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La roccia dalle radici di stelle

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«Forse per questo nessuno è in grado di scorgere ciò che sta nascendo dentro ciò che muore»

Diamine quanto è bella questa frase, diamine quanto è calzante e attuale.
C’è tutto un libro condensato al suo interno, c’è tutto un mondo. Quello letterario e il nostro.
C’è l’idea che ogni catastrofe sia anche una soglia, che ogni dissoluzione prepari a una metamorfosi e che la morte stessa, lungi dall’essere un punto fermo, appartenga a una continuità più vasta ed enigmatica.
Ci si potrebbe fermare qua. Non fosse che il romanzo a quattro mani della coppia Ghinelli-Bottani sia, prima di ogni altra cosa, coerentemente alla loro produzione artistica precedente, una storia di smottamenti. Quello che a prima vista potrebbe essere collocato entro una linea narrativa ormai riconoscibile (eco-narrativa, se non sbaglio?) e che ha tentato di raccontare l’irruzione del collasso climatico dentro la quotidianità, appare già dopo l’esergo come una vera e propria storia di sopravvivenza dalle tinte
rural-weird.

«Quel che resta del paese che conoscevano rivela un’altra faccia che tiene in ostaggio i loro sguardi: sparite le strade, le case, le macchine, sparite le persone. La valle è un’ecatombe d’acqua putrida listata a lutto, che continua a scorrere in un pianto senza fine. Detriti, tronchi, fuscelli e lamiere, ogni cosa destituita di senso è confluita in altre e ora il mondo è una creatura a troppe teste e denti e bocche e unghie e sassi. Un unico magma infernale che può essere osservato solo da lontano.»


La frana che travolge Valle Fratta sarà la ferita originaria. La bocca di fango pronta a ingoiare non solo la terra ma tutte le infrastrutture umane in cui siamo abituati a rifugiarci. Da qui lo sconforto: prima ancora della conta delle vittime, sarà la conta dei danni, la perdita della routine, la destabilizzazione data dall’isolamento mediatico, a farci percepire l’abisso.
Ghinelli e Bottani sono magistrali in questo. Nel farci percepire il freddo, il buio, la solitudine di un panorama che non regala spiragli. È una notte perpetua che si muove sulle vite di Mirco, Carla, Elia, Agata, nuove generazioni in dialogo forzato con le “vecchie”. Nives, Ottavia e il dualismo di Angela, a rappresentare una guardia che con la terra ha imparato a dialogarci.
La coralità dei personaggi umani si apre infatti a un coro più ampio, nel quale trovano posto cavalli, iene, primati, cani e altre forme di vita. E si badi bene, sarebbe un errore interpretare queste presenze come semplici allegorie. Gli animali non sono metafore dell’uomo, al contrario, soprattutto quelli in cattività, sono l’occasione per mettere in crisi l’idea stessa che ogni esperienza del mondo debba necessariamente passare attraverso definizioni umane.

«Di questa roccia scura non vi è altra traccia perché questa strana materia, dal riflesso cangiante come guscio di scarabeo, roccia non è. La superficie, esposta all’atmosfera, esce da un letargo che nel tempo degli umani assomiglierebbe a una resurrezione. Ma i tempi sono così tanti e quello degli uomini è solo uno tra molti.»

In tutto questo, l’apparizione della misteriosa roccia che dà il titolo al romanzo sarà provvidenziale. Una metamorfosi cosmica che è anche una promessa. Una materia dalle proprietà sconosciute, che rimanda alle atmosfere stranianti della Trilogia dell’Area X e non sarà un caso se “Annientamento”, “Autorità” e “Accettazione” sembrano parole chiave utili a riassumere anche l’opera in esame.
In tutto questo scomodare grandi temi e paroloni, occorre però una precisazione. Seppur si avverta l’eco di Jeff VanderMeer o di una desolazione “machartiana”, il romanzo si riveste sempre di una tangibilità ben più concreta. Sarà la presenza del dialetto tredoziese, o la matericità delle descrizioni o la dinamicità dei personaggi, certo è che ogni capitolo porta con sé una rivelazione che impedisce il distacco dalla pagina.
É una lotta di fango e bende, benché la minaccia più grande risieda sempre nell’impaccio umano (il piede del povero Mirco ne sa qualcosa…) e talvolta questa ricerca di salvezza produce scenografie dalla notevole forza visionaria. L’alba che si distende «come un’infezione», la piena trasformata in un organismo famelico, i resti degli animali che emergono dalla frana come reperti di un’apocalisse già consumata: immagini che sembrano appartenere più alla memoria del mito che a quella della cronaca. Vi sono pagine in cui l’immagine si sovrappone all’immagine, la similitudine alla similitudine, quasi che la lingua faticasse a concedersi il silenzio davanti a tale strazio. Ma si tratta di un eccesso che appartiene alle poetiche generose, in questo anche la scelta di una visione corale, dimostra il coraggio di imbastire qualcosa più di una semplice
survival story.

«Quello spazio che si è creato, Carla lo sente, chiede di essere scritto. È per questo che, seguendo un’intuizione pazza, la donna comincia a cantare: la voce è una gomena persino dentro il mare in burrasca che è diventato il salotto e Carla prosegue la nenia abbassando appena il fucile. La canna e le gengive della scimmia sembrano inchinarsi alla musica, come le braccia dell’animale che continuano a serrare il legno, giù, sempre più giù, mentre il canto tenta di legare ciò che si è spezzato.»


Sotto la trama del romanzo corale, sotto il racconto catastrofico, sotto persino la riflessione ecologica, si avverte infatti un impulso eminentemente lirico. Il continuo ritorno delle immagini di nascita e morte, il motivo del rammendo, il tema degli arcani, l’insistenza sui corpi, sugli odori e sulle trasformazioni, l’idea stessa che il mondo umano sia soltanto una parentesi all’interno di una vicenda infinitamente più vasta: tutto concorre a costruire una sorta di elegia della continuità. Per questo il romanzo, paradossalmente, non appartiene fino in fondo al genere post-apocalittico. L’apocalisse, nella sua accezione comune, presuppone una fine. La visione di queste due autrici, invece, si spinge oltre. Oltre l’umano, oltre il compreso, il raziocinio, oltre ogni sciocca rassicurazione di esser noi soli e stolti bipedi a tener le redini.
Per tutto questo, mai come oggi, in libreria, servono storie come questa.
Storie che ci mostrano nuovamente piccoli, fragili, fallacemente umani, storie che ci afferrano con le loro gigantesche dita invisibili per rimetterci al posto che ci spetta.

Stefano Bonazzi

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La roccia dalle radici di stelle

Lorenza Ghinelli, Silvia Bottani

Aboca

18,00 euro — 320 pagine

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