, gira il quaderno. Allinea il bordo con quello del tavolo. Rilegge dall’inizio. Alcune frasi gli sembrano troppo tese, altre troppo smussate. Sulla parola “armatura” passa una riga e scrive sopra, più piccolo: “abitudine”.

Sostituisce “gabbia educata” con “distacco gentile”. Taglia un inciso intero, lo incolla con lo sguardo nella riga dopo, poi rinuncia: lo lascia andare. Pensa a Claudia nel letto, forse già addormentata, forse no. Pensa alla curva della spalla sotto la coperta, al modo in cui trattiene una ciocca dietro l’orecchio anche quando non c’è nessuno a guardarla. Sente l’urgenza di dirle che, stanotte, la pensa senza paura. Non come idea, ma come corpo vicino.

Se potessi, ora, lascerei la penna e ti sfiorerei la fronte con la mano che ancora odora d’inchiostro. Senza parole, senza chiederti nulla. Resterei lì finché il respiro non si fa uguale.”

Si interrompe. È forse la frase più vera che abbia scritto. Per questo la teme. Disegna un punto sul margine, un segnale. Chiude gli occhi per qualche secondo, li riapre.

Non so che nome dare a ciò che stiamo costruendo. Non è tregua, non è attesa. Assomiglia più a una stanza che si apre quando smettiamo di bussare. Lì, dentro, i rumori si abbassano e i gesti trovano posto. Lì, io ti riconosco.”

Posa la penna. La mano resta sospesa sulla pagina, come se dovesse ancora completare una parola. Poi scrive:

Per questa notte, almeno, ci sono.”

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