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Barry Gifford anteprima. Non batte il sole su quel volto. Avventure nel cinema noir

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Leggere Gifford è un’esperienza simile ad accendere un’auto e rendersi conto, troppo tardi, che qualcuno ha tagliato i cavi dei freni. Un disastro spettacolare è imminente”.

È in libreria Non batte il sole su quel volto. Avventure nel cinema noir, di Barry Gifford, (Jimenez edizioni 2026, pp. 240, € 20,00 con traduzione dall’inglese di Valentina Zucca).

Fuori stampa da anni e recentemente ampliato, questa nuova edizione del celebre libro di Gifford svela i segreti dei film noir e della loro importanza oggi. Per un tour del cinema noir, Non batte il sole su quel volto di Barry Gifford è la guida ideale. La selezione di film mostra il ventre cupo e spesso violento di un genere molto amato nella cultura popolare americana.

Gifford ha aggiunto una nuova prefazione al libro: una master class in linguaggio schietto e pensiero preciso, con recensioni tutt’altro che stereotipate. A volte l’autore fornisce un riassunto della trama; altre volte si concentra su un attore, un regista o sul romanziere che ha scritto il materiale originale.

Nella prefazione Gifford si confessa:

Ho scritto questi saggi come immaginavo fossero scritte molte recensioni dei Cahiers du Cinéma degli anni Cinquanta, al tavolino di un caffè o della cucina, all’una di notte. Nessuno è stato revisionato prima della pubblicazione sulle riviste. Questo è stato ed è fatto volutamente, nel tentativo di mantenere la freschezza del pensiero”.

Con l’intuizione dell’intenditore e una sensibilità insolita adattata ai suoi soggetti, i brevi saggi di Gifford coprono un centinaio dei film preferiti dagli appassionati di noir.

Nell’introduzione, Edward Gorman e Dow Mossman spiegano:

I film qui discussi vanno dal più basso B-movie al più grande A-movie, e questo libro vi farà venire voglia di correre a cercarli tutti quanti (e buona fortuna; trovare A morte misteriosa potrebbe richiedere una vita intera)”.

E ancora:

Questi sceneggiatori e registi e attori e attrici (merita un’attenzione speciale Ida Lupino) hanno insistito nel parlare della cultura non solo per come dovrebbe essere o come vorremmo che fosse, ma per come era. Erano portatori di verità a volte scomode e desolanti, e come accade a tutti coloro che hanno questo compito, raramente ricevevano applausi per i loro sforzi; anzi, erano guardati con sospetto dai loro colleghi più abbronzati”.

Quella di Gifford è un’analisi spontanea e divertente che accompagna il lettore attraverso cinquant’anni di cinema noir indagando l’anima del film e la sua arte.

Carlo Tortarolo

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L’infernale Quinlan (Touch of Evil)

1958. Diretto da Orson Welles (autore anche della sceneggiatura). Con Orson Welles, Charlton Heston, Marlene Dietrich, Janet Leigh, Akim Tamiroff, Joseph Calleia, Mercedes McCambridge, Dennis Weaver e Zsa Zsa Gábor.

Welles è al massimo della sua imponenza in questo estenuante esercizio di noir ad alta energia, pienamente consapevole di sé. Il film si muove come Welles, lentamente, ma con uno sforzo concentrato, calibrato per ottenere il massimo risultato. E funziona, quasi come nessun altro film che si sia proposto in modo tanto deliberato di raggiungere un effetto oscuro. Welles utilizza ogni trucco del suo repertorio per rendere questa storia inquietante, ma lo spettatore deve concedersi un po’ di indulgenza e pazienza perché il fumo si depositi nei punti giusti.

La storia è intricata, ma in sostanza Welles, nei panni di Hank Quinlan, un detective del lato californiano del confine con il Messico, decide di incastrare un certo Sanchez, che Welles è certo abbia ucciso un uomo piazzando una bomba a orologeria nella sua auto, fabbricando le prove. Charlton Heston (Vargas), un detective messicano in luna di miele con la moglie Janet Leigh (Susan), si trova coinvolto nel caso, capisce ciò che Welles sta facendo e tenta di smascherarlo per il poliziotto corrotto che è. Welles è famoso per i suoi incastri, mentre Heston è un uomo tutto d’un pezzo, un idealista, l’antitesi di Welles. Welles si serve del suo tirapiedi,

Menzies, per eseguire gli ordini, e Heston cerca di convincerlo a voltargli le spalle. Welles ha un odio feroce per i criminali e i bassifondi, da quando non è riuscito a incastrare l’uomo che aveva ucciso sua moglie. Si serve di Akim Tamiroff, che sembra un Groucho Marx turco, per far passare la moglie di Vargas, Susan, come tossica, così da screditare Vargas. È una scena particolarmente affascinante, con Mercedes McCambridge nei panni di una criminale messicana lesbica, e una banda di punk messicani dagli occhi da lupo e giacche di pelle che piombano sulla biondina vulnerabile come iene.

Il film è pieno di inquadrature folli, inclinate o capovolte (come in Rapporto confidenziale). È girato quasi interamente al buio; i corpi si muovono dentro e fuori dalla luce, le loro voci inseguono l’azione e sembrano slegate, sospese rispetto alle forme spettrali che fluttuano, attraversano o si abbattono sull’inquadratura. Marlene Dietrich ha il suo contributo nel ruolo di una chiromante da caffè di nome Tanya, l’unica vera amica di Welles, sul suo stesso piano. Dennis Weaver ha una magnifica piccola scena nei panni di un impacciato, balbettante e nervoso impiegato di motel intimidito dal pressante Vargas. E Welles si diverte a infilare cameo di Joseph Cotten, Joi Lansing, Keenan Wynn e Zsa Zsa Gábor, insieme a un folto gruppo di attori messicani, che contribuiscono a dare al tutto un effetto da circo. Welles appare rude, grasso, non rasato, dipendente da sigari scadenti e barrette di cioccolato. Capisce cosa fa scattare questi criminali, in modo non dissimile da un poliziotto o uno sceriffo uscito da un romanzo di Jim Thompson. Serve il marcio per intrappolare il marcio.

Welles girò il film a Venice, in California, e riuscì a farla sembrare una zona di confine tra San Diego/Tijuana, mescolandola abilmente con scene girate in studio in modo che il paesaggio diventasse parte integrante della storia, quasi come un personaggio il cui atteggiamento e portamento costringono gli altri a modificare il proprio modo di comportarsi. Welles rimane intrappolato in una rete a causa dell’indagine di Vargas sui suoi metodi poco ortodossi e finisce per uccidere Tamiroff per proteggersi. Menzies, tuttavia, il devoto aiutante di Welles, finisce per tradire il suo capo con Vargas e Welles gli spara. Poi Menzies spara a Welles, che barcolla fino all’argine del fiume e collassa in un mucchio di immondizia. Il retto Vargas ha compiuto il suo dovere, ma non sarà mai la presenza che è stato Welles. Si scopre infine che l’uomo incastrato da Welles per l’attentato confessa il crimine, e Marlene pronuncia il giudizio finale: “A modo suo era anche un grand’uomo”. Un film in prosa violacea, pieno di carattere, quasi troppo.

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