“«Non so dove va l’umanità, so che da una parte dovrebbe rallentare la marcia e concedersi il lusso di perdere un po’ di tempo per riflettere, ripensarsi e da un’altra parte sarebbe il caso di accelerare, recidere i legami con molto di ciò che ci ha generato e sta alle nostre spalle. Per il resto mi sembra che nessuno segua nessuno, né in campo politico né in campo religioso, buona parte del genere umano, io fra questi, non si riconosce in rappresentanze che quando va bene rappresentano ben poco e quel poco è fatto più di un passato dignitoso che di un presente significativo e capace di indicare un futuro plausibile. L’estraneità profonda, al di là degli interessi concreti, al mondo in cui viviamo è la situazione che caratterizza il nostro tempo, il secondo dopoguerra, al termine»”.
È in libreria Ho visto un’alba blu. Un racconto letterario dei CSI di Michele Rossi (Baldini e Castoldi 2026, pp. 418, € 20,00).
I CSI sono stati uno dei gruppi musicali più incisivi degli anni Novanta, un «Consorzio» di individualità artistiche (Giovanni Lindo Ferretti e Massimo Zamboni, fondatori e anime dei disciolti CCCP-Fedeli alla Linea; Gianni Maroccolo, Francesco Magnelli e Giorgio Canali transfughi dai Litfiba, con l’aggiunta decisiva di Ginevra Di Marco) costruito intorno all’amicizia, alle emozioni e alla stima reciproca.
Un gruppo che canta il suo punto di vista sul mondo con sincerità cruda:
“Se tu pensi di fare di me un idolo/ lo brucerò/ trasformami in megafono m’incepperò/ cosa fare non fare non lo so/ quando dove perché, riguarda solo me/ io so solo che tutto va ma non va/ non va, non va…”
Michele Rossi ricostruisce le ispirazioni dei testi da Beppe Fenoglio a Pier Paolo Pasolini, a Tolstoj, a Silvio D’Arzo a Cesare Zavattini, passando per scrittori come Trygve Gulbranssen e Eduard Limonov.
Il lamento che diventa poesia di Intimisto:
“Mi rubi il tempo, mi rubi l’energia, non ascolti il lamento, non ascolti il richiamo, incrini il mio coraggio, vanifichi l’attesa, le sere che ti aspetto e i pomeriggi che aspettano la sera…”
Emerge la visione poetica di Ferretti: “La poesia è un’attitudine contemplativa dello sguardo, è stata un codice letterario e il rifugio d’amorosi sensi, è propria dell’intimo ma non disdegna il civico. Una connotazione dell’umano”.
Un libro che racconta non solo la storia dei CSI ma anche come nascono le canzoni, come si formano i gruppi musicali e come la cultura influisce sulla musica.
Perché i cantanti non incidono solo dischi, incidono su come un’epoca racconta sé stessa. E i CSI, nel racconto degli anni Novanta, hanno scritto una pagina vera.
Carlo Tortarolo
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A tratti
Erano partiti il 16 agosto con un camioncino stracolmo di strumenti musicali, registratori e nastri magnetici. Appena arrivati a Le Prajou, avevano montato nel salone più grande gli strumenti e i monitor, poi fissata qualche coperta sui muri per cercare di attutire i suoni. Il tecnico del suono Giovanni Gasparini, che si era costruito una piccola regia con mixer e registratori analogici nella camera da letto di Ferretti, era in genere il primo ad alzarsi la mattina.
Accendeva le macchine ed era a disposizione di chiunque volesse registrare qualcosa. A seguire si svegliavano Zamboni e Magnelli; Maroccolo e Gulli erano i più ritardatari, perché suonavano fino a notte fonda. Ferretti scendeva dal soppalco che sovrastava il mixer e la console, prendeva una sedia e si metteva a leggere facendo colazione. A volte si addormentava con un libro o un giornale in mano, allora gli altri gli mettevano una giacca addosso. Di solito a metà mattinata usciva a passeggiare, a volte montava a cavallo, per far rientro la sera con un quadernetto pieno di parole che faceva sentire agli altri. «La nostra filosofia in Bretagna era di attendere che le cose accadessero, a volte con naturalezza, altre volte con completa naturalità», ricorda Giovanni. Quando decideva di non allontanarsi dalla casa e non voleva farsi distrarre dagli strumenti, con le cuffie alle orecchie si accovacciava su un tavolino di pietra del giardino e provava a canticchiare i testi che aveva scritto.
Ko de mondo è stato accolto dalla critica con grande entusiasmo. Stefano Bonagura su «Rockstar» ha scritto a tutta pagina: «C’è voluto del tempo per far uscire nuovamente allo scoperto Massimo Zamboni e Giovanni Lindo Ferretti, nucleo storico dei vecchi CCCP, due persone affascinanti, carismatiche, terribilmente diverse dal mondo che li circonda. Hanno deciso di esprimersi attraverso la musica, ma parlano una lingua diversa da quella della canzone». Gino Castaldo su «la Repubblica» ha commentato: «Ko de mondo è uno schiaffo poetico, sovversivo e nichilista, alle banalità quotidiane», mentre «la musica, propiziata da Gianni Maroccolo, segue e scontorna il frasario inquieto di queste poesie, costruisce una liquida ed epica scenografia rock. E nell’insieme ne viene fuori un ritratto impietoso di quello che siamo oggi, ma anche la febbre ardente del desiderio che cova sotto le ceneri della desolazione». Così concludeva: «Imbattersi in questa musica non può lasciare indifferenti». «Il disco è artisticamente per scelta molto minimale», ha precisato Maroccolo a un giornalista che lo ha intervistato per «Il Mucchio Selvaggio». I CSI hanno scelto questa volta di puntare all’essenzialità: «D’altra parte avevamo già esagerato in Epica con l’epicità e non volevamo assolutamente ripeterci».
Dopo la serata aretina, Giovanni sta già meglio. «Mi avevano detto che dopo l’operazione avrei dovuto stare fermo sei mesi, e invece… sono stato curato dalla musica e dalla gente: i controlli medici evidenziavano i netti miglioramenti della mia salute nonostante facessi esattamente il contrario di quello che prescrivevano i dottori». Riposatosi per due interi giorni, si rimette in viaggio con i CSI. Il 2 luglio parte ufficialmente il loro tour dal Villaggio Globale di Roma. Ad aspettarli ci sono circa quindicimila persone.