“Ma quanto ci vorrà perché la gente realizzi che può capitare a chiunque di essere manipolato da individui dispotici e assetati di potere che sanno come incitare le masse per servirsene impropriamente per fini personali? Finché costoro se ne rimangono in disparte, al sicuro, non hanno la minima esitazione a sacrificare brutalmente il loro popolo nel nome del patriottismo. L’umanità si unirà mai per contrastarli?”.
È in libreria Neve rosso sangue – Le memorie di un soldato tedesco sul fronte orientale, di Günter K. Koschorrek (ITALIA Storica Edizioni 2026, pp. 404, € 32,00 a cura di Andrea Lombardi con traduzione di Camilla Scarpa e Paolo Pozzato).
Un resoconto autentico delle esperienze di guerra di Günter K. Koschorrek, combattente di prima linea e mitragliere della 24ª Panzer-Division, che venne coinvolto in molti degli scontri più brutali della Seconda guerra mondiale.
Dai combattimenti strada per strada a Stalingrado sino all’accerchiamento russo al quale il reparto di Koschorrek sfuggì per un soffio:
“La maggior parte dei colpi arrivano sulla nostra destra e ancora lontani, alle nostre spalle. Razzi degli “Organi di Stalin” ci sfrecciano sopra la testa, finendo vicino al Kolchoz. Poco alla volta si fa chiaro, e riusciamo a vedere un po’ meglio. In mezzo all’ululare e alle esplosioni, cominciamo a discernere altri suoni – il ronzio dei motori diesel e il frastuono cigolante dei cingoli. I T-34 russi ci stanno accerchiando”.
L’autore venne poi inviato in Italia nel settembre 1943, dove eseguì delle operazioni anti partigiane in Istria e successivamente partecipò a durissimi combattimenti nella testa di ponte di Nikopol (attuale Ucraina) nel novembre 1943.
Inoltre, affrontò anche il difficile ripiegamento verso il fiume Bug ai primi del 1944, e le battaglie in Romania nell’estate 1944 e sulla Vistola, sino all’essere testimone, nell’ultima difesa dei confini della Germania, della strage di civili da parte dell’Armata rossa a Nemmersdorf, in Prussia orientale.
Koschorrek racconta la sua esperienza e il suo passaggio da recluta entusiasta della battaglia a veterano cinico e stanco che lotta per la sopravvivenza, attraverso un resoconto vivo e accurato della sua esperienza che ne fa un documento prezioso sulla vita dei soldati tedeschi nella Seconda guerra mondiale.
L’autore riflette sull’esperienza vissuta e a guerra finita si chiede se questa sia conclusa anche nel cuore degli uomini oppure se tutti quei soldati siano morti per niente.
Un libro scritto con la consapevolezza del privilegio del sopravvissuto che, oltre sessant’anni dopo, sente il dovere di raccontare un conflitto in cui milioni di giovani persero la vita prima che per loro fosse realmente iniziata.
Carlo Tortarolo
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Non è facile attingere dalla memoria le proprie esperienze della Seconda guerra mondiale e scriverne un resoconto cronologicamente preciso: o ci si accontenta dei fatti accidentali che si sono, con fatica, estrapolati, o semplicemente si colmano le lacune dei ricordi con fervide fantasie. Sono stati pubblicati molti libri che pescano a piene mani da questa seconda commistione, sia volti ad esaltare la guerra raccontando quelli che sono stati, indiscutibilmente, atti di eroismo, sia volti ad interpretarla usando necrologie maligne, stimolando i lettori a guardare ai soldati come ad assassini assetati di sangue. Non voglio nessuna delle due cose; non intendo esaltare né giudicare. Descriverò la realtà – così come io, un comune soldato, l’ho vissuta in prima persona, e come ho percepito la guerra in prima linea, in Russia, dall’autunno 1942 fino alla sua amara conclusione, con la saltuaria interruzione dovuta unicamente a qualche ferita.
Questo libro è un resoconto autentico, con le descrizioni delle mie indimenticabili esperienze, impressioni e percezioni – le percezioni di un comune soldato al fronte, a cui ci si riferiva, usando il gergo di allora, con il termine “Landser”. A differenza di molti libri, che si basano su documentazione d’archivio, non affronta la questione della responsabilità (o meno) dal punto di vista dell’Alto Comando a cui era imputabile la gestione della guerra, e neppure dal punto di vista dei quadri che erano stati appositamente addestrati ad essere d’esempio per i loro uomini (e che, di norma, combattevano con loro in prima linea).
Questo libro intende essere un tributo agli innumerevoli, anonimi soldati che hanno trascorso la maggior parte della loro guerra in luride buche individuali scavate nella terra russa, uscendone soltanto quando era necessario affrontare il nemico direttamente – tanto d’estate, sotto il sole cocente, quanto durante le piogge, immersi nel fango fino al ginocchio, o in una tempesta di neve invernale, con il suolo ghiacciato duro come roccia o coperti da una spessa coltre di neve. L’unica speranza per questi uomini era la promessa di una breve tregua, quando era loro permesso di riposare nelle retrovie, tra i reparti dei rifornimenti. Ma, fino a quel momento, la loro casa era la trincea in prima linea o la buca individuale – là, sulla linea principale di combattimento, dove giorno dopo giorno si preoccupavano della propria sopravvivenza e uccidevano i nemici per evitare di essere uccisi; dove ogni uomo combatteva in seno alla sua unità, ma alla fine doveva contare solo su se stesso; dove la terra attorno a loro spesso si trasformava in un inferno ardente; dove sentivano il tocco glaciale della morte quando una scheggia rovente o un proiettile sibilante scovava i loro vivi corpi; dove i cadaveri lacerati dei nemici erano ammucchiati di fronte ai loro occhi; e dove le grida strazianti dei feriti si confondevano con i richiami d’aiuto appena udibili dei morenti, che li sfioravano mentre si rannicchiavano il più possibile nei rifugi nel terreno, e li inseguivano fin nei loro incubi.
Voglio raccontarlo, perché anch’io sono uno di loro. Voglio anche scrivere delle mie paure e dei miei dubbi, dei nervi tesi fino allo spasimo, che in alcuni apparentemente forti e invincibili si sono sfilacciati come una corda di canapa ormai logora. Ma anche dei giorni di ribellione e dell’infinito aumento della forza di volontà, che voleva sconfiggere il nemico e persino la morte. E anche dei periodi di annebbiata apatia, in cui uccidere era diventato quasi un atto di routine.
Non possono esserci ancora molti, in vita, che dopo mezzo secolo, possono dire di essere sopravvissuti alla guerra letale sul fronte russo, o di essere sopravvissuti alla disumana prigionia che ne seguì. Ma certo sono ancor meno coloro che, in virtù di qualche miracolo sono sfuggiti all’inferno diabolico e, grazie agli appunti presi in quei giorni, possono scriverne oggi. Devo la mia vita a un insondabile disegno divino che, nonostante la mia paura di essere gravemente ferito o catturato, mi ha miracolosamente impedito di dubitare che sarei uscito indenne da quell’inferno.