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Jesse Fink anteprima. Bon – The Last Highway La storia mai raccontata di Bon Scott e di Back In Black degli AC/DC

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Da come si comportava, eri portato a pensare che Bon Scott fosse un vero immortale”, ha dichiarato Angus Young. “Beveva come una spugna, eppure la mattina dopo era come se niente fosse. E ti chiedevi: Ma come fa?”

È in libreria Bon – The Last Highway La storia mai raccontata di Bon Scott e di Back In Black degli AC/DC di Jesse Fink (Il Castello, pp. 512, € 24, traduzione di Barbara Caserta).

A soli 33 anni quando morì, Bon Scott, cantante degli AC/DC era uno dei veri originali Dèi del rock e nel tempo è diventato una delle figure più importanti della mitologia rock, insieme a nomi del calibro di Hendrix, Morrison, Lennon, Mercury, Joplin, Moon e Bonham, tutti vittime di una morte prematura.

Il libro di Jesse Fink analizza al microscopio gli anni che hanno reso gli AC/DC la band leggendaria che sono oggi e cerca di far luce sulle domande irrisolte sulla morte di Bon.

L’autore racconta la storia, senza censure, di un periodo chiave della sua vita, dal 1977 fino alla sua tragica morte a Londra il 19 febbraio 1980.

Con impressionanti capacità investigative e un approccio che non tralascia nulla, Fink viaggia per il mondo alla ricerca di compagni di tournée, conoscenti, giornalisti, compagni di bevute, fidanzate e gente del settore che raccontano con allarmante prontezza il tempo trascorso con e attorno alla forza della natura che era Bon Scott.

È un libro che farà arrabbiare i fan e tremare i collezionisti, ma piacerà a chi ama la verità perché come dice l’autore: “indagare sulla morte di Bon e come avventurarsi nella Tana del Bianconiglio senza trovare più una via d’uscita”.

È un libro che compie un miracolo: riporta Bon Scott nel mondo dei vivi, raccontandolo con i vizi, il sudore e la sua poesia ruspante.

Fink nel raccontarlo trionfa dove gli altri hanno fallito. Perché riesce a separare leggenda e realtà e le verità scomode di un uomo che, come tutti, aveva grandezze e crepe. 

Fink lo riporta lì dove Bon doveva essere raccontato. Perché è nella sua autenticità che il rock vero non muore mai. E, tra le pagine di Fink, sembra sentirlo sorridere mentre ci sussurra l’inizio di Back in Black: “sono contento di essere tornato”.

Carlo Tortarolo

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Led Zeppelin, Stones, Jeff Beck, Eric Clapton, Rod Stewart, The Sweet… pochissimi artisti di punta degli anni ’70 sono sfuggiti alla gogna degli AC/DC tra le pagine dei giornali dell’epoca: rilasciavano interviste su interviste, criticando aspramente i colleghi rocker.

Per essere una band che tanto aborriva l’etichetta “punk”, la casa discografica era invece ben lieta di cavalcare l’onda e promuoverli come tali, e loro stessi sembravano mettercela tutta per calzarla a pennello. Un esempio calzante è un’intervista datata 1978 con John Holmstrom per la rivista Punk. Bon non ci ha certo fatto una gran bella figura.

HOLMSTROM: Che tipo di ragazze ti piacciono?

ANGUS: Quelle zozze.

HOLMSTROM: Intendi le ragazze che non si lavano?

ANGUS: No, mi riferisco proprio alle vacche, alle zoccole.

BON: Una bella gnocca, pulita ma sporca. Figa pulita. Mente sporca.

HOLMSTROM: Non sei sposato, vero?

BON: Nah, divorziato. E puoi intuire il perché!

HOLMSTROM: Perché?

BON: Sono divorziato.

HOLMSTROM: Oh. Qual è la cosa più da depravato che tu abbia mai osato?

BON: Ho scopato il naso di un’aborigena. L’ho scopata nel naso, un gran naso schiacciato. Più in là nell’intervista a Bon viene chiesto: “Cosa hai fatto ieri sera?”

BON: Ah, sono stato fuori. Ho fatto un sogno fantastico. Prima mi sono ubriacato fradicio – mi hai visto ieri pomeriggio – poi sono tornato a casa e sono andato a letto. E ho sognato che due grosse grasse groupie newyorkesi mi succhiavano il cazzo, il culo, le palle e tutto il resto. Una era Linda Lovelace. Lei aveva… non c’è bisogno che ti spieghi niente.

ANGUS: E ti sei svegliato ed era vero.

BON: La prima volta che mi sono scopato un polmone passando dalla bocca – almeno era una novità. Beh, quando mi sono svegliato non c’era nessuno accanto a me, quindi forse sì, era tutto vero.

I bambini dell’asilo stanno facendo casino… Roba puerile, insomma, e Bon stava solo reggendo il gioco. Se i critici delle grandi metropoli non erano rimasti colpiti dalle sue esibizioni dal vivo, almeno quanto la casa discografica americana degli AC/DC non era convinta dell’appeal commerciale del cantante, come poteva esserlo chiunque altro, per non parlare di quegli spietati dei fratelli Young… Ma licenziarlo? Era fuori discussione! Bon ha portato gli AC/DC su un altro livello: nei testi, nelle performance e, soprattutto, nello spirito. A prescindere da tutta la sua volgarità, aveva un fascino malizioso innegabile e irresistibile. Gli Young non sarebbero mai potuti arrivare dove sono arrivati senza Bon; era una questione di istinto e lo avrebbero poi ammesso nelle interviste con la stampa dopo la sua morte.

Senza Bon, non sarebbero nemmeno più stati una band a partire dal 1979, non a caso: gli AC/DC sarebbero stati scaricati dall’Atlantic se Highway To Hell non li avesse lanciati nella stratosfera, e la rivista Classic Rock oggi li relegherebbe a curiosa retrospettiva storica un po’ come i Brownsville Station, band del Michigan, di culto ma certamente minore. Bon è stata la cosa migliore che sia mai capitata agli AC/DC, e lo è ancora oggi. Ha dato al gruppo la spinta giusta di cui aveva bisogno, sul palco e giù.

Ma come il roadie della band Barry Taylor si è adoperato ad azzardare, anche Bon fu fortunato ad aver incrociato gli Young nel suo percorso: “Il significato della musica non sta solo nei testi.” Negli AC/DC, disse, “è una bella lotta tra il chitarrista solista e il cantante, un’atmosfera di tensione continua… il linguaggio del rock è pura emozione, non si descrive a parole. Si sente il significato della musica rock. E proprio per questo è difficile da catturare. Non si può determinare il significato di una canzone solo dal testo.”

Eppure, niente di tutto ciò importava più, con un cantante ormai votato all’autodistruzione.

Angus e Malcolm pensavano che nessun altro valesse quanto loro”, dice Grahame Harrison. “Pensavano di essere i numeri uno assoluti sotto ogni aspetto. Malcolm era il Capo, ma per entrare nella band dovevi andare a genio ad Angus, e naturalmente per mantenere il tuo posto nel gruppo dovevi mettere d’accordo sia Angus che Malcolm. Angus era come un bambino prodigio.”

I due fratelli avevano una decisione importante da prendere.

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