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A.A.V.V. anteprima. Atlante intimo

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Il pensiero, trasversalmente, corre al Georges Perec impegnato nell’interrogare il rapporto tra sé, spazio domestico e lavoro letterario leggendo qusto Atlante intimo, raccolta di racconti firmati da Anna Mallamo, Viola Di Grado, Veronica Galletta, Bianca Fenizia e Giusi Arimatea, pubblicata da Apalos. È a partire dalla casa intesa come luogo e come spazio – il contenitore primo di ogni proiezione e dinamica psichica individuale – infatti, che prende le mosse l’indagine e l’splorazione delle cinque autrici, impegnate a costruire una cartografia delle abitazioni interiori, con il relativo patrimonio di memorie, sensazioni remote, in dinamiche che riportano a La poetica dello spazio di Gaston Bachelard. Ogni ambiente dello spazio domestico – dalla camera da letto alla stanza da bagno, assume una dimensione che si fa di volta in volta anche simbolica, sociologica, sentimentale, tuttavia declinato con grande forza narrativa.

Proponiamo qui un estratto scelto da Frate focu, il racconto di Anna Mallamo.

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Focu mi vi bbrucia. Così diceva Lucia, matri matriarca regina e serva di casa

sua. A tutti, glielo diceva, nemici e amici, vivi e morti – che a volte manco lo sanno, che sono morti, e sbagliano e si siedono a tavola con gli altri, e a lei tocca cacciarli, fargli sciò con la mano, sussurrandolo, focu focu focu, ma piano e con una voce come dolce, come passita, come che gli vuole bene lo stesso, focu meu.

Anna Mallamo

Il fuoco abitava lì coi Carbone, e dove altro poteva stare meglio. “Frate focu” lo chiamava pure il prete don Siso, che non aveva paura di Lucia che pure a lui glielo diceva, focu mi vi bbrucia, ma con un certo rispetto: e si guardavano, il prete e Lucia, e quei fuochi diversi brillavano alle loro spalle. Tanto si sa, che pure i preti finiscono all’inferno, avogghjia. Anzi, ce ne devono essere assai, di preti e monache e persino vescovi e papi, all’inferno: quando parlavano dell’inferno, che era come un paese vicino ma brutto, Lucia e le altre commari facevano l’elenco. E dava soddisfazione più d’una castagna inturrata o d’un bicchiere di vino cotto, fare l’elenco.

Si riunivano e facevano elenchi di vivi di morti di quelli che se n’erano andati lontano di quelli che u focu l’avissi a busciari tutti, che quello era l’elenco più difficile, e bisognava aggiornarlo sempre, altroché. Per esempio il nuovo sindaco, che le commari lo chiamavano U Vicerrè – era compito loro dare i nomi giusti alle cose, e le ’ngiurie questo sono, i nomi veri. Quelli che raccolgono le storie, o che dicono chi sono davvero le persone.

Lucia era la Bampata, perché da piccola era caduta nel fuoco, e ancora si vedevasulla guancia sinistra, dove lei si lasciava piovere i capelli, e mentre parlava se li toccava sempre, se li metteva davanti: manco s’accorgeva più di farlo. Metteva i capelli davanti alla guancia tutta scassariata, tutta una cicatrice. E pure continuava ad abbampare, si faceva rossa di raggia, come se ce l’avesse di dentro, il fuoco, sempre. Lei ci aveva confidenza, col fuoco, forse da allora, da quando era capitombolata dentro il braciere, perché zia Tota s’era distratta e l’aveva lasciata cadere, lei e la sua vestina celeste e la sua facciuzza rotonda, che s’era raggrinzita come una mela. L’angelo della casa non l’aveva guardata, e lei era caduta, s’era bampata.

Lì era cominciata, la sua storia col fuoco. Il fuoco che l’aveva marchiata, e lei che aveva vinto il fuoco, e non le faceva più paura. E se non hai paura del fuoco non hai paura di niente. Manco del regime, manco del potestà, manco del matrimonio, manco della guerra.

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