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Filippo Mercuri. Il femminino sacro e la porta dell’eterno

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Di Picnic a Hanging Rock vidi innanzitutto il film (1975), quello diretto da Peter Weir sottotitolato “Il lungo pomeriggio della morte”, a ciò invitato da una collega d’università (doveva essere il 2018 o ’19), la quale, forse un po’ genericamente, me lo consigliò data la mia, a suo dire, predisposizione per i “misteri”. Dopodiché mi misurai con l’opera originale, il romanzo dell’autrice australiana Joan Lindsay (1967, I ed. italiana Theoria Edizioni, Roma 1993), e ulteriormente forte nacque in me la consapevolezza che, dietro al primo senso di lettura (quello invero abbastanza semplicistico del cosiddetto “romanzo di genere” ambientato in epoca vittoriana), doveva nascondersi ben altro; non per nulla Sellerio Editore, che acquisì i diritti della traduzione in lingua italiana del romanzo dopo Theoria, lo definisce esplicitamente “l’ultimo vero mito moderno perché mescola cronaca, leggenda e misticismo, diventando un’allegoria senza tempo”.

È proprio a partire da ciò, oltre che da una consapevolezza più radicata e matura rispetto a quella del sottoscritto, che prende le mosse il lavoro di Filippo Mercuri, giovane docente specializzato in Storia Antica con un focus particolare sul mondo indo-iranico e sul rapporto tra le forme di sapienza esoterica ed iniziatica compresenti tra Roma, la Grecia e la Persia; ponendo a confronto quelli che mi piace definire “avamposti di sapienza” sopravvissuti nei (o forse sarebbe meglio dire: ai) mondi moderno e contemporaneo – il “grande iniziato” Johann Wolfgang von Goethe, Johann Jacob Bachofen, Julius Evola e anche Luciano De Crescenzo; a primo impatto l’ultimo nome potrebbe stranire, eppure è anche a partire dalla lettura di un saggio dell’ingegnere-filosofo napoletano, Il dubbio (1992), che a Mercuri è venuta l’idea della stesura di questo pregevole studio – con le sue lettura e interpretazione del romanzo di Joan Lindsay, l’Autore lo sviscera non partendo dal presupposto che esso narri della scampagnata, nel giorno di San Valentino dell’anno 1900, di un gruppo di studentesse di un rigido collegio vittoriano australiano nella natura selvaggia per puro diporto, bensì, come si legge in quarta di copertina (riportato dalla Prefazione dell’editore Nicola Bizzi, pagg. 5-11) da quello che tra le sue pagine venga narrata “l’irruzione del ‘Totalmente Altro’ in una società, quella vittoriana-coloniale, che aveva fatto del controllo, della forma e della misurazione cronometrica del tempo la propria unica religione”.

La dialettica tra il rigido Appleyard College e il massiccio roccioso Hanging Rock, esemplificazione della natura selvaggia e “pura”; la descrizione delle studentesse che presero parte alla gita il 14 febbraio (giorno non certo casuale) – specialmente di due delle tre che vollero allontanarsi dal resto del gruppo per addentrarsi maggiormente nei meandri del massiccio roccioso: Miranda, la leader del gruppo, un po’ più grande d’età e dall’avvenenza quasi divina, che sparirà e non verrà ritrovata; la giovane Irma, rinvenuta giorni dopo poco distante dal supposto luogo della sparizione senza scarpe ma coi piedi stranamente puliti, fisicamente illesa ma del tutto priva di memoria -, tutto viene proposto al lettore da dietro la lente d’ingrandimento di una permanenza del Sacro laddove meno ce lo si aspetterebbe.

La prima parte del titolo del saggio che qui recensisco, “Il Femminino Sacro”, cala immediatamente il lettore nella specifica modalità attraverso la quale Filippo Mercuri intende “giustificare” (a modesto parere di chi scrive, riuscendoci assai bene) la sua lettura ed interpretazione del romanzo di Joan Lindsay; come l’Autore scrive nelle poche righe che introducono il secondo capitolo, “Le divinità del Femminino Sacro: un Pantheon universale” (pagg. 23-32), “Il principio del Femminino Sacro […] non è un fenomeno isolato, ma emerge costantemente attraverso diverse culture e tradizioni, assumendo nomi e forme diverse ma conservando una sostanziale unità archetipica”; ed è proprio in questo novero che Filippo inserisce l’opera letteraria dell’autrice australiana (e quella cinematografica di Peter Weir che ne seguì), ponendola in continuità specialmente col lavoro di recupero della Prisca Theologia da parte dei neoplatonici dell’Accademia Fiorentina e con parte della produzione goethiana – nella fattispecie il secondo Faust (ovverosia la seconda parte della celebre tragedia, pubblicata nel 1832, anno della morte del suo autore), Le affinità elettive (1809) e la Fiaba del serpente verde e della bella Lilia (1795) -, sostenendo egli, a pag. 39, che “Johann Wolfgang Von Goethe rappresenta il culmine della tradizione esoterica europea moderna”.

Ad impreziosire il saggio diverse immagini (la maggior parte a colori, qualcuna in bianco e nero) e un capitolo – il terzo, “Volti del Femminino Divino: Regine, Sapienti e Archetipi”, pagg. 33-38 – a dare obiettivo conto della “demonizzazione” (o screditamento o, ancora, distorsione) cui le figure femminili, nel corso della Storia, sono state sottoposte, a partire dalla “dantesca” Semiramide e dalla Regina di Saba per poi approfondire maggiormente tre figure davvero archetipiche: Maria Maddalena, Ipazia di Alessandria e la Principessa di Lamballe (al secolo Maria Teresa Luisa di Savoia-Carignano), intima amica della regina Maria Antonietta e come ella vittima della furia rivoluzionaria, in una serie di crudelissime azioni, culminanti nella sua testa decapitata portata in trionfo per Parigi su di una picca, che l’Autore non esita a definire “[…] la furia del principio demo-plebeo contro i simboli della Tradizione”. Il capitolo termina però, fortunatamente, con un riferimento meno efferato, contenuto nel paragrafo “La Fata Turchina: epifania della Dèa in Pinocchio”, la cui composizione, pur nella brevità delle righe dedicate alla tematica, mi rimanda ai lavori sul significato archetipico delle fiabe per l’infanzia della professoressa Emanuela Chiavarelli e del mio amico Luigi Pellini oltre che ad una recentissima uscita, Pinocchio svelato, a cura di Andrea Scarabelli (Bietti Edizioni, 2026).

L’ultimo capitolo, poi (“Conclusione: il ritorno di Miranda”, pagg. 55-57), lascia aperte innumerevoli, notevoli questioni (che mi auguro Filippo Mercuri voglia provare a chiudere con delle future pubblicazioni), che si sostanziano però in una convinzione: Miranda, sparita e non più ritrovata a mezzogiorno, l’ora panica per eccellenza, “il nunc stans in cui l’ombra scompare e l’eternità irrompe nel tempo”, certifica il fatto che essa ad un ritorno, per quanto non cronologicamente calcolabile – né tantomeno razionalmente lato sensu, bensì soltanto previo risveglio di quegli “organi spirituali” cui l’Autore fa cenno in conclusione -, è destinata, così come “il femminino divino riemerge costantemente dalle profondità dell’inconscio collettivo, irriducibile a ogni tentativo di addomesticazione o annientamento”.

Alberto De Marchi

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